Per un'etica postumana: "Al di là delle parole" di Carl Safina

Al di là delle parole. Che cosa provano e pensano gli animali
di Carl Safina
Adelphi, 2018

pp. 687
€ 32,00

Titolo originale: Beyond Words. What Animals Think and Feel
Traduzione di Isabella C. Blum



Al di là delle parole è un libro sorprendentemente forte che, come tutte le cose belle, richiede tempo e dedizione. Richiede la pazienza dell'esplorazione, la curiosità dello scavo, il trasporto avvinto della passione. Richiede anche una matita ben appuntita, per sottolineare tutto, appuntarsi idee e suggestioni, crearsi un proprio percorso all'interno di un'opera ricchissima e coinvolgente. Quello di Carl Safina è un saggio che si legge come un romanzo o, per meglio dire, come un vasto poema. Fin dalle prime pagine, quella che viene messa in scena è una grande epopea, che risuona di echi eroici già dal suo esordio, dalle magnifiche epigrafi e dalla marcia degli elefanti, commovente nella sua incredibile potenza espressiva:
Alla fine, vidi che la terra stessa s'era sollevata, la terra cotta dal sole aveva preso la forma di qualcosa d'immenso e vivo, ed era in movimento. Il paesaggio si muoveva con la moltitudine, i loro passi a tal punto tutt'uno col suolo da sembrare la fonte stessa della polvere. La nube che alzavano ci inghiottì, penetrò in ogni poro, ci coprì i denti, ci filtrò nella mente. Al tempo stesso, carne e metafora. Grande. Si potevano vedere le loro teste, come scudi di guerrieri. Il loro immenso respiro, che si riversava dentro e fuori risuonando nelle camere dei polmoni. La pelle, mentre si muovevano, corrugata dal tempo e dall'uso. [...] E intanto, l'incessante mormorio soddisfatto di montagne di ricordi. (p. 23)
I protagonisti sono eroi inconsueti, ma non per questo meno imponenti o valorosi: creature maestose che hanno in comune di godere di una complessa mitologia, di aver sempre affascinato, e talora spaventato (come spaventano le cose che non si comprendono) l'uomo. L'autore, scienziato e giornalista, ci accompagna in un viaggio alla scoperta, o riscoperta, degli elefanti africani, dei lupi di Yellowstone e delle orche canadesi, per tentare non tanto di capire quanto siano simili a noi, ma piuttosto quanto noi siamo simili a loro, o meglio ancora quante somiglianze ci siano tra le nostre specie. Il tratto più interessante dell'opera è infatti il dichiarato desiderio di uscire da una logica antropocentrica. Si parla di postumanesimo nel senso più profondo del termine, quello che vuole andare oltre l'umano, cessare di considerarlo misura di tutte le cose. L'uomo è animale tra gli animali, che condivide con gli animali strutture fisiche, attitudini e buona parte del corredo genetico. Paragonare altre creature all'uomo è dunque un'operazione priva di senso: ha più senso considerare un elefante in quanto elefante, un lupo perché è un lupo, un'orca esclusivamente come orca. Considerarli individui (non più "it", ma "who?"), esseri pensanti, cercare di sondare le modalità del loro pensiero – perché non v'è dubbio che pensino e abbiano precise strategie di sopravvivenza, sistemi di cura, talora ragionamenti più complessi di quanto si sia mai potuto sospettare. È diventata illogica ostinazione sostenere che non sia così, fermo restando che bisogna ricorrere a sistemi interpretativi diversi per riflettere diverse strutture sociali e modelli comportamentali. Gli animali hanno una mente e una reale coscienza di sé. Se finora non ce ne siamo mai accorti, è per colpa del nostro egocentrismo e di un imperdonabile allontanamento dal mondo naturale di cui noi stessi siamo figli:
L'esilio dalla natura, associato alla modernità, un esilio autoimposto, sembra aver deteriorato un'antica capacità umana di riconoscere la presenza della mente in altri animali. (p. 270)
L'uomo e gli altri animali non sono simili, ma "devono affrontare, nella vita, problemi simili" (p. 214). Preso atto di questo, la nostra prospettiva cambia inesorabilmente, si allarga oltremisura. E così fa anche il libro: apparentemente comprensivo di tre soli casi di studio, in realtà lo spazio dell'indagine si amplia attraverso una fittissima aneddotica. Scopriamo così di gamberi che soffrono d'ansia, di corvi intelligenti, di insetti che sono anche grandi utilizzatori di strumenti, di cernie cooperanti, di topi che ridono se si fa loro il solletico. E l'opera di Safina diventa un invito e un omaggio alla meraviglia nei confronti del creato, che non deve certo essere accettato in un muto sbalordimento, ma suscitare continuamente domande, sollecitarci a una ricerca continua:
Come sarebbe essere colpiti dalla gioia? Darsi da fare giorno per giorno, implacabilmente seguiti dal piacere; trafitti da una bellezza irresistibile, paralizzante; pietrificati dalla meraviglia; sopraffatti dalla curiosità […]. Sarebbe proprio bello. (p. 604)
Con il testo di Safina, Adelphi inaugura sotto i migliori auspici la sua nuova collana, Animalia, suscitando nel lettore la curiosità di scoprire cosa riserveranno i prossimi volumi. Per ora, usciamo da questo primo numero defraudati di alcune certezze e arricchiti da nuove consapevolezze.
È abile infatti, l’autore, a smontare sistematicamente in noi ogni preconcetto, su noi stessi prima che sul mondo animale. Noi, che ci crediamo superiori, animali razionali, siamo in realtà “quelli più spesso irrazionali, tormentati, vittime di deliri e distorsioni cognitive (p. 406). Siamo noi quelli che ci affidiamo continuamente a falsi miti e falsi dei, a superstizioni e credenze, a pregiudizi fondati su idee irragionevoli. Al contrario, gli animali basano la loro possibilità di sopravvivenza sulla capacità di fare e valutare esperienze, di desumere leggi valide dal reale:
Gli altri animali sono grandi, consumati realisti. […] Le azioni e le convinzioni degli altri animali si basano sulle evidenze: non credono nulla, a meno che non sia confermato dai fatti. (p. 404)
Anche la presunta superiorità evolutiva viene rimessa in discussione: solo nel momento in cui ci ostiniamo a considerare l’evoluzione una gara, e a giudicarla utilizzando scale valutative umane, noi risultiamo vincitori. La verità, ribadita pacatamente ma a più riprese da Safina, è che “cervelli diversi enfatizzano abilità diverse, consentendo a esseri viventi diversi di eccellere nello sfruttamento di circostanze pure diverse” (p. 424): immersi nella foresta, privati dell’elettricità e degli strumenti a cui ogni giorno, in ogni momento, noi affidiamo la nostra esistenza, troveremmo difficoltà a sopravvivere, poiché il progresso ci ha reso per certi versi incapaci, ha attenuato in noi alcune competenze a cui prima ci affidavamo (nella stessa direzione del resto si muoveva Marshall McLuhan quando definiva i media “estensioni dell’uomo”, a cui l’uomo demandava parte delle proprie funzioni e abilità, amputandole a se stesso). È evidente che, nel momento in cui accettiamo una simile prospettiva, siamo anche costretti a rivedere il nostro modo di porci nel mondo e in relazione agli altri esseri che con noi coesistono.
Probabilmente, agli animali, sembriamo privi di abilità essenziali, proprio come a noi loro sembrano incapacitati dalla mancanza di linguaggio – benché in realtà siano estremamente capaci, in modi a noi preclusi. Molte creature ci battono nettamente per quanto riguarda vista, udito, olfatto, tempi di reazione, capacità di immersione, volo ed ecolocalizzazione. […] Molti sono super-cacciatori. Atleti estremi. […] Qui troviamo lo spazio e il motivo per un apprezzamento rispettoso, per una condivisione del mondo. (pp. 423-424)
Mentre ci convince della validità delle sue idee, Safina ci carica anche di un fardello non indifferente. Se l’animale pensa e comunica, manca tuttavia di una dote che l’uomo ha (e che spesso utilizza a sproposito): la capacità di disporre di un linguaggio complesso. Gli animali sono privi di “una voce politica. Anche loro sono come i popoli tribali, i contadini, i nativi, i poveri e in generale come la maggior parte di noi: mal rappresentati, schiacciati dalle grandi fortune di persone dotate di armi potenti ma di menti deboli” (p. 603). Ecco allora che dall’opera scaturisce un messaggio forte, e ai lettori è richiesto un preciso schieramento, un impegno etico assoluto: quello di parlare per chi non ha voce, di comprendere i messaggi che si nascondono al di là delle parole, di farsi custodi e testimoni di queste verità. 

Carolina Pernigo



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