C'è chi si allena a resistere giorno dopo giorno: chi lo fa in una cella sotterranea d'isolamento, sotto la dittatura uruguaiana negli anni Settanta, e chi lo fa negli anni Dieci del Duemila, in una Roma che diventa sempre più inospitale per i precari e strizza l'occhio ai turisti.
Nella prima situazione si trovano Adolfo Wasem (nome di battaglia "El Nepo") e sua moglie, Sonia Mosquera. Entrambi vengono rapiti e incarcerati, strappati alle loro famiglie, e sottoposti alle più bieche e crudeli violenze fisiche e psicologiche; non solo perché confessino, sia chiaro: la dittatura vuole togliere loro quanto hanno ancora di caro, ovvero il senno. Resistere, allora, significa per Sonia aggrapparsi ai ricordi di Adolfo e del loro bambino, Adolfito, che li aspetta fuori dal carcere; bisogna venire a patti con la vita nel carcere, sempre a contatto con altre donne, quando non si viene prelevate all'improvviso per ore di sevizie, stupri, atti disumani. Resistere, per Adolfo, invece, significa soprattutto cercare di restare attaccato ai suoi pensieri, coltivarli silenziosamente; e, le rare volte in cui viene portato alla latrina, leggere qui e là sui fogli di giornale strappati come carta per ripulirsi le notizie. Con un unico obiettivo:
avere la possibilità di ricomporre, anche grazie all'immaginazione, cosa succede fuori. I giornali sono una grande risorsa per una mente martoriata dall'assenza di parole, di comunicazioni, di chiacchiere, e non soltanto perché mi restituiscono la sensazione di far parte del consesso umano, ma anche e soprattutto perché mi permettono di sapere, e quindi di continuare a credere. (p. 32)
Stare sempre al buio, altrimenti, potrebbe portare Adolfo a non trovare nient'altro a cui aggrapparsi. Il tempo, quel senso di attesa di una svolta, di una scarcerazione che non arriverà mai: pare una tortura, e invece Adolfo farà un'osservazione piena di voglia di vivere, che denota l'energia con cui lotta anche lì: «La vita in prigione era piena di tempo, e il tempo, l'ho capito, era la mia casa attuale» (p. 69). Sì, perché i carceri cambiano, occorre continuare a riabituarsi, capire quali delle guardie sono più disumane, quali contatti stabilire con gli altri carcerati nei rarissimi momenti insieme. Insomma, "casa" è una parola quanto mai impalpabile per Alfonso; solo il tempo può farsi "casa".
E così "casa" è una parola scivolosissima per la maestra, protagonista della seconda storia che si intreccia a quella dei due rivoluzionari. Ritrovatasi sola dopo la morte del padre, la donna deve lasciare la casa dove ha sempre abitato: ripartire daccapo è difficilissimo, e non solo per lo strappo dalla sua quotidianità. Anche perché arriva da anni di accudimento del padre e non trova un lavoro che le permetta di mantenersi stabilmente: essere supplente è tutt'altro che semplice, in una Roma enorme, senza patente, senza fondi economici da cui ripartire, ancora di più.
Così, il precariato e la precarietà gravano sulle spalle della maestra, che non trova sostegno in nessuno – a parte la sua gatta –; gli amici, o presunti tali, confermano di capirla bene, di essere anche loro poveri e precari, ma non ci vuole molto perché queste parole suonino prive di senso:
E del resto, chi di noi non si sentiva precario? Tutti eravamo precari, tutti. Solo che questi "tutti" avevano una casa di proprietà e una famiglia che sarebbe intervenuta in caso di bisogno; questi "tutti" potevano permettersi di essere precari – o quantomeno dirlo – soltanto perché non lo erano veramente.La parola "povera" era una tra le più ricorrenti, talmente ricorrente da essere privata della sua potenza. Un sacco vuoto e informe. (p. 84)
Tra un contratto d'affitto che scade e un altro rescisso prima del tempo, la maestra sperimenta da vicino la disperazione quieta, silenziosa, che racconta una classe sociale drammaticamente presente nel nostro Paese: «Chissà che fine farò, dissi. Soltanto a me stessa, stavolta. Gli altri restavano fuori dalla mia vita interiore: sulla mia oscurità e sul mistero delle domande, regnavo io sola» (p. 153). Rassegnarsi però non è la via: la maestra accetta ore di supplenza qui e là, salta un pasto ogni tanto, si priva di quasi tutti i piaceri che ci fanno sentire esseri umani. Ma quale può essere la soluzione? Quale la resistenza?
Ora, a chi sta leggendo verrà da chiedersi: come le due storie possono essere tenute insieme? Gaja Cenciarelli trova un modo abile per legarle – e lo si scoprirà leggendo. Se da un lato troviamo i capitoli di Adolfo e quelli di Sonia connotati da una forza narrativa dirompente, rivoluzionaria, appunto, dall'altra anche quelli della maestra, di per sé più malinconici, trasudano un'energia compressa, una svolta che ci auguriamo che arrivi il prima possibile. Imparare a gestire il tempo, in entrambi i casi, sarà una soluzione straordinaria, perché tutti i personaggi vivono un'emarginazione pesante, che di per sé sarebbe altrimenti spersonalizzante. Adolfo e Sonia mantengono i loro nomi – nomi reali, tanto quanto i rivoluzionari che hanno ispirato questa storia –; la maestra, invece, non acquista un nome proprio nel corso della narrazione: è sola, così sola, da non trovare le forze per urlare il suo nome neanche sulla pagina.
Eppure narrativamente tutto funziona, e la scrittura di Gaja Cenciarelli – così ironica e tagliente in altri suoi romanzi – qui è più drammatica e fatta di tinte crude, in piena corrispondenza con la realtà che racconta.
GMGhioni
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