Umberto
di Roberto Cotroneo
La nave di Teseo, 13 febbraio 2026
L'ho conosciuto il giorno prima che iniziasse la sua vita da celebre scrittore. Il nome della rosa era uscito da poco più di due mesi e il suo sguardo era ancora quello di un brillante professore, molto noto, anche fuori dall'Italia, negli ambienti universitari e editoriali. Il cognome spiegava bene la sua maniera di lasciare tracce per il mondo. Eco era un'eco. Una voce che correva dappertutto come qualcosa che era entrata a far parte della coscienza intellettuale di chiunque. (p. 9)
L'incipit mette subito in chiaro che Cotroneo significativamente, ma è una finzione narrativa, lo ha incontrato il giorno prima che il professor Eco venisse investito da un tipo di fama e clamore mediatico che solo pochissimi scrittori hanno conosciuto in vita. Quindi, prima del Big Bang come personaggio pubblico, si situa la scintilla della memoria di Cotroneo. Ma ciò non fa di Umberto un libro di rivelazioni private o tantomeno di scoop. Il paradosso del libro di Cotroneo è che di Eco non è né un ritratto pubblico, né privato, ma quasi un'ermeneutica insieme personale e collettiva di una figura di intellettuale che manca alla cultura italiana, che dopo la sua scomparsa sembra ripiegata in una marginalità internazionale e in un vuoto chiacchiericcio.
Un'ermeneutica, perché per parlare di Eco Cotroneo parte da sé. Come potrebbe essere altrimenti?
(e qualcuno dirà che sto scrivendo su di me con il pretesto di scrivere di Umberto, e pazienza, pazienza ancora se non si comprende che anche questo è un mio modo per non disturbarlo). (p. 83)
Ogni rammemorazione ha senso solo se è un'attualizzazione, non nel senso di una modernizzazione (Eco, tra l'altro, continua ad essere molto più moderno dell'attuale cultura italiana) ma di una domanda che noi poniamo allo scrittore ricordato a partire dalle nostre esigenze presenti. Nulla di museale.
Le domande da cui parte Cotroneo sono stringenti come ogni domanda che si pone alla propria coscienza: «Cosa non gli ho chiesto? Quante volte l'ho visto dal giorno in cui l'ho conosciuto? E quante volte avrei potuto vederlo?» (p. 16). Il primo incontro fu in una libreria, ad Alessandria. L'ultima volta a Camogli, per il Festival della Comunicazione. Per una comunicazione che, alla fine, non ci fu a causa di un allarme meteo.
Ci salutammo lì. Per quanto possa apparire troppo semplice fu davvero un "Ciao Umberto" e un "Ciao Roberto". Funzionava così. Nel nostro mondo (mio e suo) non si aggiungeva: ti chiamo, ci si vede, magari a Milano, forse a Roma, ti mando quel testo, mi dici cosa pensi di quest'altra cosa? (p. 18)
Negli ultimi tre romanzi - continuiamo a usare la definizione romanzo per comodità - di Cotroneo giriamo intorno al tema dell'addio. Qui lo slittamento è stato opposto a quello cui facevo riferimento all'inizio: si è andati da una dimensione privata (La cerimonia dell'addio) a una che interseca una dimensione pubblica; ne La nebbia e il fuoco l'addio ad Aldo diventa ripensamento dei valori della Resistenza, dell'insegnamento come testimonianza di un coraggio silenzioso e in Umberto l'addio è non solo ad una figura di intellettuale irripetibile, ma ad un orizzonte comune di cultura, di dibattito, di polemica e condivisione, che oggi appare fatalmente tramontato. Oggi tutti quanti siamo quelli che scrivono con i pollici (p. 16), come disse Eco a Cotroneo, notando il modo in cui scriveva con lo smartphone.
Dire che Umberto parla di addio non significa, però, definirla un'opera di commiato. Per due ordine di motivi. Il primo è che la cultura italiana non ha ancora realmente assimilato la portata dell'opera di Eco:
Per farlo bisogna continuare a leggere, capire quelle pagine, i suoi romanzi; c’è un patrimonio immenso, di testi diversissimi, dal saggio accademico, al romanzo, al pastiche. Una carta geografica per comprendere questo tempo, il presente e il tempo futuro. Una enciclopedia eccentrica, fatta di punti diversi, saperi che si formano e si ricompongono in modi inaspettati. È la sua maniera per tenerci tutti incollati alle sue pagine. (p. 51)
Il secondo motivo è che Cotroneo non può prendere commiato da Eco perché lui è il quadro del suo fantasma, parafrasando Roland Barthes. Disegnando il ritratto di Eco, Cotroneo traccia, in absentia, il proprio.
Come disegnare (in modo non narcisista, intendo) il proprio ritratto se non mettendo a fuoco quello dei propri maestri? Cotroneo lo aveva fatto con La nebbia e il fuoco, anche lì vi era Alessandria, la città dai grandi spazi, c'era il riserbo e la diffidenza, lo stesso pudore con cui veniva presentato ai lettori Aldo, adesso viene usato per presentare Umberto Eco, che apparentemente non ha bisogno di presentazioni. Eppure, «in lui tutto è il recupero di qualcosa di perduto» (p. 27): il secondo libro della Poetica di Aristotele ne Il nome della rosa, la chiave di decrittazione ne Il pendolo di Foucault, la memoria ne La misteriosa fiamma della regina Loana, l'isola che non si riesce a raggiungere ne L'isola del giorno prima. Ma la ricerca di qualcosa di perduto non riguarda solo gli intrecci dei suoi romanzi. La ricerca che compie Roberto Cotroneo intorno ad Eco è il tentativo di narrare l'ineffabile, che era in Eco e che è in ogni scrittura, perché - come dice Barthes - «là dove tu non sei: è l'inizio della scrittura».
Vale per tutti e quasi tutti gli scrittori oggi lo hanno rimosso e lo hanno dimenticato, persino rinnegato. In questo mondo di autori che stanno dove sono i loro libri, la scrittura non inizia mai. I propri libri, e quelli di Umberto in particolare, sono là dove lui non era. Cercavo delle tracce. Come lui scriveva nel Pendolo di Foucault: “Sono ancora una volta Sam Spade, che cerca l’ultima traccia. E così ho trovato il testo chiave.” (p. 66)
Cotroneo ammette di non credere più all'esistenza del testo chiave. Il rischio di occuparsi di segni è scoprire che, sebbene sappiamo metterli in relazione e farli significare, alla fine non riusciamo a metterli in relazione con il mondo. Come un novello Adso, Cotroneo ci consegna la malinconia del nominalismo, nel quale «le uniche verità sono strumenti da buttare» (p. 67). Analogamente, anche di Eco non sappiamo nulla se non attraverso i suoi libri. I romanzi e i saggi che ci ha lasciato sono il fenomeno che non ci consente di attingere al Noumeno che lui era. Il libro di Cotroneo, quindi, lungi dal voler scoprire chi fosse Eco, lo ri-vela nel senso etimologico del termine: lo vela nuovamente, lo segue nei suoi labirinti per lasciarlo essere un enigma.
La nostalgia di cui narra Umberto è quella di avere perso probabilmente l'antidoto che Eco metteva alla propria malinconia: il motto di spirito, la boutade, il paradosso. La figura intellettuale di Eco era basata sul bilanciamento di queste due anime. Nella memoria di Cotroneo, i frammenti che riaffiorano
virano più sulla nostalgia. Quella della nebbia, degli orologi fermi di Sylvie, del finale del Pendolo di Foucault, del tempo da riavvolgere nell'Isola del giorno prima. (p. 69)
Scriveva Nietzsche che «si ripaga male un maestro, se si rimane sempre e solo un discepolo», eppure in questo nostro tempo in cui l'irriconoscenza è diventata lo stile di chi crede di avere inventato tutto da sé, il fatto che Cotroneo torni a parlare del suo maestro, indica la volontà di difendere ciò che un tempo era considerato il compito di chi faceva cultura: sedersi sulle spalle dei giganti.
Ed un gigante Umberto Eco lo è stato:
Colpiva la sua straordinaria erudizione, ma non era l’unico erudito. Colpivano le sue competenze eclettiche, ma non era l’unico eclettico, colpiva la sua sensibilità verso i nuovi saperi e la modernità, ma anche altri avevano questa peculiarità, colpiva la sua passione per la maieutica e per l’insegnamento, ma anche altri erano e sono eccellenti professori, colpiva la sua sapienza narrativa, ma ci sono scrittori nel mondo che possono dialogare con lui alla pari. Eppure nessuno possedeva tutte queste cose assieme. E soprattutto nessuno aveva quella capacità di elaborazione del sapere, quell’uso dell’intelligenza. (p. 26)
Quelle impalcature erano state il mio gioco per più di trent’anni, e ora dove potevo arrampicarmi, ma soprattutto nascondermi? (p. 115)
