Quel male che germoglia dal bene: «La madrivora» di Roque Larraquy


La madrivora
di Roque Larraquy
traduzione di Carlo Alberto Montalto
Alter Ego, 2022

pp. 168
€ 15 (cartaceo) 

In nessun caso il donatore dovrà essere informato dell’atto specifico di decapitazione o del fatto che la donazione avverrà in vita. (p. 46)

La madrivora è uno di quei testi in cui l’ironia riesce a nascondere, almeno per un po’, il perturbante. Questo finché il macabro, il raccapricciante e il male non prendono possesso delle pagine e non escono fuori in tutta la loro potenza, spezzando quel sottile velo illusorio che aveva caratterizzato l’avvio della lettura.

Siamo nel 1907. In un sanatorio in Argentina si svolgono quotidiane scenette dal sapore macchiettistico fra i dottori, i quali si contendono le simpatie del direttore e le attenzioni dell’infermiera Menéndez. Colti da questa leggerezza un poco spiazzante, noi lettori proseguiamo con la tranquillità di chi riesce a dominare una lettura. Ecco allora che salta fuori il vero volto della Madrivora, quando si palesa il progetto disumano che quegli stessi direttori dall’aspetto macchiettistico vogliono portare avanti: indagare i confini fra la vita e la morte attraverso una truffa di dimensioni colossali che sfida ogni rigore morale, ogni buonsenso etico. Nel giro di poche pagine il tono della lettura cambia. I semi che Larraquy ha sparso qua e là danno i risultati sperati e, dal nulla, in modo inaspettato, ci troviamo coinvolti in questo macabro assassinio.

Ciò che colpisce del progetto, infatti, è la naturalezza con cui si svolge. Quasi nessuno dubita del buon esito della vicenda e le poche perplessità – “Andremo a sperimentare su persone ancora in vita” – vengono liquidate in una frase: “Sono malati terminali, moriranno comunque”. Assistiamo così a esperimenti sempre più feroci, sempre più spietati, che altro non fanno se non incrementare la tensione narrativa e metanarrativa.

Da lettori che vogliono immergersi in ciò che stanno leggendo (che altro senso avrebbe la lettura altrimenti?), da un lato condanniamo ciò che sta accadendo nel testo ma dall’altro vorremmo avere anche noi delle risposte. Vogliamo sapere anche noi come tutto questo andrà a finire. La fiction, si sa, concede a chi le si affida la possibilità di compiere atti e vivere vicende che altrimenti sarebbe difficile sperimentare nel mondo reale. È così che possiamo vivere una storia d’amore bellissima nell’Inghilterra dell’Ottocento insieme a Jane Austen, o assistere ai dubbi di Gregor Samsa che si risveglia insetto in un giorno qualunque. Allo stesso modo, però, a disturbarci può essere la vergogna di sentirsi complici del crimine che i dottori del sanatorio di Temperley stanno portando avanti. La loro curiosità è la nostra, la loro mancanza di morale è la nostra, e da qui a chiederci come ci comporteremmo noi in una situazione simile il passo è breve.

È dunque la vergogna di provare simili sensazioni a rendere perturbante la lettura del primo testo della Madrivora, il quale sembra interrompersi all’improvviso per dare spazio al secondo racconto, ambientato cento anni dopo e, quasi fino alla fine, apparentemente scollegato dal primo. Qui il quadro cambia anche se non di molto. Il rigore non è scientifico, non è per la curiosità medica che si compiono atti disumani bensì per amore dell’arte. Il bisogno di riscatto, la necessità di lasciare traccia di sé in un mondo che dimentica facilmente il proprio passato sono i motori alla base delle decisioni prese dai due protagonisti, i quali si immergono sempre più nel raggiungimento del proprio traguardo fino a rendere se stessi al contempo il soggetto e l’oggetto della propria arte.

I due racconti, si è anticipato, non sembrano legati fra loro se non per quanto avviene nel finale del secondo. Finale che, c’è da dirlo, non mostra una connessione così forte da giustificare l’inserimento di due storie di fatto separate sotto lo stesso titolo. Ciò che unisce i due racconti è più l’atmosfera che le vicende, più il soggetto che la narrazione. In entrambi possiamo ritrovare il male nella forma più pura, quello che emerge dalle buone intenzioni che animano certe imprese e che può essere riassunto nella massima machiavellica “Il fine giustifica i mezzi”. A tornare infine è proprio la madrivora, una pianta al cui interno nascono delle larve che finiscono poi per divorare la pianta stessa al fine di spargerne i semi e far ricominciare così il ciclo. E tuttavia persiste la sensazione di aver letto due racconti separati, uno di circa cento pagine e l’altro di circa cinquanta, i quali sono stati accorpati per dare vita a un testo dal titolo unico.

Al di là di questa sensazione, in ogni caso, La madrivora è un testo godibile, che sfida il senso comune e impone tutta una serie di domande scomode a chi decide di darle fiducia.

David Valentini