La dolorosa e faticosa ricostruzione storica e personale della famiglia Rabinovitch in “La Cartolina” di Anne Berest



La cartolina
di Anne Berest
Edizioni E/O, 2022

Traduzione di Alberto Bracci Testasecca

pp. 456
€ 19 (cartaceo)
€ 12,99 (ebook)

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Tutto ha inizio con l’arrivo improvviso di una cartolina anonima che riporta solo quattro nomi: Ephraïm, Emma, Noémie e Jacques. Questi però non sono del tutto ignoti alla protagonista di quest’avvincente storia biografica, Anne; infatti, sono i nomi degli zii e i nonni di sua madre, Lelia. Da questo momento, la vita di Anne non sarà più la stessa; come presa da una bramosia di conoscenza, vorrà capire, a tutti i costi, la persona e il motivo dell’invio della cartolina. Si aprirà così un’indagine storica, personale, dolorosa e faticosa che la porteranno a scoprire, in un percorso a ritroso, le vite, non solo di queste quattro persone, ma anche di un capitolo importante della vita della madre e della nonna Myriam (sorella di Noémie e Jacques e figlia di Ephraïn ed Emma), fino a quel momento rimasto oscuro ad Anna e la sorella.

Da quel momento mi sono lanciata nelle indagini. Volevo scoprire a tutti i costi chi avesse scritto la cartolina anonima […]. L’idea di ritrovare l’autore non mi ha più lasciato, dovevo capire il suo gesto. Perché la cartolina tornava a ossessionarmi proprio in quel momento della mia vita? (p. 190).

Il ramo della famiglia materna, infatti, è originario della Russia; da lì la famiglia decide di scappare perché iniziano le prime persecuzioni contro gli ebrei e così, i nonni di Anne – Ephraïm ed Emma-, insieme ai figli, si dirigono altrove; prima in Lettonia e poi in Palestina, dove trovano conforto presso alcuni parenti. Fino all’arrivo in Francia, la vita della famiglia Rabinovitch sarà un continuo spostarsi senza trovare mai “la terra promessa”, giacché all’orizzonte si stanno già addensando le ombre della seconda guerra mondiale e con essa il tragico sterminio degli ebrei. E sarà proprio l’ascesa al potere del Nazionalsocialismo a sconvolgere e dilaniare la famiglia di Anne.

Questa è la gravosa premessa che si trova davanti quando inizia la sua ricostruzione storica; Anne, almeno all’inizio, non aveva compreso fino in fondo quanto potesse essere dolorosa e traumatica questa ricerca perché ricostruire un capitolo così drammatico e straziante della Storia, non solo dei Rabinovitch ma dell’intera umanità, richiede di essere forti e pronti psicologicamente per assorbire l’urto delle notizie ricavate. Questo succede ad Anne che, infatti, oscilla tra curiosità di sapere, dolore, paura e rimorso, soprattutto nei confronti della nonna Myriam; si colpevolizza, infatti, per non aver approfondito la questione quando ancora era in vita.

Quelle persone erano miei parenti e non sapevo niente di loro, ignoravo i paesi che avevano attraversato, i lavori che avevano fatto […]. Se mi avessero mostrato i loro ritratti in mezzo a quelli di gente sconosciuta non sarei stata in grado di riconoscerli. Mi sono vergognata (p. 10).

La responsabilità, dunque, non sarà solo verso se stessa, ma nei confronti di tutto il ramo materno che per Anne diventerà una sorta di battaglia personale. Il senso del dovere nei confronti di questa famiglia, smembrata dalla follia nazista, la porterà, infatti, non solo a capire cosa è successo ai suoi avi, ma a volerne captare, attraverso lettere, diari e testimonianze, il carattere e l’indole di ognuno, ricostruendo così anche la persona e la propria umanità e non soffermandosi solo sugli eventi storici. È come se volesse, in qualche modo, farli rivivere, almeno nei ricordi, in primis suoi, ma anche delle generazioni di Rabinovitch future.

Il potere dei nomi. Quella frase mi ha fatto scattare qualcosa. Mi ha dato da pensare. Mi sono resa conto che quando siamo nate i nostri genitori hanno dato all’una e all’altra un secondo nome ebreo. Nomi nascosti. A me Myriam e a te Noémie. Siamo le sorelle Berest, ma dentro di noi siamo anche le sorelle Rabinovitch (p. 307).

Il romanzo non si ferma solo qui, ma, attraverso un fatto accaduto alla figlia, Anne inizia interrogarsi su cosa comporti oggi la parola “ebreo”: prima la nonna, e poi la madre, non le hanno mai spiegato né le tradizioni religiose né le persecuzioni. Sa poco di entrambi, se non per sentito dire o quello che ha studiato nei libri di scuola ( «Anche se sono ebrea non so niente di questa cultura», p. 222). Anne quindi ha perpetuato questo atteggiamento anche con la figlia; la vicenda però dei suoi bisnonni e bis zii rivoluzionerà anche questo, portandola sia a una nuova consapevolezza, ma anche a tentare di conciliarsi con un passato, mai veramente affrontato.

La Cartolina è sicuramente un romanzo sulle vicende famigliari, e dunque biografiche, di Anne Berest, ma i temi e i punti chiavi, che traspaiano, sono universali:  dal ricordo e il valore psicologico dei sopravvissuti, che trascorsero il resto della vita con un profondo senso di colpa perché riuscirono a tornare a casa (come accade anche alla nonna Myriam che, da dopo la fine della guerra, si chiuse in un silenzio assordante, tanto da ignorare o sviare le domande dei nipoti), fino al ruolo fondamentale delle giovani generazioni nel ricordo e nella memoria.

«Nonna, sei ebrea, tu?»
«Sì, sono ebrea».
[…]
«Ah. E mamma è ebrea?»
«Sì».
«Quindi anch’io? »
«È quel che pensavo».
«Perché fai quella faccia, cara?»
[…]
«È che a scuola gli ebrei non sono molto amati».
(p. 187)

Tra romanzo biografico e indagine, quello di Anne Berest s’inserisce a pieno titolo nella letteratura dell’Olocausto, ma, al contempo, se ne distacca perché, nelle parole dell’autrice, non c’è rancore o rabbia o la ricerca di un colpevole, anzi di tanti colpevoli, ma solo la verità sulla storia della sua famiglia.  È anche per questo che è un romanzo che tutti dovrebbero leggere perché, nella sua complessa ricerca, alla fine traspare tutta la drammaticità di quel capitolo storico. 

 Giada Marzocchi