"Il potere o la vita" di Nadia Fusini, ovvero: dell'impossibilità di guardare in faccia la propria morte, da Holbein a Shakespeare (e ritorno)


Il potere o la vita
di Nadia Fusini
Il Mulino, 2021

pp. 160
€12,00 (cartaceo)




Se mai vi mostrassero l’immagine di un individuo che, con aria malinconica e meditabonda, tenesse tra le sue mani un teschio umano, è quasi certo – o comunque assai probabile, anche al netto di una vostra sostanziale ignoranza in materia letteraria e teatrale – che dareste a lui il nome di Amleto. I più dotti e appassionati, poi, nemmeno si accontenterebbero di quel solo battesimo, e memori del buffone di corte tanto caro all’infelice principe di Danimarca attribuirebbero anche all’osso cavo il privilegio onomastico, rivolgendosi a esso pure in qualità di Yorick. Perché così stanno le cose: tanto celebre è il personaggio shakespeariano che la sua effige, iconica e popolare alla stregua della sempre sua dilemmatica interrogazione (“essere o non essere?”), sconta la pena talvolta ignobile della posa di repertorio e del cliché visivo come contrappasso dello status altrimenti aristocratico di paradigma.

Come dare torto, dunque, a Nadia Fusini, se nel commentare a sua volta uno dei teschi più celebri della storia delle arti visive – ovvero quello che, osservato da opportuna angolazione, magicamente appare nel bel mezzo del dipinto Gli ambasciatori (1533) di Hans Holbein il Giovane – non ha potuto fare a meno di pensare al protagonista della tragedia delle tragedie del Bardo? Certamente (al netto del fatto che qui le figure maschili sono già due e che il teschio rivendica un protagonismo sui generis e, per così dire, mediato, di secondo grado) si potrebbe tagliare corto e parlare di mera deformazione professionale, dal momento che la nota studiosa ha ampiamente tradotto e commentato (tra i numerosi altri autori) proprio William Shakespeare. Epperò, pur corrispondendo con buone chances a verità, ciò non sarebbe in ogni caso sufficiente a giustificare l’esattezza con cui le due opere – il quadro e il dramma – sembrano sovrapporsi e intrecciarsi in un sistema di reciproci nodi non meramente referenziali, bensì interpretativi; legami che, leggendo per l’appunto Il potere o la vita, edito da Il Mulino all’interno della collana “Pensare per immagini” curata da Massimo Cacciari, si rivelano pagina dopo pagina talmente evidenti e innegabili da convincere che proprio Nadia Fusini, in virtù dei suoi approfondimenti disciplinari di lungo corso, fosse alfine la firma più idonea per renderne conto.

La disamina del capolavoro esposto alla National Gallery di Londra (Room 2, Level 2) proposta dalla famosa anglista è dunque, stando alle intenzioni esplicitate, una lettura di controcanto, ed è proprio l’autrice, a conclusione del secondo capitolo (Il potere dello sguardo), a dichiarare senza reticenze le sue originali modalità di approccio: 

«la mia è un’interpretazione niente affatto storica, che potrei definire strutturale: si basa sulla percezione di una qual certa simmetria tra Holbein e Shakespeare, o più precisamente tra l’Amleto di Shakespeare e Gli ambasciatori di Holbein. Immagino Holbein dietro Shakespeare, leggo Shakespeare con Holbein. Si può fare? Serve? Sì, mi rispondo: se così facendo penetreremo più a fondo nella struttura nervosa delle due opere. So bene, però, di manovrare un trapezio in bilico sulla possibilità della caduta giù nell’arena, a capofitto. Come so bene di lavorare nell’incertezza; cosa che faccio, del resto, non con l’intenzione di raggiungere la certezza, né per fondare un’interpretazione. Piuttosto lavoro con l’incerto oggettivo, per suggerire possibilità di apertura di senso, mantenendo come stimolo un pizzico d’errore, un’erranza di cui non ho paura, né vergogna. Anzi, l’errore, l’erranza, l’ignoranza sono di stimolo all’interrogazione» (p. 33).

Un metodo intenzionalmente non ortodosso e non accademico, dunque, che non cela e non dissimula il proprio andamento dubitativo e il proprio ininterrotto andirivieni tra quelli che di volta in volta sembrano i migliori punti di osservazione della questione cruciale che viene posta insieme dall’olio su tavola e dalla pièce, ovvero, essenzialmente, dalla relazione degli esseri umani con la propria morte (intesa come possibilità, cognizione e possibilità di cognizione della stessa); un metodo che proprio per questo sembra corrispondere idealmente sia a certe amletiche perplessità sia a certe traiettorie di movimento che è necessario compiere per cogliere il dipinto nell’interezza dei suoi giochi prospettici complementari.

Sebbene all’analisi di Nadia Fusini non difettino affatto le arti esatte della descrizione e della contestualizzazione, la meta principale di questo viaggio esplorativo – da lei definito «un affondo di pensiero intorno all’immagine» (p. 30) guidato dall’occhio (the eye) di Holbein e dall’io (the I) di Shakespeare – non è la semplice messa in evidenza di coincidenze e affinità di tipo narrativo tra le due opere, bensì il raggiungimento della consapevolezza di come entrambe mettano in mostra quello stato «di disgiunzione, di schisi» (p. 18) che rende gli esseri umani increduli e impotenti al cospetto dell’eventualità della propria fine. Tutti gli esseri umani, nessuno escluso: nemmeno quelli che per alto lignaggio, importanti incarichi, vasta cultura o sincera fede – quali possono essere un letterario erede al trono di Danimarca, un sovrano come Enrico VIII o personaggi come Jean de Dinteville e Georges de Selve, ambasciatori alla sua corte – hanno l’illusione di dominare (anche solo con l’intelletto e la contemplazione, insomma ancora una volta con lo sguardo) l’inevitabilità della propria dipartita mortale.

Fitto di echi e di rimandi, denso di concetti senza essere mai concettoso, scritto in una prosa non di rado preziosa e letteraria resa tuttavia dinamica e coinvolgente dall’adozione di una prima persona che non è artificio retorico e coincide con l’identità dell’autrice – la quale mette qui in gioco «d’azzardo» (p. 34) se stessa sia come studiosa che come individuo –  Il potere o la vita è uno di quei saggi in cui il lettore non rischia mai di sentirsi passivo o distante rispetto alle argomentazioni della sua prestigiosa firma. E se ciò accade non è solo perché Madama Morte/Mr Death non fa che chiamarlo in causa di per sé e a ogni parola, ma anche perché Nadia Fusini scrive queste pagine letteralmente “col teschio in mano” – quello dei due ambasciatori e di Holbein, quello di Amleto (e con lui di Yorick) e di Shakespeare –  riuscendo nel contempo a rimpolpare questo stesso osso cavo (già di per sé così universale) di modo che chiunque, alla stregua di uno specchio deformante quanto basta, possa scorgervi distintamente i propri tratti.

Similmente a ciò che accade nella fruizione del dipinto, in cui l’immagine del cranio (proprio come l’accettazione della propria ontologica caducità) non arriva in modo frontale, diretto e immediato, la bellezza di questo saggio non è estranea al fatto che il suo concetto chiave viene svelato per gradi e per strati. E tuttavia, proprio quando questo viene alfine esplicitato, accade che il colpo di scena conclusivo vada a coincidere con il presentimento che, come uno spettro (e alla stregua del padre di Amleto), si è aggirato nella coscienza del lettore fin dalle primissime pagine: un’agnizione inevitabile, dunque, che aspetta pazientemente al varco, una resa dei conti in cui si arriva a concepire e ad affermare la relazione con la morte percependo più che mai quella stessa energia vitale che di per sé, proprio per esistere, la nega.

Scrive difatti Nadia Fusini:

«così ora, sola di fronte al quadro, non lo riconosco; anzi, volontariamente mi nego un accesso attraverso il ricordo. Aspetto. Guardo, continuo a guardare e mi accorgo che il quadro mi ingravida. È come se il quadro esigesse in me di rinascere. E accade. Accade che ora e qui il quadro rinasce nel mio sguardo attraverso un’emozione, che è una vera e propria ricreazione: tutto ciò che era assopito, ma c’era, era lì, come un pensiero e un’emozione (sopita, o repressa?) viene ora reinvestito e riattivato. È l’emozione dell’incontro con una verità enorme, indicibile, che provo a dire così: la morte, la nostra propria morte non si può guardarla in faccia. Ma solo di sguincio. In tralice. Perché la morte fa macchia. Acceca. È sempre tra i piedi, tra i nostri piedi, intralcia ogni nostro passo, non possiamo né scansarla, né evitarla, né superarla, né accettarla davvero. E neppure pensarla davvero. Perché noi non crediamo alla nostra morte. O meglio, l’inconscio in noi non crede alla nostra propria estinzione» (pp. 152-153).

Si chiede ancora l’autrice:

«esiste il tempo giusto per morire? Esiste l’ora giusta della morte? Il che equivale a domandarsi: si può morire? Posso morire? Ho potere sulla morte? O piuttosto, come Amleto dimostra, e i due ambasciatori testimoniano, fin nel più vivo di ogni riflessione umanistica, la nostra propria morte resta sempre nascosta. Invisibile. Inconcepibile. Intrattabile. Ne possiamo solo afferrare di sguincio l’ombra distorta. La nostra propria morte fa macchia. Acceca» (p. 154).

Così è solo alla fine che sembra chiarirsi anche il senso oscuro dell’opposizione sibillina espressa dal titolo del volume: perché se è vero che «è l’immensa potenza di negazione di quella macchia, l’anima del dipinto» (p. 100), forse “il potere” a cui si fa riferimento non è quello temporale, materiale e relativo che è concesso agli esseri umani, bensì quello eterno, annichilente e assoluto della morte in sé, cui per l’appunto è “la vita” a fare da contraltare alternativo. In poco più di centocinquanta pagine Nadia Fusini ha decriptato questa dicotomia espressa nella fattispecie dell’anamorfosi più celebre della cultura visiva occidentale: un invito allo sguardo e al dramma dello sguardo, alla conoscenza e al dramma della conoscenza, nel conflitto che da sempre oppone, scindendoli entrambi, tanto l’occhio (the eye) quanto l’io (the I).

Cecilia Mariani