Cosa vuol dire essere una nyai dell’isola di Giava, durante la colonizzazione olandese. "L'isola della memoria" di Dido Michielsen, tratto da una storia vera


 
L’isola della memoria
di Dido Michielsen
Editrice Nord,18 aprile 2023

Traduzione di Alessandro Storti

pp. 352
€19,00 (cartaceo)
€11,99 (eBook)

Nelle Indie Orientali Olandesi ci sono ancora molte nyai che vivono nell’ombra, donne delle quali non si avrà mai nessuna notizia, perché ufficialmente non sono mai esistite, e non si trovano registrate da nessuna parte. Anonime madri di migliaia di indo-europeanen dalla pelle più chiara della loro. (p.340)
L’isola della memoria è ispirata alla vera storia della trisavola della scrittrice olandese Dido Michielsen che, attraverso l’espediente del romanzo, ci fa conoscere la realtà delle donne di conforto, delle nyai dell’isola di Giava durante il periodo della colonizzazione olandese. Donne senza nome, senza diritti, senza futuro e anche senza passato. 
Il romanzo è la storia di formazione di Piranti, che nella lingua locale significa “strumento”, figlia di una tintora di batik che, scopriremo qualche pagina più avanti, era stata sedotta e abbandonata dal principe Natakusuma, senza essere mai stata riconosciuta come concubina, divenuta poi serva presso la corte di Yogyakarta «la città palazzo fortificata che per noi giavanesi rappresenta il cosmo in terra» (p. 19).

Nella prima parte del libro scopriremo l’infanzia di Piranti, i suoi giochi, l’amicizia con le putri, cioè le principesse Karsinah e Jatmi (che scopriremmo poi essere sue sorellastre): queste pagine ci offrono un documento interessante sulla vita nel kampung, il quartiere più povero all’interno della città fortificata, sulla rigida gerarchia, le cui sfumature sfuggivano ai dominatori occidentali che vivevano ormai in quell’area. Ho letto affascinata la descrizione del complicato processo di tintura batik, le simbologie degli elaborati disegni, l’importanza della tradizione nella cultura giavanese.
Mia madre mi mostrò come maneggiare il tabuh saron, il pesante maglietto serviva a rendere il tessuto più liscio, più elastico e più fresco. […] Dopodiché mi insegnò a mescolare e a scaldare i vari tipi di cera. Anche questa era un’arte tutt’altro che facile: una cera formava linee ordinate e piene, l’altra, invece, dava un magnifico effetto di screpolatura. Solo quando vide che seguivo attentamente le sue indicazioni e riuscivo a tenerle a mente, mi permise di impugnare un paio di semplici canting e di usare il malam, la cera che serviva a coprire le figure da lei tracciate sul tessuto. (p.50)

La tintura batik, realizzata dalle abili e laboriose mani della madre, richiede pazienza e tempi lunghi. Gli stessi motivi disegnati sul tessuto prima della colata di cera indicano la casta cui appartiene chi la indossa, l’occasione per cui si realizza e che prevede un altrettanto elaborato sistema di simboli.

Quando Piranti raggiunge l’età da marito, sedici anni, la madre si affida ad una sensale per combinarle un matrimonio con un uomo parecchio più anziano di lei, che la salvi da un futuro di fame e di miseria. La fanciulla, che anche da bambina, aveva già mostrato un carattere ribelle e indomito, si rifiuta, scappa di casa per gettarsi tra le braccia del primo militare di bell’aspetto che le aveva messo gli occhi addosso in occasione del matrimonio della putri Karsinah. È l’ultima volta che vedrà la madre. 

Dovevo trovarmi un marito, magari un europeo, se necessario. A quel punto, avrei potuto vivere nel kota, come quelle signore coi loro bambini dalla carnagione mista, con le loro cuoche e con le loro babu. Erano nyai, loro. Erano casalinghe e allo stesso tempo anche concubine. “Di fatto schiave», diceva mia madre, ma io non volevo darle retta: quelle donne stavano meglio di Karsinah e delle altre principesse del gineceo. (p.87)

L’uomo cui si concede senza riserve è un olandese, Adriaan Rudolf Willem Gey, che lei chiamerà semplicemente Gey e, a sua volta, lei verrà chiamata Isah da lui: è con questo nome che conosciamo all’inizio del libro la protagonista della nostra storia. Nei panni di una nyai, ossia amante di un militare - condizione diversa dalla concubina legittima di un uomo importante -, Isah comincia a comprendere come funziona quel mondo fatto di poche attenzioni da parte di un uomo e di tante umiliazioni, a partire dall’atteggiamento di superiorità che un europeo mostrava nei confronti di un’indigena.

Via via che miglioravo nella comprensione della sua lingua, ebbi modo di osservare che Gey e i suoi amici non avevano molta considerazione dei giavanesi:la parola «indigeni» veniva sempre pronunciata con un tono paternalistico. Ci consideravano «selvaggi», «ritardati», un popolo che senza gli olandesi non sarebbe riuscito a combinare nulla. Non capivano il nostro modo di vivere e d’interagire - né intendevano comprenderlo - e trovavano che avremmo dovuto apprezzare un po’ di più i vari secoli di assoggettamento […]. (p.152-153)

La ragazza capirà di aver ulteriormente peggiorato la sua situazione: il futuro prospettato dalla madre, pur se non proprio allettante trattandosi di matrimonio combinato, sarebbe stato comunque un futuro, ma con Gey, la sua storia sarà destinata al silenzio, alla monotonia delle giornate in attesa di un gesto d’amore, all’obbedienza cieca... 

L’isola della memoria è un libro di trama, per cui trovo opportuno terminare qui la storia di Piranti-Isah, che si è rivelata assolutamente coinvolgente e anche, soprattutto, interessante per la parte dedicata alle tradizioni giavanesi, dal cibo ai vestiti. Pregevole e godibile la traduzione di Alessandro Storti e l’edizione, come Nord ci ha abituati, è curata in ogni minimo dettaglio

I termini in giavanese costellano le pagine, ma alla fine del libro c’è un agilissimo e utilissimo dizionario dei termini utilizzati.  

Marianna Inserra