«Siamo ombre folli e viviamo nell’Ade»: l'imperdibile epistolario tra Stefan Zweig e Joseph Roth



Ombre folli. Lettere 1927-1938
di Joseph Roth e Stefan Zweig 
Adelphi, 30 gennaio 2026

Traduzione di Ada Vigliani

pp. 516
€ 30,40 (cartaceo)
€ 22,99 (e-book)


Per oltre dieci anni Joseph Roth e Stefan Zweig si scambiarono lettere molte intense e sincere, in cui non condividevano soltanto riflessioni sulla letteratura o sulla drammatica situazione politica austriaca ed europea, ma anche i loro personali affanni. Entrambi figli della Felix Austria, dopo avere vissuto quelli che il loro concittadino Kraus aveva definito Gli ultimi giorni dell'umanità, si avviano ad essere testimoni (e anche lucidi interpreti) del naufragio dell'Europa nelle spire dei totalitarismi.
Zweig, negli anni che vanno dal 1927 al 1938, era all’apice del successo e l'epistolario, soprattutto nelle lettere iniziali, risente di un'asimmetria, quasi fra un maestro e un discepolo. 
Ma non è solo la popolarità e l'età anagrafica che li differenzia. Zweig appare più saggio, più centrato in se stesso. Roth vive una situazione di disagio causata dalla malattia mentale della moglie e dal suo alcolismo, che aggravavano una situazione economica in costante crisi, a causa della sua tendenza a spendere.
In un un mondo che si sgretola e in cui gli intellettuali lasciano la Germania e l'Austria, loro due riconoscono che «l'amicizia è la vera patria» (p. 208). Tuttavia, l'epistolario mostra che la loro amicizia fu tutt'altro che pacifica, spesso sferzata da rimproveri che si muovono l'uno all'altro. Roth non intende più indugiare nella speranza che il nazionalsocialismo sia una barbarie episodica e destinata a tramontare e rimprovera  Zweig per il riserbo e 
per la rassegnazione dunque, di cui ha dato troppo apertamente prova. E Lei non è stato il solo. Poiché anche Thomas Mann e molti altri uomini alla Sua altezza hanno assunto questo atteggiamento, la rassegnazione è ormai divenuta sentire comune in gran parte delle persone perbene, che avevano sperato in tutti voi. [...] E per troppo tempo coloro che rappresentano la « coscienza del mondo » si sono mostrati sordi e hanno temporeggiato. Se cominciano adesso, solo adesso a parlare, saranno gli altri a mostrarsi sordi. E tutto questo prescindendo comunque dal fatto che, personalmente, io non ho alcuna considerazione della cosiddetta « coscienza del mondo ». Il mondo non ha mai avuto una coscienza. Il mondo ha conosciuto momenti di grazia e momenti di disgrazia. (pp. 209-210)

Affiora nettamente la differente concezione dei doveri dello scrittore, per entrambi. Roth si mostra combattivo e pronto a osteggiare la deriva dittatoriale attraverso i giornali, per scuotere l'opinione pubblica. Zweig, invece, crede che lo scrittore debba parlare solo attraverso le proprie opere. 

Non ho né la capacità, né la vocazione, né l’attitudine per svolgere il ruolo di Pontifex maximus e haruspex litteraris, l’essere investito di obblighi mi opprime, mi tormenta, mi agita, il profluvio di corrispondenza e di carta stampata mi disgusta: un istinto nomade, in me profondamente radicato, magari di lontana ascendenza ebraica, si ribella a uno stile di vita che di colpo mi è stato imposto dall’esterno, e forse sono l’unico fra gli scrittori di fama che cerchi di mettere un potente freno al proprio successo. Non do più la mia adesione a nulla, non faccio più letture pubbliche, sono terrorizzato all’idea che, dopo un trentennio di letteratura, ci si attenda di trovare in me ogni anno dei prossimi venti uno scrittore fertile e versatile [...] Sono finiti quei tempi così piacevoli in cui gli scrittori potevano permettersi di tacere per dieci anni, oggi  la cattiva memoria della gente esige continuità di produzione, vuole che il rubinetto sia sempre aperto, e io invece ad altro non aspiro che a metamorfosi, interruzioni, cambiamenti. (pp. 28-29)

Più affini sono le loro posizioni in merito all'ebraismo e all'identità dell'Austria («questo oggetto inesistente», la chiama Zweig). L'epistolario mostra la statura di due giganti della letteratura del Novecento, il loro entusiasmo nel leggersi a vicenda, nello scambiarsi consigli, nel conoscere fino in fondo le caratteristiche più profonde dello stile dell'altro. Ma, soprattutto, a sapere che scrivere non è un passatempo edonistico o un afflato narcisista. Così Zweig richiama all'ordine l'amico, quando indugiava nella depressione e nell'apatico abbandono della penna:

Pensi al Suo compito, cui Lei deve far fronte al meglio, senza deflettere, Lei non appartiene a se stesso e a Sua moglie, bensì a un’intera generazione, che da Lei (io lo so) si aspetta opere importanti». (p. 40)

Con un'interessante prefazione di Ada Vigliani e una bella postfazione di Heinz Lunzer, un apparato di note e indice di nomi, Ombre folli è un gioiello immancabile nella biblioteca di chi - come la sottoscritta - studia e ama la cultura austriaca, ma anche per chi vuole strumenti per comprendere problemi ancora scottanti nel mondo attuale (sionismo, libertà, ruolo degli intellettuali) abbeverandosi alla fonte di due maestri.

Deborah Donato