Esiste una leggenda, spacciata poi per un fatto storico, sebbene non accertato, secondo la quale nel lontano 589 d.C. pare si sia tenuto, a Magonza, un concilio in cui alte cariche ecclesiastiche hanno discusso sull'anima femminile. Si narra che, per un voto soltanto di maggioranza, abbiano decretato che, sì, ne possediamo una. Che sia un'invenzione o meno, Salvayre se ne serve nella sua raccolta Sette donne, per dimostrare la posizione di svantaggio e pregiudizio nella quale si sono trovate le protagoniste del suo libro e le donne della letteratura in generale.
«Sette pazze» (p. 8), le definisce l'autrice, e la cifra è solo casuale, senza la pretesa di fare appello ad alcuna numerologia. Salvayre ne seleziona solo una ristretta schiera, facendo riferimento alla propria formazione professionale e personale, con l'intenzione di instaurare un dialogo tra sé e il lettore. La genesi dell'opera biografica, però, altro non è che il risultato – quasi obbligato per una scrittrice – della lettura frenetica dei romanzi e delle poesie delle sette del titolo. Lei stessa confessa di averci vissuto in simbiosi per un lungo periodo sin dalle prime luci del mattino, di avere condotto la giornata immersa nei loro libri ed essere andata a dormire al loro fianco. Era inevitabile, quindi, che dovesse tributare loro un'opera che la facesse uscire dal blocco dello scrittore in cui era finita.
L'inizio di Sette donne fa proprio riferimento al tratto comune che le scrittrici hanno tra loro, non importa se siano vissute secoli fa o siano ancora in vita: sono ossessionate dalla penna, dalla parola scritta su carta e dall'espressione della propria interiorità, e, quando questa viene meno, avviene la catastrofe. Salvayre lo vive, lo comprende e, per questo, si stringe a loro. È proprio il chiodo fisso della letteratura a renderle folli – come l'autrice ama ripetere spesso e provocatoriamente –, a renderle diverse dalle altre donne: le sette scrittrici hanno messo al centro della propria esistenza dei valori contrari alla norma comune, che non hanno nulla a che vedere con un lavoro canonico o un ruolo centrale in famiglia. Molte di loro sono state mogli, madri ma questo non ha alcuna importanza, perché nelle pagine di questo libro il punto è un altro: la scrittura e la letteratura femminile.
Ma chi sono queste sette? Emily Brontë, Colette, Virginia Woolf, Ingeborg Bachmann, Marina Cvetaeva, Djuna Barnes e Sylvia Plath. Donne ossessionate e controcorrente. Alcune di loro scandalose, altre brutali, vagabonde e ferite. Scrittrici il cui amore per la letteratura spesso appare come fanatismo, in nome del quale abbandonarsi ai gesti più estremi o egoistici. È proprio questo che colpisce molto dello scritto di Salvayre, che le donne in questione, cioè, non sono esaltate come delle artiste perfette tout court o perfette in quanto maledette. A risaltare sono la dedizione all'arte e la creazione finale, in uno scritto, come questo, che appare come un inno alla letteratura e non alle vite come mero biografismo.
Mi apparve come la cosa peggiore che possa accadere a un essere umano, il terrore di sé, il terrore della propria mente suppliziata, straziata, sconvolta, e il terrore di sgretolarsi per effetto dell'atroce dolore di esistere. (p. 104)
È questo a scuotere le artiste al centro dell'indagine di Salvayre. Per loro, tormentate nel profondo, nulla acquista un senso, a eccezione della scrittura. Si piegano a un'esistenza solitaria oppure a una mondana, all'insegna di circoli letterari o spettacoli teatrali con l'unico scopo di creare, dare voce e respiro, dare vita insomma, alla propria interiorità. Se il libro di Salvayre si fosse limitato a questo concetto, però, l'esperienza di lettura sarebbe apparsa ripetitiva e ben poco incisiva. Invece, analizza le caratteristiche di ogni autrice sotto la lente di alcuni punti focali. Emergono, per esempio, il temperamento, i luoghi simbolo oppure le tematiche d'interesse, ma senza il rischio di cedere alla tentazione di schematizzare troppo l'opera, che invece scorre leggera.
Di Emily Brontë Salvayre ritrae la violenza delle tematiche, come per Colette o per Djuna Barnes; allo stesso modo, sempre di violenza si parla in Sylvia Plath, anche se di un altro tipo, quella psichiatrica e quella brutale della non appartenenza. Non appartenenza a un luogo, a un circolo, alla vita in generale. E poi ancora si parla di ribellione, della paura o dello scatto vitale che ne conseguono; di luoghi fisici, come Parigi, Haworth, Bloomsbury, e di quelli metaforici, come il contesto della Storia contemporanea. Mi preme ripetere, però, che Salvayre non pare avere un intento compilativo, bensì si trova spesso a fornirci informazioni per ragionare sulle scelte – professionali, più che di vita – delle autrici, che incornicia in uno stile godibile e colloquiale, conferendo carattere alla sua fatica letteraria, fatta di un innegabile lavoro di ricerca ma anche sicuro divertimento.
Camilla Elleboro