Donna vuol dire natura selvaggia: un romanzo-manifesto femminista, libero, selvaggio


Donna vuol dire natura selvaggia
di Abi Andrews
Atlantide, 2020

Traduzione di Clara Nubile

pp. 384
€ 26 (cartaceo) 


Non è un testo facile questo romanzo-saggio dal titolo molto evocativo Donna vuol dire natura selvaggia. Proprio nella sua complessità e stratificazione risiede l’identità stessa di quest’opera ibrida, ricchissima e talvolta per sua natura un po’ ostica e respingente, ma su cui vale assolutamente la pena concentrarsi, ritrovando l’importanza di una lettura impegnata, attenta, che richiede un certo sforzo al lettore. L’opera di esordio di Abi Andrews, originaria delle Midlands britanniche, in Italia ha trovato la sua collocazione ideale nel catalogo di Atlantide edizioni, nell’accurata traduzione di Clara Nubile. Un testo sorprendente e stratificato quindi, che mi ha lasciato qualche perplessità sul finale - che personalmente avrei anticipato a poche pagine prima - , non privo di difetti ma di sicuro ricchissimo di spunti e capace di suscitare un dibattito interessante.
Che cos’è quindi questo romanzo-saggio? Come si inserisce nel panorama editoriale contemporaneo e con quali testi dialoga? Chiarisco subito che cosa non è: non è la versione femminile di Nelle terre estreme o di Sulla strada, non è un romanzo canonico ma neanche un saggio puro. Non è diario, né pura invenzione letteraria. È romanzo d’avventura e di viaggio, Bildungsroman, ma anche saggio-manifesto femminista.
Il centro nevralgico di questo testo ibrido è Erin, la sua protagonista: spinta da un inarginabile desiderio di libertà e indipendenza si mette in viaggio, alla ricerca della propria dimensione ideale, nel Nord selvaggio dello Yukon, in Alaska. L’impresa di Erin rompe con un sistema di pregiudizi e sovrastrutture ben riconoscibili: è una donna, è giovane, anela alla libertà e all’isolamento.
[…] una ragazza che rifugge dalla società moderna e scompare nelle terre selvagge andando a caccia e nutrendosi di animali di piccola taglia e piante selvatiche è considerata “inquietante” […]. La selvatichezza come scelta esistenziale nelle donne non equivale ad autonomia e libertà; semmai è considerata una febbre irrazionale. (p. 12)
“Inquietante” perché rifiuta ciò che ci si aspetterebbe da lei, perché si mette alla prova rischiando sé stessa, perché scardina stereotipi e pregiudizi, si interroga su patriarcato, ambiente, scienza, predominio razziale, con sguardo lucido, attento. Il viaggio di questa diciannovenne “atipica” inevitabilmente si intreccia a scrittori e avventurieri che hanno formato l’immaginario collettivo, dai vagabondaggi di Kerouac, la fame di libertà di Chris McCandless, l’uomo-lupo di Jack London, scontrandosi con il mito della natura selvaggia così profondamente patriarcale. Nel suo viaggio e nelle sue letture e ricerche Erin quindi mette in discussione i miti e si confronta con modelli alternativi, a partire da Rachel Carson e dalla sue battaglie contro l’uso dei pesticidi; una figura che ricorre più volte nella narrazione, quasi una guida spirituale, un simbolo di tenacia ma anche l’esempio di un sistema patriarcale repressivo:
Molti dei pezzi grossi non gradivano la signora Carson perché consideravano il suo attacco alle grandi corporazioni chimiche come una minaccia al paradigma del progresso scientifico nell’America del dopoguerra, e anche perché era una donna. Uno scienziato geloso scrisse una lettera al presidente Eisenhower in cui dichiarava che, siccome Rachel Carson era fisicamente attraente ed era nubile, probabilmente era una comunista. (p. 145)
Sono numerosi gli spunti e le chiavi di lettura con cui approcciarsi a questo complesso romanzo-saggio, di cui la componente femminista ne rappresenta il nucleo fondante, insieme alle considerazioni su ambiente, ecologia, libertà. E se per un attimo ci abbandoniamo al viaggio, ciò che vediamo attraverso gli occhi della protagonista è lo spettacolo della natura selvaggia, non davvero incontaminata, ma nella sua fragilità ancor più commovente:
Nessun luogo del pianeta resterà intatto. Né la fossa oceanica più profonda, né la porzione vergine e incontaminata della foresta siberiana, né la grotta sottomarina, sconosciuta e senza nome, e i granchi ciechi che ci vivono dentro. Tutti porteranno le nostre sporche impronti digitali. Abbiamo lasciato la nostra impronta negativa, dappertutto. E i primi della specie umana ad avvertire in modo peggiore che stanno perdendo la loro cultura e la loro identità saranno gli eschimesi e gli inuit. (p. 280)
L’impatto umano sull’ambiente ma anche sulle minoranze è devastante e, seppur non approfondito, il discorso su riserve, nativi americani, inuit, eschimesi e altre minoranze oppresse e che rischiano di scomparire è davvero urgente e mai come oggi attuale. Il viaggio di Erin è, quindi, scoperta dell’altro, di un mondo che stiamo distruggendo, di un desiderio di libertà che non ha confini, tanto geografici quanto di genere. È anche, come si diceva, un viaggio alla scoperta di sé, della capacità di superare i propri limiti soprattutto quelli imposti dagli altri, affrontando nell’isolamento della tundra i fantasmi che la tormentano, gli episodi di violenza e discriminazione con cui è cresciuta.

Ecco la scoperta più importante, per la protagonista e per il lettore: la consapevolezza che possiamo abbattere le barriere imposte. E che niente vale il prezzo della libertà.
Ho dormito tutte queste notti da sola e così lontano, e ho dimostrato a me stessa che posso essere quel genere di persona che fa queste cose, e non c’è niente nella mia biologia, nel mio genere, che me lo impedisce. (p. 348)