Tra memoria e sopravvivenza, le vite sospese di "Le sorelle in giallo" di Mieko Kawakami



Le sorelle in giallo
di Mieko Kawakami 
Edizioni e/o, marzo 2026 

pp. 62
€ 23,00 (cartaceo) 
€ 12,99 (ebook) 

Vedi il libro su Amazon

In Le sorelle in giallo Mieko Kawakami costruisce un racconto che si muove lungo una linea instabile, quella che separa il ricordo della sua deformazione, la solidarietà dalla dipendenza, l'identità dalla necessità di reinventarsi per sopravvivere. La voce narrante si apre con un tentativo di ordine, quasi un gesto difensivo davanti a qualcosa che resiste alla comprensione: 

 «Ho provato a fare un po' di ordine nella mia mente.» (p.11)

E già in questo incipit si avverte una tensione che non si scioglierà mai del tutto. Il passato ritorna non come nostalgia, ma come interferenza, come qualcosa che incrina il presente e lo rende opaco. 

Il rapporto tra Hana e Kimiko si impone fin da subito come un nodo centrale, non tanto per ciò che rappresenta in superficie, ma per ciò che lascia emergere in filigrana. L'incontro tra le due non è solo un passaggio biografico, è una forma di riconoscimento, forse anche di bisogno reciproco, che si collega dentro uno spazio sociale fragile, esposto, dove ogni conquista è temporanea.

La memoria di quegli anni si ricompone per frammenti, per immagini che hanno la consistenza di una scena urbana vissuta e insieme già perduta: 

«Le porte automatiche si aprivano e ci ritrovammo direttamente in strada, come vomitate in una marea umana che procedeva a rilento in tutte le direzioni.» (p. 125) 

La città diventa così un organismo che inghiotte e restituisce, che mescola e confonde, rendendo indistinguibili i confini tra individualità e massa. C'è, nella scrittura di Kawakami, una capacità molto precisa di trattenere il dettaglio senza trasformarlo in ornamento. Le scene si dilatano, si caricano di una materia sensoriale densa, quasi soffocante, come accade nella lunga sequenza al Lemon, dove la vitalità apparente si mescola a una percezione più ambigua. 

«I poco più di trenta metri del locale si riempirono di calore umano ed euforia fino all'ultimo centimetro, dal primo all'ultimo istante.» (p. 101) 

È una vitalità che non consola, che anzi sembra amplificare un senso di precarietà, come se ogni momento di espansione contenesse già in sé il proprio esaurimento. Il romanzo lavora con insistenza sul rapporto tra visibilità e invisibilità, tra ciò che viene osservato e ciò che resta ai margini. 

Non è un caso che, a un certo punto, emerga una riflessione quasi laterale, ma decisiva:

«Noi eravamo pesciolini minuscoli, quasi invisibili.» (p. 465),

che restituisce la misura di una condizione esistenziale prima ancora che sociale. Le protagoniste si muovono dentro sistemi più grandi di loro, economici, criminali, relazionali, senza mai poterne davvero controllare le logiche. E tuttavia non sono figure passive, ma presenze che cercano, anche in modo contraddittorio, di ritagliarsi uno spazio. 

Quello che colpisce, alla fine, è proprio questa ambiguità costante. Kawakami non offre mai una lettura univoca, non stabilisce gerarchie morali nette, ma lascia che i personaggi esistono nella loro complessità, anche quando risultano difficili da accogliere. La scrittura segue questo movimento, alternando registri, passando da una precisione quasi analitica a improvvise aperture più intime, senza mai perdere il controllo. Ne emerge un romanzo che non cerca di rassicurare, ma di mettere a fuoco, con lucidità e senza compiacimento, tipico della scrittura dell'autrice, le zone d'ombra che attraversano le relazioni, il desiderio e la memoria.

Alessia Alfonsi