Un'adolescenza fragile, inquieta e irrisolta, sospesa tra desiderio e perdita di sé: "Fine primo tempo" di John Patrick McHugh



Fine primo tempo 
di John Patrick McHugh 
Heloola Books, marzo 2026 

Traduzione di Bianca Rita Cataldi

pp. 384
€ 19 (cartaceo) 
€ 10,99 (ebook) 

Fine primo tempo di John Patrick McHugh si inserisce è un romanzo di formazione che non raccontano il passaggio all’età adulta come una conquista, ma come una perdita lenta, spesso impercettibile, di equilibrio e di innocenza. Fin dalle prime pagine emerge una scrittura asciutta, che evita qualsiasi forma di enfasi e lascia invece affiorare una tensione costante, quasi sotterranea. Non succede mai qualcosa di apertamente eclatante, ma si ha sempre la sensazione che qualcosa possa incrinarsi da un momento all’altro. I dialoghi, brevi e spesso interrotti, sono uno degli elementi più riusciti lasciando intravedere ciò che resta fuori. In questo senso, il silenzio diventa centrale. Quando John osserva senza intervenire, quando resta ai margini delle situazioni, non è solo una scelta narrativa, ma un modo per restituire una condizione esistenziale. È un protagonista che guarda, che prova a capire, ma che raramente riesce a orientarsi davvero. Uno degli aspetti più interessanti di Fine primo tempo è il modo in cui McHugh costruisce il disagio adolescenziale senza mai renderlo esplicito fino in fondo. Tutto passa attraverso dialoghi spezzati, esitazioni, tentativi di dire e subito ritirarsi. In un passaggio leggiamo: 

«Cosa dovrei dire? È complicato. E sai il perché». (p. 159)

È una frase semplice, ma racchiude perfettamente il nodo emotivo del romanzo, cioè l’incapacità di nominare ciò che si prova. Questa difficoltà emerge ancora più chiaramente nel rapporto con la famiglia. Quando il protagonista pensa:

«Non odio mia madre, però.» Amber fece per dire qualcosa, lui sentì l’inizio della frase, ma le parlò sopra: «Ma mia madre ha fatto cose che mi hanno influenzato in modo orribile». (p. 159) 

Anche nei momenti di socialità il disagio non si scioglie, anzi si amplifica. Nella scena del locale, la pressione del gruppo e il bisogno di appartenere diventano quasi soffocanti, fino a trasformarsi in un’esperienza di perdita di controllo. Una scena come quella del taxi, in cui i ragazzi salgono e scendono in modo confuso, tra alcol e regole non dette, racchiude già molto del romanzo: il bisogno di appartenere, il disagio, la sensazione di essere sempre leggermente fuori posto. Sono momenti apparentemente semplici, ma proprio per questo credibili. 

Questa è l’abilità di McHugh non costruisce mai situazioni forzate, lascia che siano i dettagli a parlare, che siano i gesti a plasmare il senso del libro. Accanto a questo, il romanzo costruisce un ritratto molto preciso delle dinamiche sociali. Non si tratta di violenze esplicite, ma di tensioni sottili, di gerarchie implicite che passano attraverso il corpo, il linguaggio, il modo di stare insieme. L’adolescenza diventa così un territorio instabile, come una luce intermittente, in cui ogni relazione è anche una prova, ogni parola sostenere o incrinare un equilibrio fragile. Lo stile segue questa stessa logica. La prosa è pulita, ma non neutra.

Le frasi si interrompono, si rincorrono, a volte sembrano trattenere qualcosa. I dialoghi creano un ritmo spezzato che restituisce bene l’incertezza dei personaggi. Spesso, nei dialoghi dei ragazzi, le affermazioni si contraddicono, a volte gli sembra una cosa semplice e subito dopo non lo è più. Ed è proprio in questo equilibrio, spazio instabile, che il romanzo trova la sua forza. Quello che colpisce è la capacità di lavorare sul non detto. McHugh non spiega al lettore cosa deve sapere o pensare, ma lo mostra. Come i giovani del romanzo, così i lettori devono costruirsi una propria idea, una propria identità all’interno del racconto. L’autore lascia che il lettore resti dentro questa instabilità, anche a costo di risultare spiazzante. Per alcuni può essere un limite, soprattutto se si cerca una trama più definita o una direzione più chiara. Ma è anche ciò che rende il libro coerente con ciò che racconta. L’adolescenza che emerge da Fine primo tempo non ha nulla di romantico. 

È fatta di tentativi, di errori, di ritorni sugli stessi pensieri. Se si volesse individuare un limite, si potrebbe parlare di una certa ripetitività emotiva. Ma forse è una scelta consapevole, perché crescere significa anche questo, restare a lungo dentro le stesse domande senza trovare subito una risposta. Alla fine, più che una storia, resta un’esperienza. Un romanzo di formazione che restituisce con lucidità e misura il disorientamento del diventare grandi.

Alessia Alfonsi