Futuro anteriore, passato remoto. Antoine Volodine, "Terminus radioso"




Terminus radioso
di Antoine Volodine
66thand2nd, 2016

1^ edizione: Terminus radieux, 2014
Traduzione dal francese di Anna D’Elia

pp. 540
€ 19 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Vedi il libro su Amazon

Terminus radioso è considerato il capolavoro di Antoine Volodine, scrittore francese con evidenti radici russe, famoso per i suoi eteronimi e per lo stile visionario, sperimentale e non incasellabile in alcuna categoria predefinita.

Con Terminus radioso ci inoltriamo in uno scenario post-apocalittico, post-atomico, senza tempo: lungo lo scorrere delle pagine emerge qualche elemento che ci permette di immaginarne la dimensione spaziale, ossia una Russia dai confini indefiniti, distrutta e mortalmente inospitale, dove suolo, aria e acqua sono contaminate dalle radiazioni emesse dalle centrali nucleari collassate in seguito agli scontri fra l’esercito della Seconda Unione Sovietica e le milizie reazionarie. Il tempo della storia si evince a fatica attraverso frasi o fugaci descrizioni inserite qua e là nel narrato (la ormai remota fine di Internet, la ferrovia costruita centinaia di anni addietro e così via). Ancora più difficile è stabilire in modo preciso il tempo della narrazione, che fluttua di continuo fra il presente, il passato e (forse) il futuro.

Ma andiamo con ordine e occupiamoci dei protagonisti di questo romanzo incredibile: chi è il personaggio principale? L’ex soldato Kronauer, il suo commilitone Iliushenko, la bizzarra Nonna Ugul, lo spaventoso Soloviei, le sue tre figlie bellissime ma disorientanti nelle fattezze, letali negli agiti e dai nomi stranissimi? Chissà. Credo che Kronauer, che è colui che apre e chiude questo lungo romanzo (ed è anche uno degli eteronimi di Volodine), sia quello che più si avvicina alla figura dominante, ma è pur vero che il punto di vista della narrazione si sposta di continuo, e con esso le incursioni nella psiche dei protagonisti.

L’ambientazione: dalle prime pagine ci troviamo invischiati in un ambiente ostile, inospitale e pericoloso; la foresta in cui Kronauer si inoltra in cerca di aiuto per una compagna morente per le radiazioni è quasi impenetrabile dopo che le innumerevoli specie botaniche hanno ripreso il sopravvento nonostante il veleno presente nell’aria. Superata questa selva d’aspetto dantesco, giungiamo a Terminus radioso, un kolchoz altrettanto mefitico, sviluppato intorno a una pila atomica che viene alimentata (in senso letterale, come si farebbe con mostro in fondo a una caverna) dalla vecchia Nonna Ugul, che trascorre immortale e immune alle radiazioni gli interminabili giorni a prendersi cura del nucleo.

Altro personaggio chiave e di notevole caratura è l’imponente e carismatico Soloviei, il presidente del kolchoz, figura inquietante che invade sogni e pensieri di chiunque, stravolgendone mente e fisico.

Da qui in avanti si dipanano trame diverse, che si reincontrano e si dividono in un tempo inesistente, perché come scopriremo, qui si narra di persone che non sono più vive e non sono ancora morte, ferme in un limbo grazie alle cure di Nonna Ugul, che guarisce (si fa per dire) somministrando «acqua molto pesante, poi acqua molto morta, poi acqua molto viva, come avveniva nelle storie cantate dai bardi».

Terminus radioso è un romanzo imponente, cinquecentoquaranta pagine che sfidano la sospensione dell’incredulità ma proprio per questo fanno della lettura un’esperienza coinvolgente e profonda. Non parliamo, beninteso, di un romanzo di fantascienza ma di qualcosa di diverso: lo stesso Volodine, in un’intervista, sostiene che mentre la fantascienza è un futuro declinato al presente, in Terminus radioso ci troviamo in un futuro rivolto al passato, che tratta temi attuali al nostro tempo quali il crollo delle ideologie, la crisi della socialità, la personificazione del potere e, non ultimo, la progressiva distruzione dell’unico pianeta in cui ci è dato vivere. Ed è proprio per questi motivi che in Terminus radioso narrazioni edificanti e prospettive salvifiche non sono un’opzione plausibile.

Stefano Crivelli