«C’è un insostenibile vuoto di tenerezza, oggi». Eros e disobbedienza nel dirompente romanzo di Andrea Tomaselli, "L’anno del dionisiaco"


 
 
L’anno del dionisiaco
di Andrea Tomaselli
Aculei Edizioni, dicembre 2025

pp. 240
€ 16,90 (cartaceo)

Dire un sì coraggioso alla vita – dichiara Nietzsche ne La nascita della tragedia. Questo è ciò a cui è chiamato l’uomo: abbandonarsi a un fluire incomprensibile che si può solo attraversare, mai dominare. Il mondo, come avevano intuito i Greci, non è solo parvenza di un razionalismo armonico, misurabile in cause ed effetti (apollineo): è anche dinamismo primordiale, non soggiogabile, caotico (dionisiaco). Ma cosa accade quando l’uomo occidentale, per difendersi dalla paura della dispersione e del dolore, si addomestica, rifugiandosi in un’illusione di stabilità, ordine e progresso? Succede che Dioniso irrompe, con la distruzione con cui si impone il represso, spezzando ogni falso equilibrio e sconfinando le recinzioni della morale condivisa. 

Possiamo definire L’anno del dionisiaco (Aculei Edizioni, 2025) di Andrea Tomaselli un capolavoro dirompente, che mescola con l’artifizio della letteratura, dove tutto è concesso, le più occultate contraddizioni del nostro tempo. Protagonista è Semèle la professoressa Onetti – docente di lettere in un istituto professionale a Settimo Torinese. Libera, sfrontata e marchiata dal sigillo di una antica violenza subita, distruttiva e rivelatrice, combatte con un sistema scolastico che mortifica i ragazzi, trasformandoli in pedine prive di pensiero critico e creatività. Questa tensione costante, che la fa vivere ‘contro’ – i colleghi, lo stato, il capitalismo – la spinge a una scelta pericolosa ed estrema, destinata a mettere in crisi ogni codice di approvazione sociale: intraprendere una relazione d’amore con Marés, suo alunno a un passo dal perdersi, nel tentativo di salvarlo. 

Io ho cercato, ma le parole, con lui, non bastano, le poesie, i film, provocarlo, non basta. Bisogna invitarlo ad aprire quelle palpebre, le più esterne, sottili come petali, con le parole anche, ma non parole che si pronunciano ad alta voce, per tutti, alla luce del sole; servono parole sussurrate al suo orecchio. Bisogna accompagnarlo a sollevare le palpebre successive, friabili come scheletri dei ricci marini, accarezzandole teneramente, come si fa con le creature in estinzione. E aiutarlo, ancora, con le palpebre più resistenti, elastiche come colla, che vanno sciolte con una saliva scabrosa. E infine le palpebre più dure, che sembrano impossibili da schiodare, che bisogna spaccare come pietre, con la violenza dell’impensabile, l’invenzione del mai fatto, col trasporto di chi non ha timore, nemmeno di Dio. Qualcuno deve farlo, e devo essere io. Perché io so. Perché io vedo. Non ho la sua età, sono la sua professoressa, ma anche l’unica che, invece di un disadattato, in lui vede un selvaggio sopravvissuto, invece di un delinquente, uno che sa ancora disobbedire alla Grande Seminatrice. (pp. 49-50)

La lingua qui è carnale e immaginifica, capace di muoversi tra il concreto e il simbolico senza per questo generare disorientamento. Il tono, tuttavia, non è esclusivamente lirico: la coesistenza di registri diversi restituisce anche sezioni narrative in cui lo stile si fa più descrittivo, talvolta quasi saggistico. Questo non produce disarmonia tra le parti, né compromette la credibilità complessiva della narrazione; al contrario, le conferisce dinamismo, dando forma a una dimensione di sintesi che contiene, metaforicamente, Apollo e Dioniso insieme. 

La voce autoriale si afferma così con autenticità e carattere, coniando espressioni originali e volutamente desuete per nominare il conformismo tiranneggiante in cui siamo quotidianamente immersi: la Grande Industria, il Grande Pensiero, la Grande Seminatrice, di chiara ispirazione orwelliana. «Scrivere il romanzo è stato come un conato, un atto psicomagico» – dichiara Tomaselli – «come accade a un corpo che si è avvelenato e deve vomitare per salvarsi».

Di frequente accade che a fungere da motore per la stesura di un libro sia un’urgenza sociale: il tentativo di sensibilizzare, sfruttando la natura polisemica della parola, su argomenti di interesse collettivo, spesso poco battuti. Non sempre, però, questo nobile intento si traduce in un’opera di autentico spessore letterario, che, oltre a una riflessione etico-sociale, coinvolga anche le emozioni. L’anno del dionisiaco riesce in entrambi gli scopi, ed è per questo meritevole di attenzione e apprezzamento. Intanto, il romanzo è dirompente per i contenuti che offre: un ritratto realistico delle derive della scuola contemporanea, criticando un sistema che ha smesso di educare i ragazzi e contattare la loro unicità per riempirli, piuttosto, di nozioni prive di sentimenti. Accanto a questo, tratteggia una visione anticonvenzionale del sesso e dell’amore, destrutturati nelle forme ‘apollinee’ con cui la società occidentale li ha storicamente inglobati – tabù di cui è sconveniente parlare apertamente – per restituirli in una veste ‘naturale’, svincolata dalla colpa e aperta a esperienze estatiche e poliamorose. Dionisiache, appunto. Ma non sono solo i contenuti a rendere la lettura di Tomaselli memorabile: decisivo è soprattutto il modo in cui questo caotico materiale umano si traduce in scrittura. 

Una delle principali sfide per chi legge L’anno del dionisiacoinfatti, consiste nel non sottrarsi alla rappresentazione di un tema disturbante e provocatorio, anche alla luce di recenti casi di cronaca che hanno infiammato il dibattito nell’opinione pubblica: come spiegarsi, senza rifugiarsi in sentenze dogmatiche, una relazione sessuale tra una professoressa e un adolescente? Eppure, nel romanzo di Tomaselli il punto non diventa approvare o condannare la decisione di Semèle, né aderire alla visione del mondo proposta dall’autore, quanto piuttosto sostare, per il tempo della lettura, nella complessità del reale. Una complessità di impulsi che sfuggono all’ordine e al controllo, che andrebbero conosciuti ed esplorati per essere disinnescati della loro potenza distruttiva, che il romanzo restituisce senza semplificazioni o riduzioni ‘apollinee’. Lo scopo non diventa, allora, costruirsi un’opinione, ma imparare a stare nell’idea altrui senza respingerla, negarla o condannarla a priori, per un bisogno – anch’esso, profondamente umano – di contenimento. Grazie alla solida costruzione narrativa, il lettore riesce così a entrare nei ragionamenti di Semèle, senza però perdersi. È questo il potere della letteratura quando viene praticata con devozione e ricerca, artistica tanto quanto esistenziale: amplificare la complessità del reale, condurvi il lettore e riuscire, nondimeno, a contenerlo entro l’esperienza finita e trasformativa della lettura.

L’anno del dionisiaco è dunque un testo da divorare e da cui venire divorati. La tensione continua tra apollineo e dionisiaco, che diventa conflitto quando degenera in una lotta per la sopravvivenza anziché tradursi in un percorso di individuazione, invita il lettore a scomodarsi. L’armonia, sembra dirci il romanzo, non nasce dalla repressione, ma da una ricercata convergenza di opposti, quelli che abitano in ciascuno di noi e nella società di cui siamo parte: luce e ombra, conscio e inconscio, contenimento ed estasi. Parallelamente, Tomaselli offre un atto d’accusa lucido e mai banale su alcuni nodi strutturali del sistema scolastico contemporaneo, maturato con unesperienza ventennale da docente. Un tema, anche questo, tanto urgente quanto attuale. 

Un plauso conclusivo va ad Aculei Edizioni, la casa editrice indipendente che ha scelto questo romanzo come prima pubblicazione, facendone il proprio biglietto da visita. Se l’intento della neonata realtà editoriale è indagare «gli spazi acuminati del sapere», invitando alla riflessione critica, la scommessa su L’anno del dionisiaco può dirsi pienamente riuscita. Resta ora da capire se noi lettori siamo pronti a fare la nostra parte.

Giulia Tardio