Tornare indietro, e ripartire dalla Bagnara Calabra del 1772 non è semplice, specialmente dopo che I leoni di Sicilia e L'inverno dei leoni sono stati (e sono tutt'ora) bestseller acclamati. Eppure Stefania Auci non sembra affatto essere schiacciata dall'ansia: la terza parte della saga dei Florio è fresca e non risente di alcuna forzatura. Chi ha amato i primi due romanzi, si troverà estremamente a proprio agio per atmosfere e temi, ma anche per la narrazione di Auci, ben riconoscibile.
Perno dell'agire dei personaggi principali è il capofamiglia, Vincenzo Florio: a Bagnara Calabra tutti lo chiamano mastro Vincenzo, perché è un fabbro preciso e molto rispettato, come vuole la tradizione di famiglia. Uomo rigido e poco abituato a manifestare i sentimenti e le emozioni, Vincenzo non accetta che i figli possano prendere altre strade né che la moglie dissenta dal suo pensiero. È sposato da anni con Rosa, donna di grande saggezza, madre affettuosa e attenta ai figli, che porta in sé al tempo stesso il dolore per i figli mai nati e la gioia per quelli che stanno crescendo. Se il primogenito Domenico sembra seguire le orme paterne senza grandi tentennamenti, Francesco è invece un secondogenito più inquieto, vorrebbe cercare la propria strada lontana dalla forgia, ma come farlo accettare al padre? Le figlie, Mattia e Domenica (detta Menica) sono un sostegno impareggiabile per la madre, soprattutto dopo l'arrivo di Paolo e il parto difficile in cui è nato Ignazio.
Una famiglia numerosa, dunque, che Vincenzo Florio vuole veder prosperare all'insegna della tradizione e dell'onore. Ma che vorrebbe anche plasmare a sua immagine e somiglianza. Ecco perché quando, dopo un brutto scontro, Francesco scappa di casa, qualcosa si incrina. Il capofamiglia non sa se il figlio sia ancora vivo o meno, Rosa si strugge di dolore e invecchia precocemente, i fratelli e le sorelle non si danno pace, per quanto discutano poco della scomparsa di Francesco. Noi lettori, invece, seguiamo con apprensione le vicende piene di suspense del secondogenito dei Florio, incappato per caso in un gruppo di briganti sulle montagne e costretto a stare con loro e a ubbidire, se non vuole finire ucciso. Ma Francesco è un buono, in lui non si annidano sentimenti di rivalsa o rabbia: vuole solo tornare a casa, gli manca Rosa, si chiede con apprensione: “È questa, ora, la mia vita? Sarà sempre così?” (p. 41), e non sorprende che ai briganti risulti ingenuo quanto un caniceddu, un cagnolino smarrito. Eppure Francesco ha una forza che apprezziamo subito: la perseveranza e il desiderio di sopravvivere mantenendo saldi i suoi valori. In compenso, la montagna gli insegna anche qualcosa: Francesco rivaluta ciò che aveva a casa sua e a impara giudicare con meno fretta le vite degli altri, perché chi vive tra le montagne ha una storia, spesso brutale, che va rispettata.
Sono pagine avventurose e segnate da personaggi memorabili, quelle in cui è Francesco a farsi protagonista. Ma per lui Stefania Auci ha in serbo molto altro, che non possiamo anticipare per non rovinare la sorpresa. E così per gli altri personaggi vediamo susseguirsi colpi di scena che scrivono o riscrivono legami. Oltre alle vicende matrimoniali e familiari, intricate e animate, ne L'alba dei leoni troviamo tre grandi temi che attraversano tutto il romanzo.
Uno è il già citato brigantaggio, che è una delle minacce più sentite dagli abitanti di Bagnara; i criminali non sono però tutti uguali, e Auci trova modo nella prima parte del romanzo di presentarci un ampio spettro di ragioni per cui si può finire o scegliere deliberatamente di diventare un brigante. In particolare, un personaggio risulta più sfaccettato dei suoi compagni: Michele, che impariamo a conoscere e ad apprezzare, quasi padre putativo per Francesco.
Altro pericolo imprevedibile e sconquassante è la natura, che con i suoi terremoti rimescola crudelmente gli equilibri sociali e familiari, seminando morti e rovina. In più occasioni nel romanzo assistiamo all'impotenza di chi cerca solo di ripararsi, osservando senza poter fare niente la distruzione portata dalle scosse. Si prega perché la casa resti in piedi insieme ai suoi abitanti, consapevoli che in qualche modo, se ci si salva, si riparerà ai colpi della sorte.
Ma certamente l'intervento dei briganti e i favori o i colpi bassi della natura influiscono notevolmente sul terzo tema, ovvero sulla roba:
I soldi sono la cosa più importante. Terre, case, merci... Tutte le cose che hanno un prezzo stabiliscono la misura del tuo valore. Ed è vero in Sicilia, a Bagnara, a Napoli, a Livorno e in qualunque posto del mondo. [...] Se hai del denaro, la gente ti considera, ti ascolta, ti rispetta. Ricorda il tuo nome.
Se non hai niente, non sei niente. (p. 341)
Il tema verghiano, presente in tutta la saga di Auci, è centrale anche ne L'alba dei leoni. Fare un buon affare o perlomeno mettersi in casa una dote sostanziosa sono i criteri con cui vengono stipulati accordi matrimoniali: più volte non è l'amore a muovere la scelta; perlopiù sono gli interessi, come vedremo soprattutto nel caso di Paolo. E c'è anche chi rinuncia all'amore, perché non se ne crede all'altezza, per cui il sentimento «vivrà per sempre in ogni suo respiro, indifferente, superiore, alla realtà e alle sue leggi» (p. 394).
Sono questi anni di fine Settecento a permettere ai lettori di capire meglio la spinta al progresso, all'affrancamento che spingerà i Florio in Sicilia, a tentare la sorte con l'aromateria, trasformando una singola putìa, come sappiamo, in un impero imprenditoriale.
Anche per questa ragione, se qualcuno non avesse ancora iniziato a leggere la saga, suggerirei di partire proprio da qui, dall'Alba dei leoni, per godersi il cammino di una stirpe intera, che ha saputo cogliere le occasioni lanciate dalla Fortuna e ha cercato con tutta la sua forza di opporsi alla decadenza. Chi non avesse mai letto i romanzi della saga, troverà una narrazione affondata nella Storia (senza mai risultarne schiacciata), priva di vezzi e di passaggi inutili all'affabulazione. E tuttavia non si ha mai l'impressione di una prosa spoglia o affrettata; al contrario, Stefania Auci ha un grande senso dell'equilibrio: pur intrecciando fatti realmente accaduti a elementi finzionali, non si percepisce alcuno scarto o fatica. L'alba dei leoni conferma, invece, una fame di raccontare che non indugia nei dettagli, non specula sulle sofferenze altrui, ma ha soprattutto il desiderio di restituire l'unicità delle tante voci di un'unica stirpe.
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