«Micronarrazioni personali e soggettive»: i saggi di Franzen in "La fine della fine della terra"

La fine della fine della terra
di Jonathan Franzen
Einaudi, 2019

Traduzione di Silvia Pareschi

pp. 208
€ 18,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


«Se consideriamo la parola "saggio" nel senso di "prova" - qualcosa di azzardato, non definitivo, non autorevole; un tentativo fatto sulla base dell'esperienza personale e della soggettività dell'autore - potremmo dire che viviamo nell'età d'oro della saggistica» (p. 3)
Inizia così la nuova raccolta di saggi di Jonathan Franzen, sedici micronarrazioni personali e soggettive, per parafrasare la definizione dell'autore nel suo primo e sconvolgente Scrivere saggi in tempi bui. Sconvolgente perché l'oscillazione tra l'autobiografia, la saggistica e l'articolo d'opinione è continua, come nella saggistica italiana è ben raro accada. Il personal essay, amato dallo stesso Franzen-lettore torna nella sua scrittura con una naturalezza che porta il lettore a osservare ammirato i passaggi talvolta sorprendenti da un paragrafo all'altro. Nelle sue pagine vive il fascino dell'arbitrio e della soggettività spinta: non c'è informazione che non sia filtrata dalla personalità magnetica di Franzen, un po' come avviene nei suoi romanzi, in cui viceversa è possibile trovare tracce saggistiche. L'osmosi è totale, l'effetto è spiazzante e le argomentazioni non si avvalgono sempre di scientificità, ma approdano all'esperienza privata, agli incontri e alle conoscenze di Franzen. Poi, tutto torna a collimare, a unirsi secondo una conclusione estremamente razionale, molto più di quanto saremmo stati in grado di prevedere a metà saggio.

Perché? Perché la propria vita e l'attualità non sono impermeabili, ma si toccano e si intridono l'una dell'altra. Ecco allora che la notizia della vittoria elettorale di Trump arriva mentre Franzen si trova in Ghana per un viaggio da birdwatcher (tra le sue grandi passioni), o che la scoperta dell'ambiente e dei cambiamenti climatici si fa sempre più chiara grazie alla crociera nell'Antartide di un Franzen disilluso davanti all'impostazione turistica del viaggio. Tante volte torna nei saggi l'amore di Franzen per l'ornitologia e il birdwatching, forse perché «se potessimo vedere ogni uccello del mondo, vedremmo il mondo intero» (p. 33), o per il fascino del loro straordinario adattamento ai tanti habitat diversi, o forse perché «fanno quello che tutti vorremmo saper fare, ma che ci riesce solo in sogno: volano» (p. 35), o forse per la loro straordinaria capacità di vivere solo nel presente, al contrario di noi umani. 
Per quanto riguarda i cambiamenti climatici, occorre prestare attenzione: Franzen non crede nell'efficacia di tanti appelli ambientalisti e osserva che «i cambiamenti climatici sono allettanti per le organizzazioni che vogliono essere prese sul serio» (p. 45). Dunque, documentarsi accuratamente è d'obbligo e tuttavia basterà porsi una data entro cui far sparire le plastiche, ad esempio, perché ogni uomo nella sua quotidianità rinunci alla comodità di tanti piccoli accorgimenti? La posizione di Franzen non è assolutamente quella più battuta e si offre a molte possibili polemiche e contro-argomentazioni. Anche Franzen però concorda sul fatto che non abbiamo più tempo: per salvare il pianeta occorre affrettarsi, tuttavia:
Il cambiamento climatico ha molte caratteristiche in comune con il sistema economico che lo sta accelerando. Analogamente al capitalismo, infatti, è transnazionale, ha effetti imprevedibili e dirompenti, si autoalimenta ed è inevitabile. Non teme la resistenza individuale, crea grandi vincitori e grandi perdenti e tende verso una monocultura globale: l'estinzione della differenza a livello di specie, una monocoltura degli obiettivi a livello istituzionale. Inoltre è perfettamente compatibile con l'industria tecnologica, poiché promuove l'idea che solo la tecnologia, grazie all'efficienza di Uber o a qualche colpo da maestro della geoingegneria, potrà risolvere il problema delle emissione dei gas serra. È una narrazione semplice quasi come i "mercati sono efficienti", una storia che si può raccontare in meno di centoquaranta caratteri: stiamo prendendo il carbonio sequestrato nel terreno e lo stiamo immettendo nell'atmosfera, e se non la smettiamo siamo fregati.
Il lavoro di conservazione, al contrario, è complesso come un romanzo. (p. 53)
Anche per quanto riguarda il fronte della letteratura, tra i sedici saggi ne troviamo alcuni del Franzen-critico, in grado di tracciare vividi profili di scrittori  come William Vollmann o Edith Warthon. Si è qui riprodotto il suo decalogo per chi vuole scrivere di narrativa: cosa ne pensate del bisogno di restare offline? Molto in linea con le convinzioni di Franzen, non vi pare? Anche in altri saggi si legge la sua distanza dal mondo digitale e dall'ossessione fotografica: «possiamo sminuzzare la vita per inserirla in una sequenza di fotografie, anche molto ravvicinate nel tempo, ma guardando quella sequenza finirò sempre a pensare a ciò che è rimasto fuori». (p. 203)
Scettico e sempre informato: questa è una costante di Jonathan Franzen, che in questo La fine della fine della terra dà a tanti lettori una prova di ciò che hanno sempre sostenuto: uno dei più grandi narratori americani è anzitutto un saggista nato. 

GMGhioni