Marcello Simoni e il Medioevo: un binomio dal successo assicurato

Il patto dell'abate nero,
di Marcello Simoni
Newton Compton Editori, 2018

pp. 384
€ 9,90 (cartaceo)
€ 5,99 (ebook)



Fino a qualche settimana a chi mi avesse chiesto numi su Marcello Simoni avrei risposto, semplicemente, "è l’autore dei libri ammonticchiati a piramide all’ingresso delle librerie e che vende tantissime copie". Non avrei saputo spiegare perché né dire di più sulle sue qualità di scrittura, non conoscendo nemmeno gli argomenti principali dei suoi bestsellers. Presentandomi la possibilità di scoprirlo, non ci ho pensato due volte e mi sono ricordata di mio papà che, pur amando Carrère e gli scrittori russi, ha divorato in un soffio Il mercante dei libri maledetti un paio di anni fa.
Così la curiosità mi ha spinto tra le braccia del secondo volume della Secretum Saga, Il patto dell’abate nero, uscito per Newton & Compton il 28 giugno. Non abbattetevi se avete perso il primo volume: così è stato anche per me, ma non per questo la storia di Bianca de Brancacci e del ladro Tigrinus non è riuscita tenermi in ostaggio durante tutta la lettura.


Nel marzo del 1460 un mercante ebreo incontra in gran segreto l’agente di un uomo d’affari fiorentino, Teofilo Capponi, per vendergli un’informazione preziosissima: l’esatta ubicazione del leggendario tesoro di Gilarus d’Orcania, un saraceno scomparso ai tempi di Carlo Magno. Venuta per caso a conoscenza della trattativa, Bianca de’ Brancacci, moglie di Capponi, si convince che quel tesoro ha a che fare con la morte di suo padre. Elabora così un piano talmente pericoloso da aver bisogno dell’aiuto di Tigrinus, noto ladro fiorentino legato da un oscuro patto a Cosimo de’ Medici: il delinquente dovrà partire alla volta di Alghero, spacciarsi per Teofilo Capponi, e mettersi sulle tracce dell’oro di Gilarus. Bianca, infatti, è sicura che il padre non è morto davvero e che la sua scomparsa sia opera di un complotto ordito da qualcuno a Firenze. Così Tigrinus parte per la missione, ma in città Bianca non è la sola ad affrontare la piega che hanno preso gli eventi dopo la sua partenza: il cugino Angelo Bruni, nobile decaduto e con il quale donna ha trascorso la sua infanzia di orfana, fa di tutto per risollevare la sua condizione, invano. Non poteva di certo sapere che il tesoro scovato in un cunicolo nascosto tra le rive dell’Arno fosse collegato alle macchinazioni della cugina e a tal punto prezioso da suscitare l’interesse dell’uomo più potente della città, Cosimo de’ Medici.

Thriller e Medioevo. Due parole chiave che descrivono Marcello Simoni e a tal punto (ora l’ho capito anche io) esemplificative della sua produzione da essere evocate e usate per antonomasia anche in libri altrui. La sua scrittura, quindi, passa tutta attraverso queste due parole, e con loro anche il valore del suo corpus. Se lette in superficie e singolarmente, Il patto dell’abate nero soddisfa molte delle loro caratteristiche, con la sua lingua che mima efficacemente la favella dell’epoca scelta per la storia, le ambientazioni che ricreano con fedeltà (e, presumo, ricerca documentaria accurata considerata la formazione dell’autore, archeologo e bibliotecario) la Firenze e l’Alghero del Basso Medioevo, il mood coerente con il tema e il fiato lasciato sospeso a ogni capitolo in modo da spingere a girare un’altra pagina per scoprire di più.

Thriller e Storia (di cui il Medioevo è una pagina) non riescono tuttavia a completarsi nel modo a cui, ad esempio, Maurizio de Giovanni ci ha abituato con il suo commissario Ricciardi nella Napoli fascista degli anni Trenta. Altra epoca, più vicina, è vero, ma il risultato è di un tale coinvolgente intreccio da rendere superflua l’ambientazione e centrale la narrazione. Nel libro di Marcello Simoni manca proprio questa forza trainante della scrittura in cui possa realizzarsi la parabola ascendente di ogni thriller che si rispetti. Si aspetta il volume successivo con la stessa curiosità con cui si attende una nuova puntata di una sere tv di media qualità su Netflix, ma non si vive l’esperienza di lettura in maniera completa. All’autore, comunque, va il merito innegabile di aver costruito una (nuova, dopo la Trilogia del mercante di libri e la Codice Millenarius Saga) saga storica che avvicina al passato e lo fa in modo accessibile (anche in termini di costi, contenuti nel caso della Newton & Compton) a tutti con una lettura semplice, ritagliandosi una fetta di pubblico fedele e appassionato, pronto a seguire il Simoni in tutte le sue – sono certa – numerose saghe future.

Federica Privitera