Daddy è un romanzo che affronta il desiderio non come esperienza liberatoria, ma come luogo di frizione, di proiezione e di potere. Nicola Gardini costruisce una narrazione che prende avvio da una perdita, la morte della moglie dopo trent’anni di matrimonio, e si sviluppa come un’indagine sull’ossessione, sul bisogno di essere visti e sulla difficoltà di abitare il proprio corpo quando l’età, la memoria e il desiderio non procedono più in sincronia.
L’ingresso del protagonista su Grindr non è raccontato come una scoperta eccitante, ma come un passaggio esitante, quasi difensivo. Il desiderio torna, ma è subito accompagnato da vergogna, autoironia e paura del ridicolo:
Mi era tornata la voglia di sesso. E allora? Meglio non pensarci. Ero diventato vecchio e malinconico. Mi facevo schifo. (p. 9)
Il corpo, prima ancora di essere desiderante, è giudicato, svalutato, messo sotto accusa. Il sesso non appare come un diritto naturale, ma come qualcosa che deve essere giustificato, soprattutto quando arriva “all’antivigilia dei sessanta”. È in questo contesto che il protagonista scopre di incarnare uno dei ruoli più richiesti dell’immaginario gay contemporaneo: il daddy. Figura protettiva, esperta, apparentemente solida, il daddy diventa una maschera che promette potere e riconoscimento. Tuttavia, Gardini non indulge mai nella celebrazione del ruolo: lo usa piuttosto per mostrarne l’ambiguità. Il desiderio che attraversa il corpo non è mai innocente, perché implica sempre una dinamica di rispecchiamento e di appropriazione. Non a caso il romanzo afferma con chiarezza teorica:
Il sesso, a parte essere una fonte di piacere immediato, è nella sua forma assoluta lo sforzo di diventare l’altro.
Rispose: «“mmm i love the idea”. Quanto adorai quelle tre “m”! E quel “love”! Bastarono così pochi segni a fissare la mia mente sulla chimera di un secondo incontro.» (p. 53)
Gardini coglie con precisione chirurgica il meccanismo dell’illusione: il linguaggio digitale, ridotto a poche lettere, diventa terreno fertile per una costruzione fantasmatica del legame.
Quando l’illusione si infrange e Adrians si rivela un narcisista freddo e indisponibile, il romanzo non si chiude. Al contrario, si apre.
Le nuove avventure sessuali non producono consolazione, ma riportano a galla l’irrisolto del passato. È qui che Daddy assume la forma di una vera e propria educazione sentimentale tardiva, in cui il desiderio presente dialoga incessantemente con l’infanzia e l’adolescenza.
In uno dei passaggi più duri del libro, il protagonista ricostruisce il proprio rapporto con il genere, la famiglia e lo stigma:
“Omosessuale”, a ogni modo, in casa nostra non si diceva. Mio padre […] usava una terminologia assai meno raffinata. (p. 45)
Il ritorno del padre, quello genetico, autoritario, giudicante, mostra come il daddy adulto non sia altro che il risultato di una lunga stratificazione di ruoli interiorizzati, di ferite mai completamente elaborate. La forza del romanzo sta nella sua capacità di tenere insieme introspezione e ironia, dolore e lucidità.
Gardini non cerca mai la redenzione facile. L’amore non salva, il sesso non risolve, l’ossessione non guarisce. Eppure, scrivere e desiderare restano gesti necessari, tentativi imperfetti di dare forma a una mancanza che non può essere colmata del tutto.
Daddy non è, dunque, una semplice storia d’amore, ma il racconto di un desiderio che si misura con il tempo, con il corpo che cambia e con i fantasmi familiari che tornano a chiedere conto. Nel panorama della narrativa italiana contemporanea, il romanzo di Gardini si distingue per la lucidità con cui affronta il desiderio maschile maturo e per il rifiuto di ogni semplificazione consolatoria. Daddy è un libro che chiede al lettore di restare nell’ambiguità, di accettare che la felicità non sia un approdo, ma una tensione continua, una preghiera ostinata che attraversa il corpo e la memoria.
Alessia Alfonsi