L'oscuro intreccio di passione, amore e morte: la folgorante storia di Suiza di Bénédicte Belpois

 


Suiza
di Bénédicte Belpois
Edizioni e/o, settembre 2021

Traduzione di Alberto Bracci Testasecca

pp. 224
€ 17,00 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)



La chiamavano Suiza, ma in realtà il suo nome è Sylviane, "la donna" come epigraficamente la presenta Tomàs.  
Eppure, quello in cui l'ho vista per la prima volta era un giorno come gli altri. Mi sono girato verso il bancone e ho visto la donna. I secondi mi sono risuonati in testa uno a uno con un'intensità da rintocco funebre. Il desiderio mi ha investito come un vento violento annunciatore di grandine. Il cuore mi si gonfiava inesorabilmente, rischiava di soffocare in un petto improvvisamente troppo piccolo. Quel poco che mi restava dei polmoni era scomparso, annidato da qualche parte, visto che non respiravo più. Ho chiuso gli occhi, ero sull'orlo del malessere, annaspavo.

La voce narrante di Tomàs ha i giusti toni - a volte lucidamente scanzonati -  per raccontare una storia d'amore e di passione, che mai si tinge di tinte rosa proprio in virtù della voce narrativa e anche dell'atipicità dei personaggi. Né Tomàs nè Suiza, infatti, hanno l'appeal per diventare personaggi romantici e proprio la loro inadeguatezza a questo ruolo rende il romanzo della Belpois una storia potente, che coinvolge il lettore. 

Tomàs ha una piccola azienda agricola, vedovo e orso, rude nei modi e semplice nei contenuti. Come la sua terra, la Galizia, è taciturno ed aspro. 

Da noi la vita era dura, eravamo lontani da tutto, vivevamo in un'autarchia quasi completa. Eravamo abituati a risparmiare e a fare a meo di tutto. Ogni pezzetto di carne, ogni minimo polpo, acquistavano un valore inestimabile Eravamo da generazioni sotto il giogo della povertà, per giunta stavamo attraversando una crisi che ci aveva investito in pieno aggiungendo un altro strato di tribolazioni. La durezza si era fatta più vivida, eravamo come pietre colte di sorpresa da una gelata invernale. La cosa più sorprendente era che, abituato alle privazioni e non potendo privarci d'altro, risparmiavamo ormai sui sentimenti, sui rapporti con gli altri. Parlavamo poco, dicevamo le cose essenziali, se non addirittura soltanto l'indispensabile. Non sapevamo più comportarci con dolcezza. I valori erano sempre gli stessi, l'amicizia, l'onore, l'amore, il rispetto, ma li sapevamo esprimere solo con le azioni, e anche quelle ridotte al minimo. 

Suiza, così chiamata per la sua provenienza geografica, la Svizzera, è una ragazza dai capelli rossi e dalle labbra morbide, che emana un profumo di latte e sudore, che tiene avvinti gli uomini. Suiza prende la parola in poche occasioni durante il romanzo, in brevi capitoletti in cui diventa io narrante. Sarà lei stessa a confessare quello che tutti dicono, durante il romanzo: è una ragazza stupida, che non capisce quasi nulla. E non è solamente un problema linguistico, Suiza vive in un mondo tutto suo, subisce gli avvenimenti del mondo senza reagire e interpreta gli stessi in tono favolistico e sognante. Non esercita volontariamente la propria seduzione, quasi la subisce anche lei. Tomàs la incontra lo stesso giorno in cui gli è stato diagnosticato un tumore ai polmoni. L'intreccio di vita, passione, morte crea un crescendo nel romanzo, che tiene il lettore avvinghiato alle pagine fino alla conclusione - ahimé - rovinosa. 

Quando la passione si converte in amore, senza parole stucchevoli o luoghi comuni, la Belpois mostra l'incanto di un sentimento totale e generoso. Occuparsi di Suiza, dice Tomàs, lo cura dal vuoto interiore; un amore semplice, non cerebrale, espresso solo una volta a parole, quando Tomàs si rende finalmente consapevole della sofferenza patita in passato da Suiza:

Le ho detto che non doveva più avere paura, che non avrebbe più sofferto, che le sarei sempre stato accanto, che avrebbe potuto contare su di me. Rivoltavo il mio amore con la cazzuola, ci intonacavo i muri, ci ritappezzavo tutto, dal pavimento al soffitto. La mia voce saliva nel silenzio nero e freddo, la vedevo avvolgersi e scivolare attraverso il cancello, correre fino all'altare, raggiungere la parola divina.

Solo che a questa effusione di parole, a questa inconsueta eloquenza di Tomàs, Suiza risponde addormentandosi come una bambina, sbavandogli sulla camicia, indifesa e innocente.

Diceva Salinger che i libri che  lasciano proprio senza fiato sono quelli che quando li hai finiti di leggere e  vorresti chiamare l'autore al telefono. Sì, proprio quello che avrei voluto fare io con la Belpois, arrabbiata per un finale che non avrei voluto. Ma forse io sono una romantica ottimista e questo sacrificio - che non svelo per non togliere la sorpresa - non lo accetto. Però, la voglia di chiamare l'autrice, per il libro che lascia senza fiato, giuro che c'è.

Deborah Donato