di Francesco Pecoraro
Confesso che scrivere di questo romanzo non è, per me, affatto semplice. Non perché sia privo di una vera e propria trama e nemmeno perché sia una vagonata di considerazioni sulla vita, sul tempo, sulla politica, sull'urbanistica, e, come da titolo, sulla fine del mondo (quale, poi, il mio, il tuo, il loro: il mondo di chi?). Ciò che mi ha messo a dura prova nel tentare oggi di raccontarvelo è proprio la sua innegabile imponenza, il suo essere diverso. In oltre trecento pagine, l'autore, Francesco Pecoraro, ha la capacità, attraverso il fiume di pensieri del suo anziano in cucina, di smantellare e demolire tutto, ma anche di ricomporlo, in un circolo vizioso che, a mio avviso, l'ha anche divertito.
Come già detto, non c'è un unico tema portante per cui si possa descriverne una trama lineare. La narrazione è un puzzle circolare destinato a volteggiare per sempre in una dimensione analitica non-tracciabile, fatta talvolta di ironia, talvolta di amarezza, rimpianto e solitudine. Se si trattasse di una pièce teatrale, vedremmo in scena un uomo anziano con la sua abitudinaria routine: preparare il caffè, fare la lista della spesa, andare al supermercato. Come in Aspettando Godot di Beckett, anche qui non sembrano apparentemente accadere eventi straordinari. La notte è motivo di riflessione, per il protagonista, perché lo induce a pensare alla fine della sua esistenza, e questo gli impedisce il sonno. Con l'avanzare dell'età, vediamo spesso come in letteratura, così come nella nostra quotidianità, l'attesa della morte diventi un macigno ingombrante sia per chi la teme in prima persona, sia per chi teme la dipartita del proprio caro. La morte, in realtà, o meglio la fine del nostro conosciuto, di ciò che ci fa sentire sicuri, la affrontiamo ogni giorno, a ogni cambiamento, a ogni interruzione dell'ordinario. Le riflessioni che invadono la mente dell'anziano trovano una loro voce in un bellissimo scambio di messaggi tra il protagonista e un suo amico, Marcello, un medico che è un personaggio realmente esistente e i cui dialoghi riportati da Pecoraro sono stati interamente scritti dal chirurgo.
Il mio primo incontro con l'Anatomia è stato rurale. Naturale. Primordiale. È stato un incontro infantile prepotente e traumatico, nel corso del quale la Natura mi si è mostrata con la bellezza dei suoi colori e con la crudezza delle sue leggi di causa-effetto. L'Anatomia come rivelazione, come illuminazione. (p. 285)
La narrazione ha inizio con un lunghissimo monologo che parte da pagina undici e termina a pagina tredici, in cui l'anziano protagonista affronta senza pause, molte delle tematiche che riprenderà con più espansione nell'intero arco narrativo. L'uomo ci rivela di vivere nell' Ipotassi Cetomedioide, ovvero una città demmerda, così nominata, che è in realtà lo specchio della nostra capitale italiana. Una città che lui disprezza e ama allo stesso tempo. Una città in cui, in fondo, sarebbe anche un bel posto in cui morire.
Confesso che sulle sponde del Mar delle Sabbie vorrei viverci in eterno e fluttuare nel campo gravitazionale di Saturno, presenza gigantesca che occupa mezzo orizzonte. Tornare ogni volta qui, su queste sponde abbacinanti: un ciclo che si ripete. (p. 257)
Il mutamento della società, una società fascistoide come la definisce Pecoraro, è un altro aspetto che è centrale. La politica si è impadronita dei mezzi di comunicazione, in una nazione che è già culturalmente debole, e questo per il protagonista è la fine del mondo da lui conosciuto. É la fine della libertà, dei suoi valori, del suo futuro. Lui non lo vedrà, ma cosa resterà del suo mondo? Questo, genera nell'anziano paura, celata da rabbia, insoddisfazione e frustrazione per una società capitanata da persone di scarsa qualità, prive di meriti e che a ogni parola pronunciata, riescono a svuotare l'animo di chi li ascolta.
L'avanzare del tempo, l'impossibilità di fermarlo o tornare indietro, ai tempi in cui si stava meglio, fa sì che col tempo ci si debba lottare, fino all'inevitabile resa dei conti e accettazione della verità: quel mondo non esiste più e per quanto non vogliamo ammetterlo, anche noi non siamo più gli stessi. Questo però non rende il protagonista schiavo del suo tempo e quindi, arrendevole: la sua ribellione al sistema, allo scrolling perenne, alla Rete sovrana e all'epoca in cui rimanere concentrati è retaggio di pochi, gli dà simbolicamente la forza di lottare per il mondo in cui crede.
Questo saggio, che è un lupo vestito da romanzo, ha in sé la chiave di lettura per sperare in un futuro migliore. Nonostante il pessimismo e la spietata e lucidissima sincerità, Pecoraro ci consegna un manuale di difesa personale capace di portare avanti la tradizione, ma senza volerci insegnare nulla. Qui risiede la sua grandiosità.
Carlotta Lini
