Un viaggio emozionante tra quaderni e ricordi: "Il gioco dell’universo" di Dacia e Fosco Maraini




Il gioco dell’universo. Un padre, una figlia e il sogno della scrittura
di Dacia Maraini e Fosco Maraini  
La nave di Teseo, 2020 

pp. 240 
€ 18,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

«Ogni volta che rileggo le parole di mio padre sento la sua voce un poco ingolata. La voce di un uomo che si controllava severamente, pur essendo portato alla spontaneità e alla gioia di vivere. Sembrano due atteggiamenti contraddittori, ma in lui si intrecciavano armoniosamente. Miracolo di un carattere timido e sensibile, unito ad una volontà ferrea e a una dolcissima fragilità di fondo». (p. 7) 
Dacia Maraini scrive questo libro dopo la morte del padre Fosco, traendo spunto dai taccuini di viaggio che lo stesso le aveva consegnato. Sono quaderni ricchi di appunti, poesie, ricordi e aneddoti che spaziano tra i  temi e i generi più disparati, dalla vita in Giappone alla spedizione in Tibet, dalla linguistica alla spiritualità.
Fosco era un uomo curioso che si interroga su quanto lo circondava, dalla bellezza del creato, ai misteri dell’universo, dalla religiosità ai conflitti e tormenti interiori dell’uomo moderno. Era un amante del raziocinio, non vi era una fede da abbracciare ma solo una tensione verso ciò che vibra misteriosamente e misticamente. Era poi solito annotare dettagli e pensieri che lo accompagnavano nelle varie giornate: in alcuni appunti cita, ad esempio, solo note sul tempo. Non segue un ordine cronologico, ma è sempre puntuale e preciso in tutto quello che redige, e la sua grafia - ci ricorda la figlia - è minuta e serena.

Sulla carta fissava ragionamenti ed emozioni, con ironia spesso imbastiva i suoi scritti, ma ciò che emerge è il suo insaziabile amore per la libertà e per la conoscenza, una sete che lo porta a essere etnografo, antropologo, fotografo, perché tutto doveva essere vissuto in prima persona; Fosco era sempre costantemente "alla ricerca di", e dunque teorizzava, analizzava, anche quando faceva poesia, perché la sua di poesia è gioco verbale, «un’alta acrobazia verbale, un gioco che si gioca» (p. 93), dove tutto segue una metrica e un ritmo diligente e scientifico.   
Molte sono state le sue passioni, come l’alpinismo e quella straordinaria impresa tibetana con Giuseppe Tucci. Grande fu il suo amore per la natura tanto che una porzione dei suoi quaderni si intitola: “Cose accadute”, in cui protagonista è la natura, che a volte può esserti amica e altre nemica. E non è un caso che l’ultima casa di Fosco si trovi in un cimitero fra le Alpi Apuane da dove vi è una vista su boschi, precipizi e valli.
 
Affascinato dall’Oriente fino a trasferircisi dopo aver vinto una borsa di studio nel 1938, per diversi anni Fosco vive a Sapporo, dove felici si confondono anche i ricordi della figlia Dacia, con la loro casa di legno, la neve e le ricerche sulla popolazione Ainu, ma poi arrivano la guerra e la terribile esperienza nel campo di concentramento, con privazioni e umiliazioni. In ogni caso, Fosco è sempre stato attratto da quel Paese, dal suo passato, dai suoi antichi rituali e cerimonie, come dalle belle donne, ne conosceva la lingua e si allenava con gli ideogrammi. 
«Il Giappone, in tutti i suoi aspetti, è un grande paese moderno. Non solo dal punto di vista dell’economia, delle industrie, dei commerci, della vita come la si può vivere ogni giorno tra macchine più o meno diaboliche, tra uffici e laboratori, televisioni e voli in aereo. Ma è moderno perché l’uomo giapponese vive in sé tutti i contrasti del suo contemporaneo in Europa o in America. Avviene soltanto una cosa: che il passato giapponese, la storia culturale, la preparazione spirituale di questo popolo è profondamente diverso dal nostro. Dunque la sua modernità ha speciale interesse». (p. 60)     
Tra i suoi talenti, magnifica era l’abilità che aveva nell’imparare le lingue stranieresi esercitava anche con il tibetano; Fosco è stato un vero e proprio poliglotta, a cominciare dal fatto che era nato e cresciuto bilingue con una mamma inglese.
Aveva poi una memoria formidabile ed era un testimone attento di tutti quei piccoli miracoli che ogni giorno si compiono attorno a noi e che poi lui immortalava con fotografie perché il suo orgoglio era quello di essere lì, di vederli e di viverli in quell’istante esatto che accadevano. 
Nel ricordare il rapporto tra i genitori, la Maraini lo descrive come un sodalizio di amore e di stima, ma anche di assoluta libertà e rispetto. Topazia era una giovane nobile donna siciliana, anticonvenzionale ed emancipata, una pittrice, una viaggiatrice, un’innamorata delle menti creative, una vera rivoluzionaria anticonformista. Tra Lei e Fosco c'è stata lealtà, ma ci anche altri affetti, altre conquiste e altre relazioni.
Dacia ci dice che spesso nei quaderni trova solo un elenco di parole, come nomi di cose o persone, perché al padre piaceva scrivere delle sequenze di termini, magari per associazioni di suoni, che per lui potevano diventare musiche, oppure si potevano trasformare in astrazioni di luoghi, disegni della mente e da qui nasce anche un altro suo interesse: l’etimologia.
«Cosa distingue, a questo punto, le parole dai numeri? O dalle note? Civiltà e nomenclatura. L’universo come cassettiera, farmacia ed archivio. I tre sommi Re cristiani: Arturo, Carlo Magno, Goffredo di Buglione. I tre grandi cavalieri… Le tre nobilissime coppie d’amanti…». (p. 187)
Questo libro “a due mani” è un percorso affascinante tra le pagine di viaggi lontani, storie e spaccati di vita originali e puntuali nella loro spesso essenzialità. Dacia e Fosco dialogano assieme in una “conversazione” chiara e intima, perché il compito dell’autrice non è solo quello di custodire, ma anche di far conoscere poiché niente vada perduto e nulla dimenticato. Commovente è il loro rapporto, intenso il racconto di una personalità eccentrica e particolare. 
Dacia nella sua ricostruzione riesce a restituire al lettore la figura del padre nella sua poliedrica natura di uomo bramoso di esperienze e di sapere, di narratore per immagini e di pensatore onnivoro in una narrazione vera e sincera, attraverso le memorie e i ritratti di Fosco e i commenti e gli interrogativi di Dacia, che a volte fatica anche a decifrare e interpretare il pensiero del padre. Due voci che si alternano in brani ricchi di sentimenti, di classificazioni, investigazioni ed esplorazioni perché tante sono state le tracce lasciate da Fosco. Scintille preziose di una mente illuminata, sempre pronta alle divagazioni e mai a riposo, per una miscellanea densa di inguaribile stupore. 

Silvia Papa