Rizzoli, maggio 2025
pp. 408
€ 18,05 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)
È il 1973 e a Campi Bisenzio esiste un luogo che si chiama Il Cantuccio.
Non è soltanto un casolare, né semplicemente un punto di ritrovo: è un microcosmo di accoglienza. Qui davanti alla Sylvania, il televisore da diciassette pollici capace di stregare, si discute, si ride, si litiga, si condividono pasti poveri ma saporiti. Le vite si intrecciano.
È qui che incontriamo fin da subito i personaggi eterogenei di questo romanzo. C’è Lettèria, siciliana, percepita come “diversa” in un contesto paesano che fatica ancora ad accettare ciò che non riconosce come proprio. C’è Angela, afroamericana, il cui corpo diventa segno visibile di alterità. E poi Irma, Gigione, Alfonso, Carlo detto "i’ Pugi": un affresco corale in cui ogni personaggio ha una voce viva e riconoscibile.
Ma soprattutto è qui che conosciamo Delia, l'ex partigiana anima del Cantuccio. È lei che ha dato origine a quello spazio come luogo di accoglienza ed è con lei che quello che sarebbe soltanto un edificio diventa casa.
Ma chi è davvero Delia, “Dio laico” del Cantuccio? E come è riuscita a trasformare un casolare in un rifugio?
La risposta prende forma attraverso le pagine del suo diario, che si alternano alla narrazione principale – con un cambio di narratore e persino di font – e ci conducono nel suo passato: è lì che comprendiamo da dove nascono il suo senso critico e il suo bisogno viscerale di accogliere.
Dal presente degli anni settanta, attraversato dal clima inquieto degli anni di piombo, il romanzo si muove cosi continuamente indietro verso gli anni del fascismo, sviluppando la narrazione su due piani temporali.
La madre è una pianista. Dopo il matrimonio e la nascita di Delia smette di esserlo. Non era stato un ordine, «era stato peggio. Aveva dovuto fingere di scegliere». (p. 111)
Poi il regime diventa presenza concreta, ingombrante. La dittatura entra nelle strade, nelle parate, nei gesti pubblici. Il 9 maggio 1938, quando Hitler e Mussolini «hanno camminato nella culla del Rinascimento» (p. 121) con Ranuccio Bianchi Bandinelli a fare da guida, Firenze si trasforma in teatro del consenso.
Ma tra la gente che applaude c’è un ragazzo dagli occhi azzurri che «stava fermo, tra la folla che danzava» (p. 194), disgustato.
Mi guardò.E fu tutto azzurro.[…]Lui era tutte le pagine strappate del babbo e le note mai suonate della mamma. (p. 123)
In quella immobilità Delia riconosce qualcosa che la riguarda. È il momento in cui la sua inquietudine privata si intreccia con la storia. Il sentimento per quel ragazzo nasce insieme alla consapevolezza politica: l’amore e la ribellione germogliano nello stesso terreno.
E quando più tardi arriverà la guerra, quella consapevolezza si tradurrà in scelta.
Attraverso il suo percorso di resistenza, Delia arriverà per la prima volta al Cantuccio nel 1944. Allora non è ancora il luogo di accoglienza che conosciamo nel 1973, ma «uno dei luoghi segreti dei partigiani, dislocati in varie parti di Firenze e fuori città, che servivano da rifugio per le persone liberate.» (p. 342).
La sua scrittura è fortemente toscana, musicale e ironica, capace passare dal sorriso alla commozione senza forzature.
L’impronta linguistica può inizialmente mettere alla prova chi non è toscano come me: i dialoghi in dialetto richiedono un breve adattamento, ma una volta superato lo scoglio diventano uno dei punti di forza del romanzo, perché restituiscono autenticità e ritmo.
Alcune frasi sembrano sussurrate, altre arrivano come uno schiaffo: anche la violenza del fascismo e delle torture è raccontata con delicatezza, ma senza edulcorarne la durezza. E accanto al dolore rimane sempre una luce: una battuta, un gesto d’amore, un personaggio che resta.
Il titolo è una chiave simbolica potentissima: non si casca lontano dall’albero, le radici contano. Ma suggerisce anche che, a seconda del terreno in cui ci troviamo, possiamo non riuscire a fiorire, anche se dentro avremmo tutto per farlo. Una quercia in un giardino di limoni appare fuori posto, eppure è capace di attraversare il tempo e le intemperie. Non cambia per adattarsi: resiste, proprio come Delia.
Il finale – che non si può raccontare – rilegge tutto con una luce nuova e lascia il lettore in silenzio.
Le querce non fanno limoni è un romanzo storico, ma sarebbe riduttivo definirlo solo così. È un romanzo sulle donne, sulla memoria, sull’eredità, sulla vergogna e sulla resistenza.
Le donne di questo romanzo fanno la rivoluzione, ma non una rivoluzione trionfante: farla significa mettere in conto la perdita, perché non si vince mai davvero, al massimo si ristabilisce un equilibrio.
È un romanzo sulla possibilità di restare, di non piegarsi, di continuare a scegliere anche quando non si vince perché, come il romanzo afferma con lucidità, per essere partigiane ci vuole la guerra, ma per resistere no: la resistenza non finisce con la storia, continua nei gesti quotidiani, nelle scelte silenziose, nel rifiuto di cedere alla paura.
E la forma più profonda di resistenza è contro la vergogna, quel mantello invisibile che spesso viene imposto alle donne per manipolarle e zittirle.
Leggendolo si ha spesso la sensazione di essere lì, in un angolo del Cantuccio, ad ascoltare le voci di chi lo abita e a leggere il diario di Delia. È uno di quei libri che non si leggono soltanto, si vivono: nelle emozioni, nelle scelte, nel coraggio di lottare e, a volte, nel coraggio ancora più difficile di saper lasciare andare.
E quando lo si chiude, resta la sensazione di aver abitato, per un po’, un luogo vero.
Una vita felice significa aver combattuto. (p. 380)
Elisa Pardi
