#PagineCritiche - Il pregiudizio universale: catalogo d'autore per imparare a pensare liberamente




Il pregiudizio universale
Un catalogo d'autore di pregiudizi e luoghi comuni
di Aa. Vv.
Laterza, 2016

pp. 393
€ 14 (cartaceo)



Nel 2016 Laterza pubblica per la prima volta Il pregiudizio universale. Il libro racchiude circa ottanta luoghi comuni, diffusissimi o insoliti, che vengono spiegati, e dunque demoliti, da un complesso di autori scelti tra intellettuali, giornalisti, economisti e personalità esperte nei vari settori. La prima cosa che si comprende attraverso questo libro, infatti, è che il pregiudizio è un’affezione trasversale: nessun settore della vita e del pensiero umani è esente dal contagio per una ragione semplicissima: i pre-giudizi, ovvero le idee preconcette che si assumono per valide senza un riscontro oggettivo, ci aiutano a semplificare la realtà, a ridurre la complessità del mondo e dunque a categorizzare e spiegare avvenimenti, persone e stranezze che incontriamo quotidianamente.

Come ogni ambito umano è permeato di pregiudizi, così ognuno di noi, anche coloro che si definiscono intellettuali, e che lottano ogni giorno per non cadere nella rete della deriva semplicistica, sono vittime di questo male, spesso celato dietro buone intenzioni. È un fatto, innegabile, che i pregiudizi non sono soltanto negativi: anche dietro un’opinione positiva, o un concetto neutro, infatti, si può nascondere un pregiudizio. Lo spiega bene il volume Laterza, che possiede due grandi pregi agli occhi di un lettore attento: il primo è che non si limita a demolire le idee negative, i preconcetti che nascondono un’ispirazione razzista o sessista, i pregiudizi che nascono da atteggiamenti di aggressività; al contrario, si parla molto e ampiamente di pregiudizi “buoni”: Di mamma ce n’è una sola; Il pubblico ha sempre ragione; I bambini sono buoni; e di pregiudizi “neutri”: La democrazia è il governo del popolo; La salute non ha prezzo; La famiglia è un valore. Il secondo, grande, pregio è che non sempre i pregiudizi vengono smontati e accantonati, dichiarati falsi e rifiutati: a volte, un pregiudizio si rivela essere una verità. Non tutti, allora, sono sbagliati. Tutti però sono più complessi e meno superficiali di quanto si possa credere cedendo all’accettazione di essi sine conditio:
La consapevolezza della radicalità e dell’irreversibilità dello scontro ha da sempre costretto le classi dirigenti a costruire governi il più possibile inclusivi di forze portatrici di interessi e di ideali presenti nella società, anche se […] in contrasto con principi e programmi del partito maggioritario. […] Si sono varati così governi ad alta conflittualità interna […]. E le conseguenze naturalmente hanno pesato sull’efficacia dell’azione di governo. (L’Italia è un paese ingovernabile, p. 170)
Questo perché non sempre pre-giudicare significa necessariamente sbagliare. Si può avere un’idea preconcetta che, con il tempo e con la prova della verità, si rivela giusta. Ciò che è sempre sbagliato, però, ci suggeriscono gli autori, è aderire a un “credo” in maniera cieca, senza la dovuta verifica dei fatti. Sbagliato e pericoloso, perché se da un lato il pregiudizio aiuta a semplificare la realtà moderna, complessa e multifattoriale, prospettica e contraddittoria, dall’altro la semplificazione conduce talvolta alla chiusura, all’intolleranza e, pure, quando abbracciata dalla collettività, alla deriva di un popolo.

La retorica dal sapore socratico che pervade questo libro non è sempre lineare e non manca di punti oscuri e zone d’ombra. Enrico Vanzina, per esempio, nel capitolo Il cinema popolare non è arte, tenta di confutare il pregiudizio dando dimostrazione del fatto che il cinema in toto non sia arte, bensì un prodotto industriale. Per farlo, afferma:
…talvolta, il Cinema può anche diventare Arte. Ma solo talvolta. Capita in casi eccezionali […]. Capita anche nella musica pop, quando una canzonetta diventa qualcosa di più di un motivetto ed entra nel repertorio universale… (p. 55)
Tuttavia, ed è innegabile, la musica è arte. Pertanto il parallelismo cinema-musica non farebbe altro che avvalorare la tesi del cinema come prodotto artistico. L’industrialità del cinema, secondo Vanzina, sarebbe dimostrata dal fatto che un film non può essere ricondotto a un’idea autoriale univoca, bensì al lavoro di più persone e a più segmenti produttivi. Ma questo non dimostra forse che un prodotto cinematografico può essere considerato, al massimo, un’opera d’arte “collettiva”? Della industrialità manca, come riconosce lo stesso autore, un elemento fondamentale: la produzione in serie.

Si apprende, leggendo, che talvolta i pregiudizi si diffondono non dal basso, dalla superficialità e ignoranza popolari, bensì a partire da fonti autorevoli. Autorevolissime. Nel capitolo La corruzione ci costa 60 miliardi l’anno, Luca Ricolfi e Caterina Guidoni spiegano come quello che si è affermato come un pregiudizio giornalistico abbia trovato larga condivisione da parte della Corte dei Conti che, dal 2009 in poi, ha incluso la preoccupante (e infondata, oltre che altamente ridicola) cifra nelle sue Relazioni e Giudizi sul rendiconto generale dello Stato italiano. Si tratta di un grossolano errore che rivela come spesso la superficialità si nasconda anche nelle più alte sfere finanziarie e politiche del Paese e mette in guardia sulla necessità, in una società dove ogni numero e convinzione diventano certezze oggettive in men che non si dica grazie al web, di passare al vaglio ogni verità letta o sentita.

Il capitolo Gli ebrei sono intelligenti è invece la riprova di quanto affermato in precedenza: anche un pregiudizio positivo è pur sempre un pre-giudizio e talvolta, dietro un manto di buonismo, si nasconde un’intenzione tutt’altro che lusinghiera:
Ci potremmo aspettare che l’idea dell’intelligenza ebraica collocasse gli ebrei fra le razze superiori, non tra quelle inferiori. Eppure non è così. Essa invece si accompagna alla costruzione del mito dell’inferiorità (…), un'inferiorità (…) caratterizzata non da una carenza di intelligenza ma da un suo uso deforme: l’intelligenza dell’ebreo ha infatti la particolarità di trasformarsi facilmente in astuzia, in malignità… (Anna Foa, p. 125)
Spesso, affannarsi a negare un luogo comune è inutile, poiché la sua stupidità è, come in questo caso, ovvia e manifesta. Ciò che va fatto, dunque (e che Anna Foa fa egregiamente) non è tanto dimostrarne la non veridicità, quanto rendere nota la sua origine, per liberarlo di quell’aura di mistero e oggettività che lo rende indiscutibile, lo trasforma in assioma. Scoprirne la genesi, allora, significa mostrare il re nudo.

Insomma: «è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio».
Dopo aver letto Il pregiudizio universale, non si può non concordare con Albert Einstein.
Ma un dubbio, non appena abbiamo terminato di annuire con convinzione al saggio, ci assale… che sia anche questo un pregiudizio?

Barbara Merendoni