La Parigi oscura e sublime di Brassaï: la collezione delle eliotipie del fotografo nella nuova edizione di "Paris de nuit"



Brassaï. Paris de nuit
di Brassaï/Paul Morand
L'Ippocampo, ottobre 2025

Traduzione di Ottavio Fatica

pp. 96
€ 39,90 (cartaceo)

Vedi il libro su Amazon

Sono sempre stata una fan di Brassaï, pseudonimo di Gyula Halász, fotografo ungherese naturalizzato francese che è stato attivo a Parigi a partire dal 1924, anno in cui si trasferisce nella Ville Lumière. In un primo momento corrispondente estero per alcune delle più importanti testate ungheresi e rumene, comincia poi - più o meno dagli anni '30 - a usare la fotografia per indagare i volti, i paesaggi, i tesori nascosti della città, influenzato dal surrealismo e da alcune sue frequentazioni di spicco, come Jacques Prévert e Henry Miller, e artisti da lui ritratti quali Salvador DalíAndré BretonAlberto Giacometti e Pablo Picasso. 

Nel 1933 pubblica la primissima edizione di Paris de nuit, il suo primo libro di fotografie, che arriva oggi a noi grazie a questa riedizione de L'Ippocampo. Il libro ebbe un successo clamoroso, tanto che Miller ribattezzò l'amico fotografo "l'occhio di Parigi"

Di questo testo fotografico Brassaï ha dichiarato: «Il surrealismo delle mie immagini non è altro che la realtà resa fantastica dallo sguardo. Io cercavo soltanto di esprimere il reale, perché nulla è più surreale… La mia ambizione è sempre stata far vedere un aspetto della vita quotidiana come se lo si scoprisse per la prima volta».

Si tratta dunque di una collezione di eliotipie (dal nome, procedimento che parte da un negativo per ottenere più copie mediante la luce solare): tecnicamente, si partiva da una lastra ricoperta di gelatina bicromata, che induriva con la luce del sole (da qui helio). Dove la luce colpiva di più, la gelatina diventava meno solubile. Poi la lastra veniva inchiostrata e usata come una matrice tipografica. Il risultato erano immagini (o testi) molto dettagliate, anche se realizzate di notte, come nel caso di questa collezione.
La differenza col dagherrotipo è che l'eliotipia è praticamente stampa, si produce una matrice e poi si possono tirare più copie di una stessa immagine; la dagherrotipia invece è pura chimica, e unica, l'immagine nasce direttamente sulla lastra d'argento e non esiste modo di copiarla. 
Viene da sé che questa tecnica, l'eliotipia, fosse la più indicata per un libro fotografico in serie.

La Parigi che Brassaï rappresenta è una Parigi oscura, misteriosa, come ripiegata tra le sue stesse grinze e increspature. Niente di lussuoso o di chic, come ci si potrebbe aspettare da un luogo così, ma al contrario una città che di notte racconta altre storie, altri personaggi, come dice la prefazione del curatore Paul Morand:

La notte non è il negativo del giorno; le superfici non smettono di essere bianche per diventare nere: in realtà non sono le stesse immagini. Scesa la sera tutto si è deformato in una divagazione crepuscolare, basata su prospettive e piani irreali; una creazione che non è necessariamente demoniaca (è troppo facile definirla così) ma che sorprende tuttavia e inquieta per la sua stranezza. Parigi, Capitale della Ragione, naviglio sempre a galla, Ville Lumière, ne è vittima al pari delle altre masse urbane. Si può anzi dire che, di notte, c'è una Parigi pericolosa che è come la somma di tutte le anime inquiete dei parigini, in fuga dalle loro bocche addormentate... Questa non è la Parigi che una tradizione romantica perpetua ingenuamente dall'età delle caverne degli Champs-Élysées nei Misteri di Parigi fino alla stagione assai poco rischiosa del Lapin Agile; io voglio parlare di un pericolo più serio, di quel rovescio dell'intelligenza diurna, di quel subconscio della nazione francese, tanto più ricco quanto più represso dietro un equilibrio apparente; il francese è conservatore di giorno e rivoluzionario nei sogni; fiore della civiltà ridesta, solo dormendo immerge nuovamente le radici stravaganti nel grande mistero universale. Ecco ciò che rende Parigi un luogo ben più temibile dell'angolo di bosco o delle bettole di Londra, Chicago o Berlino, che i giornalisti ci propinano a ogni passo (pg. 1)


 

Il volume è caratterizzato dalla dominante del nero, le ombre profonde, accentuate da brillanti sprazzi di luci artificiali: la metro, i café, i lampioni, le stazioni, i monumenti, il riflesso della pioggia sul selciato. I volti sono quelli delle persone comuni, passanti, lavoratori, ragazze che aspettano a un incrocio, stralci di vite rubate nell'attimo. I luoghi ci sono familiari: la Concorde, l'Arco di trionfo, la Tour Eiffel, la Senna, ma anche anfratti nascosti, parchi, industrie, cancelli, muri, stazioni dei treni, case di tolleranza, teatri, circhi appena chiusi. 

Le immagini sono così misteriose da sembrare provenienti da un altro mondo: riconosciamo la città, forse ci siamo stati, ma la sua rappresentazione racconta un universo altro, quello che vive di notte, in un tempo e uno spazio staccati da noi. 

Un volume imperdibile per gli amanti della fotografia, di Parigi e di Brassaï.

Deborah D'Addetta