«Qui non ci si può permettere di essere fragili»: "Eravamo lupi" di Sandrine Collette


Eravamo lupi
di Sandrine Collette
Edizioni e/o, marzo 2024

Traduzione dal francese di Alberto Bracci Testasecca

pp. 128
€ 17 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)


«La mia vita è cominciata qui quando ho comprato questo terreno con i risparmi della segheria. Avevo vent'anni. Sia come sia, la mia vita è caccia, Ava, Aru e nient'altro» (p. 22)

Nei suoi trentacinque anni, Liam ha imparato che dove abita lui, in mezzo alla natura, con i primi vicini a qualche ora di cavalcata, le montagne e la foresta attorno, bisogna cavarsela da soli e se c'è un'emergenza, probabilmente non si farà in tempo a raggiungere nessun ospedale. E pian piano lo ha fatto capire anche a sua moglie, Ava, che lo ha seguito in quel posto sperduto quasi per gioco e adesso trascorre gran parte del tempo da sola con il loro figlioletto Aru. Sì, perché Liam è fuori a caccia, talvolta manca da casa anche per una settimana, dormendo all'addiaccio con il suo fidato cavallo Dark. Uccidere gli animali non lo fa felice, ma è semplicemente un modo per sfamarsi, e lui ha scelto di recarsi in città con l'aereo dell'amico Mike il meno possibile, solo e unicamente per le provviste. Infatti stare in mezzo alla gente è quanto di più lontano dai bisogni di Liam. Anche fare il genitore, a dirla tutta, non è mai stato un suo obiettivo, ma lo era di Ava, e adesso c'è qualcosa che smuove un'emozione in lui quando, di ritorno, vede le gambette di Aru che gli corrono incontro. 

Tuttavia, fino ai cinque anni di Aru, Liam è stato un padre perlopiù assente e un marito poco attento alle frustrazioni della moglie. Poi, purtroppo la tragedia: un giorno, al ritorno, scopre che la donna è stata ferita gravemente da un orso e non è riuscita a difendersi. Ma ha difeso Aru, facendogli schermo con il suo corpo, ormai in agonia, fino al ritorno di Liam. Sotto il suo corpo, infatti, Aru è illeso, ma comprensibilmente terrorizzato e tremante, in chiaro stato di shock. 

Cosa può fare, adesso, un padre come Liam? È questo un interrogativo martellante che si alterna al dolore, alla rabbia e alla disperazione per la perdita di Ava. Liam non può evitare di pensare al fatto che per crescere Aru dovrebbe rinunciare alla sua libertà e andare a vivere altrove. E questo non è disposto a farlo, neanche per suo figlio. Così, col pensiero che Aru starà meglio in città, Liam prepara i cavalli e fa montare in sella il bambino: andranno in città e lì, a casa dei suoi zii, lascerà Aru. Per il suo bene. E per il proprio. 

Ma il viaggio è lungo, e noi lettori seguiamo con apprensione le difficoltà, sentiamo le tante domande e i pensieri che macinano nella testa di Liam, nonché le sue risposte e i tentativi di autogiustificarsi per la scelta che ha fatto. Quanto egoismo o quanta autoconservazione stia quella scelta, si capirà col procedere del romanzo, perché Liam ha avuto un'infanzia difficile, per usare un eufemismo, e si rende conto di non voler lontanamente assomigliare ai suoi genitori. Allo stesso tempo, servirà tempo perché la rabbia e il desiderio di vendetta per la morte di Ava affiorino con tutta la loro forza: 

«Ce l'ho con la terra, la vita, il mondo. Giuro che gli farò la pelle, al mondo, poi la tenderò su un telaio, la raschierò fino a toglierle l'ultima briciola di carne e la esporrò davanti a casa mia perché si sappia qual è la sorte di chi mi fa del male. La pelle del mondo sarà il mio trofeo, la brandirò come si brandisce un cranio, la essiccherò come si secca un cuore, sarà un brandello, una squama, una tela, e su quella tela riscriverò qualcosa con il sangue delle mie vene e del mio odio». (pp. 70-71)

Davvero Liam si separerà da suo figlio? E, in ogni caso, saprà fare il padre finché sarà necessario? Ci rendiamo conto che l'uomo trova inquietante il silenzio di suo figlio, il suo esprimersi solo in caso di necessità, così come il suo viso triste e l'evidente mancanza della madre che avverte prima di addormentarsi. Eppure non sa come agire: talvolta pensa che essere padre si limiti a garantire la sopravvivenza al figlio, talaltra prova per il bambino un misto di competizione, quando si accorge, ad esempio, che anche Aru prova l'istintivo desiderio di cantare con i lupi, e allora «l'ometto che cavalca nella mia scia è diventato un rivale, non so bene di cosa, ma è così che lo sento» (p. 61).

E poi ci sono invece momenti in cui Liam scopre una dolcezza nuova, qualcosa che non sa spiegarsi razionalmente: «Scopro una vita che per me non ha senso né logica, chiedo al marmocchio di fare piccole cose che sbrigherei dieci volte prima di lui, ma lo faccio per dargli importanza» (p. 89). 

Come potete immaginare, non si può rivelare troppo della trama; vi basti che in sella ai loro cavalli Liam e Aru imparano a conoscersi meglio, come padre e figlio, ma anche semplicemente come persone che hanno molto in comune. A cominciare dal dolore per aver perso la donna della loro vita. 

Offrirci la scabra e aguzza visione del mondo di Liam attraverso la focalizzazione costante su di lui è un escamotage narrativo di grande efficacia, così come è coraggiosa la scelta di mostrarci un padre così terribilmente imperfetto, in cerca di tante risposte, difensore dei suoi spazi, anche se questo significa estromettere il figlio dalla propria vita. Si può parlare di romanzo di formazione di un padre? Forse. E negli spazi sterminati della prateria i rischi sono tanti, e non solo per un bambino di non ancora sei anni. 

Toccante, angosciante, delicato, Eravamo lupi conferma la bravura di Sandrine Collette, autrice pluripremiata in Francia: la sua capacità di strapparci da tutte le nostre certezze e gettarci in un mondo altro, lontano e dove si lotta ogni giorno per la sopravvivenza, è una straordinaria e antitetica risposta alle credenze più banali che vorrebbero vedere ogni padre degno di questo nome. 

GMGhioni