La fragilità del talento e i sogni infranti dei padri: "La mancina" di Giulia Della Cioppa





La mancina
di Giulia Della Cioppa
Bompiani, marzo 2026

pp. 256
€ 18,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

«Nessuno dice una parola, il tennis è uno sport in cui non si parla, se non da soli tutto il tempo». (p. 40)

Dopo Ventre, edito da Alter Ego Edizioni nel 2022, Giulia Della Cioppa fa leva sul suo passato sportivo e torna in libreria con La mancina: un libro che sì parla di tennis, ma prima ancora dipinge il rapporto tra un padre e sua figlia, Aleni. Il legame profondo descritto nell’esordio tra Margherita e sua madre qui cede spazio alle varie forme che l’amore paterno può assumere. La figura di Nico – la sua premura, i gesti d’affetto mascherati – rimanda a uno straordinario Armin Mueller-Stahl nel film Shine, in cui l’attore interpreta Peter, padre di un bambino pianista prodigio che, con le sue decisioni e i gesti severi, tenta in ogni modo di proteggere il talento del figlio, soppiantando i consigli di maestri ed esperti, perché convinto di avere ragione. Nonostante il lettore alla fine vorrebbe saperne di più sul suo passato, la storia, fin dalle prime pagine, mette le cose in chiaro, poiché Nico «viene da una famiglia umile, da un’infanzia nebulosa e difficile da ricostruire, perché difficile da raccontare. […] Mio padre non ha mai saputo bene dove piantare le sue radici, se non in quelle secche di sua sorella» (pp.12-13).

Il numero dei personaggi nel romanzo è limitato: Aleni, Nico e Marina, Endrighi e Fanù, il primo allenatore Geppi, attraversano i capitoli in maniera lineare rendendo la lettura leggera e scorrevole. Della Cioppa descrive la terra battuta del campo da tennis, ma anche l’aria di competizione che aleggia negli ambienti agonistici fin dalle prime gare giovanili; il sudore, la fatica e il dolore fisico penetrano nella carne fino a diventare una sorta di pane quotidiano, dipendenza vera per lo stesso atleta:

«Sopportare il dolore mi provoca un piacere che altrove e altrimenti non ho mai provato. Più sudo, più vorrei sfinirmi, più vedo il mio corpo ripiegato, più mi sembra di fare progressi. Sono soddisfatta di me solo quando, rientrando in stanza, mi vedo sporca e stanza, con i calzini inumiditi e marroni fino alle caviglie, i capelli elettrizzati e le guance rosse dallo sforzo». (p. 130)

Risuona l’atmosfera testoriana de Il dio di Roserio, la letteratura che narra la rivalità sportiva, quella tra il Pessina e il Consonni, e l’amicizia tra il Ballerino e la Capra nel racconto Boxe in Pugni di Pietro Grossi; crescere nello stesso ambiente a questi livelli comporta un cambio di domicilio: il campo di allenamento diviene a tutti gli effetti la loro vera casa. La differenza ne La mancina sta nella sua protagonista: Aleni non ha rivali, è lei la rivale principale di sé stessa. La ragazza disconosce – giustamente, vista l’età – ciò che davvero vuole dalla vita, facendo a braccio di ferro con le aspettative di suo padre da una parte e la scarsa affettività di Marina dall’altra. Nei primi capitoli, il tema della famiglia è predominante; le dinamiche interne che governano gli umori tra le quattro mura vengono descritte senza iperboli ma con naturalezza: Nico è remissivo nei confronti della moglie, mentre Marina frena in tutti i modi il suo entusiasmo per il talento della figlia, non si sa se per proteggerla dalle delusioni o per punirlo di averla lasciata:

«Non prenderla troppo sul serio». 
«Ha talento». 
«Sì, ma tu non prenderla troppo sul serio». (p. 31)

L'accademia è il luogo dove tutto questo si concentra e si esaspera. I genitori che affollano i bordi del campo non sono semplici spettatori: sono uomini e donne che hanno lasciato per strada qualcosa di loro, un sogno rimasto a metà, e che adesso lo ripiantano nei corpi dei figli con una cura che rasenta l'ossessione. Nico è tra loro, e Della Cioppa lo ritrae senza condanna ma anche senza sconti, in quella zona grigia in cui l'amore diventa pressione e la pressione si spaccia per amore. Aleni cresce in questo ambiente poroso, assorbe tutto, e il campo diventa lo specchio di una tensione più profonda che non riguarda solo il tennis. Anche il corpo ha le sue partite da giocare: Aleni è attratta da alcune ragazze, ma finisce a letto con un ragazzo, come se il desiderio dovesse passare per una forma più riconoscibile prima di poter essere guardato in faccia. Non c'è dramma esplicito in queste pagine, nessuna resa dei conti con sé stessa: solo il movimento lento di chi non è ancora pronto ad accettare quello che già sa. 

Con questo libro Della Cioppa sembra volerci dire che il talento è una dote importante, ma perché trovi un terreno fertile ha bisogno di altre condizioni: la libertà di pensiero, la consapevolezza di sé, il rispetto delle intenzioni dell'atleta, la maturità. Perché, come scrive l'autore, «Il talento è come la fede. Se smetti di crederci lui scompare» (p. 156).

Leonardo D’Isanto