Un libro che si fa ode. Alla montagna, come modus vivendi, establishment filosofico, punto di partenza e di non ritorno. Vestigia del passato, nostalgia del presente e visione del futuro. Pura essenza, consustanziazione del corpo e dell'anima dello scrittore. Pierre Jourde, grande voce della letteratura francese, autore di romanzi, saggi, poesie, con questo suo Dalla montagna perduta, ci offre un libro non semplice da definire, di approccio complesso, denso fino a farsi materico, lieve fino a farsi della stessa materia delle nuvole. Non c'è nelle pagine l'urgenza di un racconto, di una catena di eventi non c'è l'ombra. Il lettore si trova costretto a rallentare, a seguire i passi lenti e cadenzati dell'autore e nel contempo è spinto a meditare, a farsi riflessivo, mentre cammina. Jourde ci invita a frenare la corsa dell'esistenza troppo piena e a meditare sui valori della vita.
Il libro è parte del ciclo della montagna, una serie di opere, a partire da Paese perduto, uscito nel 2019, che hanno per tema e ambientazione le montagne e i luoghi dell'Alvernia, la regione francese di cui è originaria la famiglia dello scrittore.
L'Alvernia è, nel cuore della Francia, l'incarnazione stessa del non-luogo. Una versione molto particolare del non-luogo che si spinge talvolta fino allo spettacolare, ma sempre un non-luogo. La particolarità dell'Alvernia è quella di non avere particolarità. (p. 30)
In realtà, per Jourde l'Alvernia è tutto. Il libro è un flusso continuo di ricordi, di sensazioni, suoni, profumi, sapori, colori che, nel tempo, hanno costruito la personalità dello scrittore e ne hanno definito la vita. Fin da piccolo Jourde frequenta questi luoghi, dove troneggia la casa avita, con il suo carico di memoria. E dove l'adolescente Pierre fatica a prendere sonno, nei lunghi soggiorni in cui decide di trasferirvisi da solo, fatica perché terrorizzato dai fantasmi che di sicuro la abitano. Ombre nere che si dissolvono al levarsi del giorno.
La montagna descritta nel libro è, al tempo stesso, materica e metafisica. Jourde narra di un mondo fatto di pietre, di cieli, di prati, di rocce silenziose, di mandrie a perdita d'occhio. Un mondo a volte ostile all'uomo, gli inverni sono duri lassù, ma che non lo scaccia. L'uomo c'è, semplicemente non è la presenza principale, non è il primum movens come nelle città, dove tutto si muove a partire dall'uomo, tram, treni, bus, metropolitane, auto, clacson, marciapiedi, scale mobili, ascensori tutto a misura d'uomo. No, nel mondo della montagna, tutto è a misura di Natura.
Anche i venti trovano lì la loro sorgente. Vi ruzzolano giù in cataratte ininterrotte, investono i muri, inondano i villaggi stipati di sotto. Bestie e persone arrancano in quelle correnti. Le si vede andare alla deriva sui sentieri, tra i flussi di foglie, rami e polvere, mentre negli strati superiori i nibbi nuotano leggiadri (p. 39),
Ma quanta poesia c'è in questa immagine? Par di vedere le bestie, citate prima dell'uomo, e le persone che cercano di procedere a dispetto dei venti mentre, più in alto, le nuvole non si curano degli esseri viventi, piccoli e lontani, e proseguono superbe nel loro alto volo.
Si potrebbero fare innumerevoli esempi e riprendere tante citazioni. Ma il bello è lasciarle scoprire pian piano. Perché Jourde racconta la sua terra, il suo paese, i suoi luoghi avvalendosi di una scrittura poetica, che non teme il gioco delle ripetizioni, anzi le usa per dare una musica alle parole, per farle scorrere secondo un ritmo segreto che è quello che consuona con l'animo dello scrittore. Siamo di fronte a una costruzione davvero particolare della scrittura, che non sarà stato per niente facile mantenere in traduzione (un grazie, quindi, alla brava Silvia Turato che ha cercato, nel possibile, di farci ascoltare quel suono, che non è altro che il suono della memoria o di tutto quello che conserviamo dentro di noi e che ci rende quello che siamo).
Nel dispiegarsi del libro ci accorgiamo che il tempo non esiste, o meglio, esiste solo nella sua circolarità che scandisce ogni periodo dell'anno. E ogni stagione porta quella consolante ripetitività di incombenze, coltivazioni, abitudini, mestieri, che fa sì che l'uomo si senta parte di un ciclo e questa stessa appartenenza diventa una consolazione, una rassicurazione. Si senta unito alla Natura e forgiato da essa. Un concetto, questo, del tempo che l'uomo moderno ha perso e che invece dirigeva le vite dei nostri avi. I miei nonni, quasi per ogni giorno dell'anno avevano un rito, un proverbio, un pensiero, un lavoro da fare, un certo cibo da mangiare (gli gnocchi per Sant'Antonio, i tortelli per San Rocco) e così ogni giorno acquisiva un suo valore. Oggi, nel frullatore dei tempi moderni e delle città, spesso facciamo fatica anche a ricordare che giorno è, se non leggiamo gli impegni sull'agenda o sulle note del cellulare. E la domenica spesso diventa soltanto una parentesi tra la marea delle incombenze che ci travolge.
Il libro non è però un'ordinaria operazione nostalgia, tutt'altro... è il tentativo dell'autore di riprodurre quel qualcosa che accomunava uomini, animali, natura e che è andato perso ed è il modo suo di raccontare le radici, ciò che lo lega indissolubilmente alla terra alverniate. Che diventa un paesaggio interiore, un luogo che racconta la vita e che quindi è anche fatica, dolore, morte. Ognuno può ritrovare in queste parole una consonanza, tutti noi abbiamo una terra, che la si abiti ancora oppure no, ma che ci parla di infanzia, di nonni, di tempo lungo e lento. Una terra della quale, se ci concentriamo, riusciamo ancora a ricordare gli odori, quelli che hanno scandito le nostre lontane giornate. Dalla montagna perduta è ambientato in Alvernia, ma potrebbe essere in ogni luogo, se solo ognuno di noi avesse la liricità di Pierre Jourde per descriverlo e raccontarlo.
Sabrina Miglio
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