Quanto si può vivere di finzione?

Lo scrittore fantasma
di Philip Roth
Einaudi SuperET, 2015

1^ edizione originale: 1979
Traduzione di V. Mantovani

pp. 146
€ 11 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)



Un uomo, il suo destino e il suo lavoro: una cosa sola. Che terribile trionfo! (p. 61) 
Quando finisce l'ingenuità di un aspirante scrittore? Me lo sono chiesta quando, insieme a Nathan Zuckerman, ho bussato alla porta del grande scrittore Lonoff. Certo, Nathan ha solo ventitré anni anni, qualche racconto edito e una lusinghiera intervista sul «Saturday Review», e forse è normale che abbia idealizzato il suo autore preferito, che è per lui una sorta di modello incontestabile. Nathan è lì per trascorrere qualche ora con Lonoff, che abita isolato nel New England; uomo perlopiù schivo, si rivela invece accogliente e generoso nell'ascoltare il racconto della vita del suo giovane lettore e aspirante scrittore. Lonoff sa quel che ha letto sul giornale; ma ignora quanto Nathan sia crucciato da una questione familiare tutt'altro che semplice: lui ha scritto un racconto lungo particolarmente cinico e sprezzante su alcuni membri della sua famiglia ebrea, certamente caratteristici e dalle notevoli potenzialità narrative, ma pur sempre persone. E Nathan, lì per lì, non si è chiesto l'impatto che avrebbe avuto la pubblicazione di un simile lavoro sulla sua famiglia. Il padre e un giudice, che in passato ha aiutato il ragazzo nella sua carriera scolastica, cercano di far capire a Nathan le implicazioni etiche dell'opera («E tu capisci cosa vorrà dire questa storia, una volta pubblicata, per la gente che non ci conosce?», p. 73), inizialmente rifiutate, ma che restano come un rovello, sottotraccia, a minare le sicurezze del protagonista: 
Se un giorno avessi potuto anche solo avvicinarmi all'originalità e alla concitazione delle cose che accadono veramente! Ma se mai ci fossi riuscito, cosa avrebbero pensato di me mio padre e il giudice? Come avrebbero retto, i miei maggiori? E se non ne fossero stati capaci, se il colpo ai loro sentimenti fosse stato, insomma, troppo duro, come avrei retto io, a mia volta, al pensiero di essere odiato, vilipeso e rinnegato? (pp. 98-99)
Lo stesso Lonoff non manca di far riflettere Nathan sulla forte responsabilità che ha un autore, nel dare alla stampa questo o quello stralcio di vita. Tutto ha una conseguenza, nel passaggio dalla carta alla vita reale e viceversa. D'altra parte, Lonoff sembra confermare questo con la sua stessa esistenza: lì in casa, Nathan ha subito a che fare con la moglie Hope, remissiva (o meglio "speranzosa", mai nome fu più parlante), ma profondamente frustrata per le attenzioni che il marito riserva al suo lavoro e alla giovane studentessa Amy, una scampata ai campi di concentramento. 
Con profondo imbarazzo, Nathan assiste a un litigio che ha molto di privato e, ospitato nella stanza dove normalmente lavora Lonoff, origlia inevitabilmente una discussione tra lo scrittore cinquantenne e Amy. La fantasia, inutile dirlo, fa il resto, e Nathan va a riempire i buchi della biografia di Amy con una suggestiva per quanto strampalata ipotesi, tutta letteraria. Insomma, Nathan, da bravo allievo del suo nume tutelare Lonoff, mette prontamente in pratica il pronostico che occupa le prime pagine del romanzo: 
Se la sua vita è fatta di questo, leggere, scrivere e guardare la neve, lei finirà come me. Trent'anni di fantasia. (p. 25)
Infatti la fantasia si è impossessata del presente, mutandolo e immaginando un passato rocambolesco per Amy, risvolti vagamente perversi e incestuosi per l'invece annoiato Lonoff. Nathan è fatto così, e noi lettori ce ne accorgiamo dopo poche pagine: decidiamo di stare al gioco, di lasciare che il grande Philip Roth gestisca una narrazione mossa sapientemente su più piani temporali e diversi gradi di “verità” narrativa. Strettamente legato al discrimine tra realtà e apparenza, c'è la caduta del mito letterario dal piedistallo: come avrà modo di scoprire Nathan, Lonoff non è solo l'autore di grandi capolavori, è anche e soprattutto un uomo dai tanti vizi, dalle compulsioni e dai rituali irrinunciabili, a costo di limitare la libertà di chi gli sta accanto. Dunque, a quanto si può rinunciare della propria vita per la scrittura? La risposta è tutta nelle ultime pagine, ma si pensi che lo stesso Philip Roth, pochi anni prima della morte, ha smesso di scrivere per iniziare finalmente a vivere. Un altro grande, per quanto breve, romanzo della produzione giovanile di Philip Roth. 

GMGhioni