Il garbo del gatto ottocentesco: "Lettere dal mio gatto" di Helen Hunt Jackson

Lettere dal mio gatto
di Helen Hunt Jackson 
La Vita Felice, 2016

Traduzione di Benedetta Casella (testo inglese a fronte)

pp. 112
€ 9,50 (cartaceo)


«Povera Micina, niente più bei giochi per te, fino a che Helen non torna a casa!» e io pensato che sarei scoppiata in lacrime. Mi sembra tuttavia che sia un comportamento molto sciocco da tenere, di fronte a ciò che è inevitabile, così ho finto di avere qualcosa nell’occhio sinistro e l’ho strofinato con la zampa. È molto raro che io pianga per qualcosa, a meno che non si tratti del latte versato. Spero tu abbia trovato le castagne per il cavallo che ti ho messo sul fondo della carrozza. Non riuscivo a pensare a nient’altro da mettere lì dentro che ti potesse ricordare la tua gattina. (p.37)

Il processo di antropomorfismo investe ormai da tempo i nostri animali da compagnia. Siamo abituati a pensare ai cani come creature più semplici, sempre felici di vederci e pronti alla lealtà più estrema, mentre sui gatti tendiamo a riversare caratteristiche quali ironia, cinismo e uno sprezzo nei confronti degli umani, a malapena tollerati in quanto distributori di cibo.
Quest'idea ha dato origine a esiti più svariati: dai meme sui social, all'immaginare conversazioni whatsapp con il nostro cane e gatto, fino a opere letterarie quale, ad esempio, Woody di Federico Baccomo dove tutta la narrazione è affidata alla voce squillante del cagnolino.
Lettere dal mio gatto, romanzo epistolare di Helen Hunt Jackson uscito nel 1879, inaugura questa felice tradizione di dare voce agli animali. Ma la voce di Micina (Pussy, in originale) che scrive alla sua padroncina partita per le vacanze è quanto di più lontano da un gatto potremmo mai immaginare.

La storia è autobiografica. Nell'introduzione, l'autrice ci racconta della gatta che aveva quando era bambina, Micina, dal manto grigio con delle strisce bianche sui fianchi, le orecchie grandi e appuntite e una totale devozione nei suoi confronti. Quando Helen partì per una vacanza in campagna, iniziò a ricevere insieme alle lettere della mamma, anche quelle del suo gatto. La cosa colpiva molto la sua immaginazione di bambina e, senza mai mettere in dubbio il mittente, si figurava la madre che, con pazienza, reggeva la zampina del gatto per aiutarla nella scrittura. 
Micina è una gatta estremamente educata e piena di dignità, piena di nostalgia per la sua padroncina partita da poco. 
Mia cara Helen,
tua madre ti chiama così: lo so perché sono appena saltata sul tuo scrittoio e ne ho approfittato per dare un'occhiata, mentre lei non era nella stanza. Sono sicura di avere tanto diritto di chiamarti in questo modo quanto ne ha lei, perché se tu fossi la mia Micina e somigliassi proprio a me, non potrei amarti più di quanto già non faccia ora. (p. 33)
Così le scrive nella prima missiva, prima di passare a informarla delle avventure che capitano in casa da quando lei è partita. Dalle domestiche che sembrano essere delle ladre e non sopportano di averla tra i piedi, ai tè con i gatti del vicinato fino alla cotta per Cesare, il bel gattone che è venuto abitare nelle vicinanze, non c'è aspetto delle sue giornate che Micina non racconti a Helen. E dietro il garbo della narrazione assistiamo alla nascita dell'affezione verso gli animali domestici come oggi la conosciamo. 
Se infatti la domestica Mary non ha nessun riguardo per un animale per lei fastidioso, il burbero nonno dalla bestemmia facile, quando Micina cade in un barile di sapone, si prende cura di lei come se fosse umana: le prende una culla e la accomoda nella cuccia, le massaggia il pelo con lozioni per i capelli per contrastare la caduta a causa del sapone e a chi, sorridendo, gli dice che è troppo grande per giocare con il gatto, lui risponde piccato che continuerà a farlo fino a che Micina non starà di nuovo bene.
Da elementi con solo scopi utilitaristici come tenere lontani i ratti, i gatti iniziano la loro scalata verso il ruolo di sovrani incontrastati della casa. E se nel 1879 poteva far sorridere la premura del vecchio nonno nei confronti del gatto, ora pare del tutto normale avere per loro una cuccia in ogni stanza. Nessuna meraviglia se ormai ci trattano con poco riguardo, come se fossimo sudditi di poco conto. Non hanno ancora dimenticato di quando venivano adorati in Egitto.

Giulia Pretta