Il ricordo sospeso tra passato e futuro, il senso di appartenenza e l'importanza di esserci stati: la memoria come rivendicazione d'identità secondo Giuseppe Culicchia






Torino, 16 maggio 1976: Un tuffo al cuore, vecchio e granata
di Giuseppe Culicchia
66THAND2ND, settembre 2025

pp. 142
€ 17 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)

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Torino, 16 maggio 1976 è un libro breve ma denso, che unisce cronaca e autobiografia, città e sentimento. Non è solo il racconto di uno scudetto: è il racconto di cosa significa appartenere.
Il 16 maggio 1976 non è soltanto una domenica di calcio. È una linea di confine tra un prima e un dopo, tra l’infanzia e la consapevolezza, tra la cronaca e il mito. Con questo libro, Culicchia prende una data precisa — quella dello scudetto del Torino FC — e la trasforma in una narrazione che somiglia più a un’inchiesta sentimentale che a un semplice ricordo sportivo.

Il fatto è noto: il Torino vince il campionato, superando la Juventus in una stagione combattuta fino all’ultimo. Ma Culicchia non ricostruisce la classifica né indugia sui numeri. Il suo interesse è altrove: raccontare cosa significasse, in quella Torino spaccata tra orgoglio operaio e trasformazioni industriali, sentirsi "granata".

La vittoria del 1976 assume un valore simbolico, allegorico, portatrice di un orgoglio ben più grande. È la rivincita della squadra percepita come “popolare”, legata ai quartieri, alla memoria del Grande Torino, alla dimensione epica e tragica della storia cittadina. Non c’è bisogno di spiegazioni didascaliche: si avverte che dietro quella partita c’è una città intera che si riconosce nei propri colori.

Culicchia scrive con uno stile limpido, controllato, quasi pudico, tipico di chi ha troppo rispetto dei ricordi, nel timore di non rendere loro giustizia una volta messi nero su bianco. Non scade mai nella celebrazione facile. La nostalgia è presente, ma non è mai zuccherosa: è una nostalgia consapevole, adulta, che guarda al passato con affetto ma anche con lucidità. È una memoria senza retorica, e per questo si ha la sensazione di essere al tavolino di un bar ad ascoltare il racconto di un amico, con la certezza di poter prendere parte a qualcosa di importante. Si prova – quasi – il dispiacere per non esserci stati.

Questo racconto funziona proprio perché non cerca di convincere, ma di condividere. Non è un’analisi tecnica del calcio, ma una riflessione sull’identità, un inno alla memoria e all’importanza dei ricordi. Soprattutto alla voglia di tramandarli.

Si parla di calcio, ma la vera protagonista, in fondo, è la città. Una Torino che nel 1976 è ancora profondamente industriale, segnata dalla presenza della fabbrica, dalle tensioni sociali degli anni Settanta, da un senso di appartenenza forte e quasi austero. La vittoria dello scudetto diventa un momento di coesione collettiva, un raro istante in cui le differenze si attenuano e la città si riconosce in un unico abbraccio.

Si percepisce anche il contrasto tra quella Torino e quella di oggi, portandoci a fare una riflessione sul tempo: su ciò che cambia e su ciò che resta. Anche chi non segue il calcio può riconoscersi in questa sensazione di appartenenza che nasce da un evento condiviso: il giorno in cui, per la prima volta, ti senti parte di qualcosa. Anche se non l’hai vissuta. Anche se l'hai solo sognata.

Culicchia riesce a rendere universale un ricordo profondamente locale. È questo il suo merito maggiore: trasformare una vittoria sportiva in un racconto sull’identità, sulla fedeltà, sulla memoria.
E alla fine resta davvero quel “tuffo al cuore” evocato dal titolo: un’emozione che non ha bisogno di essere spiegata, perché chi l’ha vissuta — allo stadio o nella vita — la riconosce immediatamente.

Giovanna Scalzo