Finalmente in Italia "Il libro della follia" di Anne Sexton: un "trafficare con le parole" che distrugge ogni norma e ogni restrizione




Il libro della follia
di Anne Sexton
La nave di Teseo, maggio 2021

Traduzione di Rosaria lo Russo

pp. 224
€ 18 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)





Dal 1972, data di pubblicazione di The Book of Folly negli Stati Uniti, nessuna casa editrice lo aveva mai portato in Italia fino ad oggi. Sarà per il Gesù umano e contemporaneo che è l’oggetto dell’ultima sezione, Le carte di Gesù? O per la disgregazione della figura paterna operata tramite alcol e lascività che viene attuata in Morte dei Padri? O ancora, per le immagini variegate che, poesia dopo poesia, restituiscono senza pietismi né lirismi l’esperienza della malattia mentale, e lo fanno con un colpo diretto allo sterno, pagina dopo pagina? Ci sono moltissimi motivi per pensare che quest’opera sia incomprensibile al pubblico italiano, ma sono gli stessi che la rendono una pubblicazione imprescindibile. Assieme ai tre componimenti in prosa che costituiscono un unicum nella produzione della Sexton, troviamo infatti poesie che sono accomunate dal parlare una voce più che mai priva dei vincoli non solo metrici, della poesia, ma anche sintattici: il linguaggio esplode, e ogni parola, ciascuna scelta con cura per creare accostamenti inediti di senso, concorre a creare un’atmosfera nuova, surreale. Una lingua nuova. La lingua della follia.

Se infatti la Sexton in questo volume dà voce ai turbamenti originati dalla sua malattia mentale, come è il caso di Il doppio, che racconta l’esperienza del disturbo bipolare, ci sono però poesie che, tramite l’uso di scene surreali e grottesche, sembrano suggerire un tipo di follia meno legato alla clinicità del disturbo mentale e più legato alla posizione disallineata con cui gli elementi devianti della società percepiscono e rispondono a ciò che li circonda e che li vorrebbe più "normali". Quello che Rosaria Lo Russo, traduttrice dell’opera, definisce “Gran Teatro psichedelico”, porta sul palco una folla di personaggi, scene, dettagli dall’elevatissima carica simbolica: mentre gli occhi si trasformano in ostriche, le braccia in una balestra, mentre ogni cosa si trasforma, sul palco ballano l’Unasolagamba, il Picchiamogli, Herr Doktor e Signora Morte, in una danza macabra in cui, alla fine della folle musica frenetica, si sente vibrare, in sottofondo, una nota di cruda realtà.

Se infatti le vicende personali sono nascoste sotto strati di trucco di scena, nel narrare l’esperienza femminile la Sexton riesce sempre a suscitare una profonda empatia in chi legge, rendendo trasparente il velo della surrealtà e rivelando il magma sottostante. Il filtro dell’irrazionalità è infatti l’unico modo di raffigurare davvero la follia della vita solo apparentemente perfettamente normata e borghese delle donne della classe sociale della Sexton; specie dei tre componimenti in prosa l’esperienza dell’autrice, le immagini surreali e l’esemplarità sociale si sposano perfettamente, come nei più alti e compiuti esempi di poesia confessionale. Le violenze che vengono perpetrate alle donne all’interno del contesto familiare, tanto fisiche quanto psicologiche, vengono sviscerate dall’età infantile, come in Ballare la giga, fino all’esperienza del matrimonio in Il ballo del buffone o ancora del nubilato sotto forma di un forzato eremitaggio come quello di una moderna Raperonzolo in Cala le ciocche. Spaziando da una forma realistica nel primo componimento, per continuare con atmosfere molto più favoleggianti – ma da spaventosa favola mitteleuropea à la fratelli Grimm – la Sexton ci ricorda ancora una volta che non c’è davvero un limite ben definito tra realtà e surrealtà, tra vissuto e trasposizione poetica. Così come non c’è tra follia e sanità.

Tale limite viene definitivamente a cadere nelle poesie in cui la Sexton parla del suo rapporto con la poesia, come L’accumulatrice seriale e L’uccello ambizione, in cui il medium stesso viene sottoposto al filtro della follia che non risparmia niente. In particolare in quest’ultima, che è la poesia che apre la raccolta, la Sexton sceglie significativamente di far crollare come prima cosa la cosiddetta “quarta parete”, ricordando a sé e al lettore che per lei la poesia non è una naturale riscrittura dei pensieri, ma è un “trafficare con le parole” che “la tiene sveglia” (quello stesso “business of words” che viene citato anche nella dedica alla figlia Joy). Se le parole sono “di ciò che resta, l’unica verità”, la poesia non è una vocazione velleitaria, ma una faticosa professione che come salario restituisce l’unica cosa che la Sexton, in questa prima poesia, sembra desiderare: l’immortalità, l’essere ricordata dai posteri. Cinquant’anni dopo la pubblicazione di quest’opera, sembra proprio che ci sia riuscita. 

Marta Olivi