Il nuovo romanzo tradotto di Anna Nerkagi, "Muschio bianco": la narrazione raffinata di un mondo antico che resiste alla seduzione della modernità


 
 
Muschio bianco
di Anna Nerkagi
Utopia, gennaio 2024

Traduzione di Nadia Cicognini

€ 17 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Nel 1996 Anna Nerkagi finiva di scrivere Belyj jagel’. Nata nel 1952 presso il popolo dei nenec, fu costretta dalle autorità sovietiche a crescere in un collegio, lontana dalla famiglia e dalle tradizioni ancestrali della sua comunità. A gennaio di quest’anno è uscita la traduzione in italiano a cura di Nadia Cicognini, Muschio bianco, per i tipi di Utopia editore, che nel 2022 avevano già fatto uscire Aniko (qui la recensione) e che stanno lavorando alla pubblicazione dell’intera opera di questa raffinata scrittrice.

Nella tundra siberiana la comunità dei nenec vive isolata dal resto del mondo, secondo costumi ancestrali che ancora resistono alla morsa stringente della modernità. Il romanzo di Nerkagi è una sorta di inno alle nobili radici del suo popolo, al contatto e al dialogo con la natura che è parte vivente della quotidianità dei nency, alle gioiose tradizioni che regolano le fasi della loro vita.
Alëška è ormai uomo ed è costretto a sposarsi su insistenza della madre, preoccupata per il suo futuro che, come accade a molti giovani nenec, sembra volerlo portare lontano dalla terra natìa. Ma il matrimonio non si svolge con lo spirito allegro e chiassoso che la tradizione nenec vorrebbe, perché Alëška è ancora perdutamente innamorato di Ilne, la figlia di Petko che ha abbandonato la tundra e ha abbracciato il nuovo mondo, senza mai tornare sui propri passi: «quello era un funerale, non un matrimonio. Oggi seppelliva dentro di sé quanto aveva di più caro, certo, luminoso degli anni già vissuti. Qualcosa che viveva in lui in segreto, come un sentimento dolce, struggente, che lo rendeva felice» (p. 13).

In un colpo solo Alëška perde il suo amore e Petko perde una figlia, e con lei il suo senso di esistere, non solo come padre ma come membro della comunità. Trasferitosi come ospite dentro il čum dell’amico Vanu e di sua moglie, Petko racchiude in sé l’amara rassegnazione di un uomo solo e anziano che passa il tempo a pensare, seduto sulla propria slitta, mentre cala la notte, a riflettere sul proprio destino. La vergogna di arrecare il peso del proprio dolore, del proprio lamento da “strolaga”, sugli altri lo induce all’isolamento, al rinchiudersi in una forma di stoica silenziosità.
A un tratto si sentì triste e chissà perché desiderò essere un albero, non un albero giovane, spensierato, ma uno dal tronco possente, piegato dai venti del nord, con rami-braccia e radici-ricordi nascoste nelle profondità della terra. Nel cuore della notte, con l’anima sofferente, avrebbe frusciato dolcemente per non inquietare gli altri con il suo triste canto e nessuno si sarebbe accorto che non era un albero, ma un vecchio solitario. (p. 48)
In Muschio bianco Anna Nerkagi getta i semi di tematiche che hanno un valore assoluto e atemporale, perché ritornano ciclicamente a ogni trasformazione generazionale della Storia. Attraverso la personificazione che ciascun personaggio avverte su di sé nel rapporto con la natura, con gli alberi, le renne e le strolaghe, con il fuoco e il muschio, l’autrice evoca un mondo ancestrale in cui ogni oggetto, vivente e non, entra in dialogo con l’individuo. Come nel caso di Petko, forse la presenza più accorata e spirituale del romanzo, le cui elucubrazioni solitarie lo conducono infine a ritrovare il senso di comunità con gli altri. Così riunisce i nenec del suo accampamento e con gioiosa serenità dona loro tutti i suoi oggetti, “tutta la sua bellezza”:
[…] tirò fuori delle imbracature adorne di antichi campanacci, gli stessi campanacci che pendevano dal collo delle renne che transumavano […] Come doveva essere lieta la vita di una ragazza che migrava, accompagnata dal canto di quei campanacci! […] Simili oggetti non dovevano giacere senza vita, e marcire. Se una tale bellezza cessa di vivere, allora che senso ha la vita? (p. 125)
Il significato dell’esistenza stessa è negli oggetti, che non si sono ancora tramutati in meri strumenti, in “cose” da utilizzare per i più vari scopi umani. Sono oggetti che donano felicità, elementi integranti dell’individuo nenec, caratterizzanti la lietezza della vita.

La spaccatura generazionale che Nerkagi sollecita, pur ambientata nella lontana e nevosa tundra, la sentiamo vicina, attuale e ricorrente, e pertanto cara, in quanto fenomeno che trascende la Storia ed è fulcro di una letteratura universale. Così Vanu se ne fa portatore, quando ha l’idea di scrivere una lettera alla figlia di Petko per farla tornare, ma poi desiste:
Era accaduto qualcosa alle parole. […] Avevano perduto tutta la loro forza, come renne sfinite da un padrone crudele. La gente aveva smesso di usare parole forti, con rispetto e con gioia […] avevano perduto tutta la loro pregnanza, il loro sangue. E questa era una disgrazia, invisibile come una malattia. […] Come mai tutto sembrava stravolto e ciò che prima era nero era diventato bianco? Perché bisognava spiegare a una figlia che il padre era solo e il mattino sentiva il bisogno di trovare il suo tavolo apparecchiato […] con almeno un pezzo di pane, il suo pane? (p. 65)
Qui il tema della modernità e del sofferto decadimento delle tradizioni antiche assume una portata più intima e radicale, anche grazie alla scrittura disarmante e tenace dell’autrice, che attraverso aforismi e metafore ci racconta una vita rituale che incanta il lettore. Bellissimo è il brano in cui la madre di Alëška, come tutte le donne nenec, interroga il fuoco, che a sua volta le risponde.
Attorno a tutto questo lievita il tema dell’amore di Alëška per Ilne, nella sua convinzione ossessiva e nei suoi dubbi perenni, e del non-amore per la nuova moglie, intrecciandosi al tema dell’attrazione verso l’altrove e della colpa verso la propria terra, nonché alla più ampia ricerca di un senso dell’esistenza individuale che tocca tutti i personaggi del romanzo.

Muschio bianco è un testo dai toni nobili e invernali, ma con tutto l’impeto dei fuochi dei čum che le donne nenec attizzano di continuo, affinché non si spengano mai e passino in eredità ai giovani insieme alle memorie ataviche della Siberia. Anna Nerkagi, tornata a vivere nella sua terra, protegge il fuoco dei nenec e da decenni salvaguarda la cultura e la storia delle minoranze della Russia.
Insieme a lei che le storie le scrive, bisogna anche riconoscere il lavoro di editori dedicati e scrupolosi grazie ai quali testimonianze “di minoranza” come questa riescono per fortuna a vedere la luce.
 
Federica Cracchiolo