Atusparia
di Gabriela Wiener
Il Saggiatore, febbraio 2026
Traduzione di Elisa Tramontin
pp. 256
€ 20 (cartaceo)
€ 12,99 (e-book)
Parlammo euforici dell'Atusparia. Degli anni meravigliosi. Dei sogni rivoluzionari. Dei blackout. Della paura. Del terrore. Della dittatura. Dei desaparecidos. Dei prigionieri. Del morti. Mi bevvi quattro piscos e quattro birre. Lui pure. Ci incupimmo parlando del Paese, di ciò che ci faceva male. Del fatto che questa cosa andava chiamata con il suo nome: dittatura. Del coraggio delle comunità contadine e delle loro ribellioni puntualmente represse. Sì, ci trovavamo in un nuovo ciclo che finisce sempre con uno spargimento di sangue indigeno. Gli dissi che sarei andata a Puno, avevo deciso: Ho parlato con delle compagne che stanno lì in prima linea, da mesi vengono qui come parte della Marcia a Lima, Domingo, mi hanno invitato a unirmi a loro e non ho comprato il biglietto di ritorno. (p. 144)
Gabriela Wiener, già autrice di Corpo a corpo (2012) e Sanguemisto (2022) pubblicati da La Nuova Frontiera, torna con un romanzo dal titolo rivelatore che ci racconta la storia di una donna ambigua, indecifrabile, contraddittoria, viva in un periodo storico tragico del Perù, segnato dalle violenze di Sendero Luminoso, un'organizzazione guerrigliera socialista.
Atusparia ha un significato triplice: è il nome di Pedro Pablo Atusparia, politico e attivista per i diritti degli indigeni di origine quechua, realmente esistito, forse assassinato e forse no; è il titolo della scuola dove cresce la nostra protagonista, dapprima di stampo sovietico, poi decaduta, infine ricostruita; ed è anche il nome che sceglie di adottare, come fosse d'arte, proprio lei, nella sua militanza che causerà anche la sua rovina.
Il testo parte proprio con Atusparia bambina: la scuola, gli inni in russo, le lezioni di scacchi, l'amica da battere, il ragazzino da corteggiare, il colonialismo e i suoi inganni, i diritti degli indigeni calpestati, la sua fede negli insegnanti, soprattutto in Asunción Grass, educatrice dura, ferma, comunista, attivista. Il loro legame si interrompe quando Atusparia è ancora alle elementari, ma il testo ci racconta che si ritroveranno molti anni dopo, in una guerriglia tra manifestanti e polizia, e che si riconosceranno tra i morti.
Atusparia è una bambina ubbidiente, vuole essere vista, applaudita. La sua famiglia è assente, perciò confluisce tutte le sue speranze nella scuola. Poi, dopo l'assassinio del preside da parte di Sendero Luminoso, tutto decade. Lei cresce in un complesso popolare chiamato "la Resi", e si lascia degradare da un rapporto con un ragazzo più grande di lei, Pisco, comincia a drogarsi, viene abusata, compie dei gesti violenti a sua volta che, molti anni più tardi, metteranno una croce nera sulle sue ambizioni politiche. Difatti, dopo varie vicissitudini, Atusparia riesce ad arrivare al vertice della piramide, quasi a un passo dalla candidatura a presidentessa, ma qualcosa ovviamente va storto.
Non so come siano coincise la guerra intestina, il terrorismo, i desaparecidos, la peggior crisi economica della nostra storia, la caduta del muro di Berlino, la fine del comunismo, l'inizio di una nuova dittatura, ma questo è ciò che chiamavamo i nostri tempi. Me ne sono resa conto che ero ancora lì, a finire le superiori nella mia scuola cancellata, in quella scenografia da videogioco horror che era la Resi, il complesso residenziale in cui vivevo con i miei genitori. A loro non fregava niente di quale fazione della guerra, ormai più tiepida che fredda, avrebbe concluso la mia educazione. Non hanno calcolato che di me rimaneva ancora un bel pezzo da educare male, e l'hanno lasciato alla Dio vede e provvede. (p. 78)
E così viene educata male: cresce selvaggia, dura, ferma proprio come la sua educatrice più amata. Si unisce a una gruppo di militanza chiamato Movimento Rita Puma, composto da sole donne, indigene, povere, vedove, lavoratrici, insegnanti - insomma il proletariato e gli emarginati - per combattere al loro fianco. Lei e Asunción ne sono le leader, ma anche qui, dopo un idillio durato troppo poco, Atusparia si separa dal gruppo per perseguire la sua ambiziosa carriera politica. Lascia indietro le sue sorelle, attiviste, comuniste, reazionarie, lesbiche - terroriste, direbbe la dittatura - e si lancia verso le elezioni. Peccato che questo suo sogno sia considerato un tradimento, e quelle azioni violente che aveva compiuto da adolescente torneranno di prepotenza a chiederle il conto.
Se non fosse abbastanza, Atusparia ci parla anche dalla prigione El Aire, dove viene incarcerata proprio per la sua azione dissidente e sovversiva riconducibile al Movimento. La narrazione salta dalla prima alla terza persona, alterna forme narrative diverse - lettere, dossier, fiction, memoir - con focus insistente proprio sulla situazione sociale e politica del Perù in quegli anni: lo sfruttamento da parte dei Paesi più ricchi, l'indifferenza nei confronti degli indigeni, la povertà, la dittatura, le guerriglie, l'indottrinamento scolastico, una generazione (o forse più di una) allo sbando completo, cresciuta con nozioni contraddittorie e per questo facilmente plasmabile dagli "alti" poteri.
C'è tanto di attuale nel romanzo: l'ingiustizia, il colonialismo, le promesse della politica, l'azione attiva delle dissidenze messe a tacere con la violenza. Lo stile dell'autrice è scarno, senza fronzoli, diretto e spoglio, ma è capace di brevi fiammate poetiche e appassionate.
[...] Luce del mio petto tormentato, fiore della mia devozione, prendi la mia anima, il mio cuore, prendi la mia vita se è quello che vuoi, porto nell'anima un grande dolore e la speranza di sapere che mi basterà vederti per far sparire i miei dispiaceri. Rituale amoroso, la testa rinnova come il fuoco pulisce la canna del fucile, come il vento del sikuri soffia l'ichu nei canyon e dissipa l'amarezza dall'anima. Un fiore vede fiorire un altro fiore: così è ballare con una donna contro la morte. Strette in una ghirlanda vivente unita dalle mani di altre donne, maestra e discepola vanno a ballare la lotta del bene e del male, quella dell'oppressore e dello schiavo, come se andassero al carnevale della guerra, rivivendo il ritmo antico della terra e delle sue figlie. Cade la pioggia perché dicono che la madonna punisca gli eccessi del ballo ma benedica sempre i frutti della Pachamama. I caporales sferrano calci marziali in aria. Ballano gli awatiris, gli uomini tessitori rammendano e ricamano la loro liberazione. Le donne di Puno muovono le loro minigonne e i tacchi vibranti. Ma Asunción e Atusparia vanno come gli uomini, travestite da chinas diablas caporales, un corteggiamento senza frusta, la satira demoniaca dell'ordine e del caos. E al riparo delle altre, come all'interno di rifugi rocciosi, il condor e il puma, simboli della città del lago argentato dalla luna, le guardano pulsare sotto la notte. (p. 154)
Atusparia piacerà molto a chi ama le cronache delle dittature dei Paesi sudamericani narrati da chi in quei Paesi è nato e vissuto. In questo caso, da un punto di vista violento e femminista.
Deborah D'Addetta
