Il giardino come la vita: l'arte della coltura secondo Karel Čapek

L’anno del giardiniere
di Karel Čapek
Elliot, 2018

pp. 128  
€ 13,50

Titolo originale: Zahradníkův rok
Traduzione di Chiara Rea


"Ci sono vari modi di realizzare un giardino; il migliore è assumere un giardiniere" (p. 5). Così inizia il breve pamphlet ironico di Karel Čapek, importante scrittore ceco di inizio Novecento. Per chi, come me, riesce a far morire anche i cactus, dimentica sistematicamente di annaffiare i gerani fino a ritrovarli quasi mummificati, e non ha mai visto basilico che non sia quello nel barattolino del pesto pronto, si tratta di una lettura ricca di controindicazioni. Mi accingevo quindi ad intraprenderla carica di sospetto. 
L'anno del giardiniere si è rivelato invece un delizioso manuale di sopravvivenza per floricultori, ma anche una glorificazione della natura per esperti e profani, e un incoraggiamento per chi il pollice verde proprio non ce l'ha. 
Godibilissimo nella forma, agile e leggero, lo scritto di Čapek è stato edito la prima volta nel 1929, ma ci parla come se fosse stato composto ieri. L'autore descrive una passione (a tratti un vizio) facendo ricorso a tutti gli espedienti del comico, dispiegati con sapienza ed equilibrio.
Ad esempio le iperboli, che fanno delle piccole lotte quotidiane battaglie epiche, per lo più inconcludenti:
Qualcuno potrebbe pensare che annaffiare un giardino sia una cosa tutto sommato semplice, in particolare se si dispone di un tubo di gomma. Ben presto ci si accorgerà che questo tubo è un essere incredibilmente infido e pericoloso, finché non viene addomesticato; si dimena, sfugge dalle mani, si contorce lasciando dietro di sé pozze d'acqua, per poi finire con gran diletto nel fango che lui stesso ha creato; a quel punto si avventa sul malcapitato che aveva intenzione di annaffiare e gli si attorciglia attorno a una gamba; lui prova a tenerlo fermo mettendoci un piede sopra, al che quello si solleva e gli si avvinghia torno alla vita e poi al collo; mentre il poveraccio sta lottando con il tubo come fosse un pitone, quel mostro volge il beccuccio di ottone verso l'alto sputando un getto d'acqua potentissimo dentro le finestre aperte, proprio sulle tende appena appese. [...] All'inizio ci vorranno almeno tre uomini per cercare di domarlo; alla fine tutti abbandoneranno il campo di battaglia completamente ricoperti di fango e zuppi d'acqua. (pp. 5-6)
Oppure gli elenchi, che rimandano, non senza un tocco di causticità e grande abbondanza di spirito autoironico, all'infinità dei precetti, delle raccomandazioni, delle regole non scritte, delle indicazioni terapeutiche, dei piccoli segreti:
non esiste budino che sia altrettanto complicato da preparare quanto il terreno da giardino; a quanto ho potuto vedere bisogna aggiungere letame, concime, guano, compost di foglie secche, compost di erba, terriccio, sabbia, paglia, calce, kainite, scorie Thomas, farina per bambini, nitrati, cheratina, fosfati, escrementi, sterco, cenere, torba, terricciato, acqua, birra, fondi di pipa, fiammiferi bruciati, gatti morti e molte altre sostanze. Tutto questo deve essere mescolato accuratamente, sotterrato e aggiustato di sale. (p. 31)
A tratti il tono diventa serio e il giardino si fa sempreverde metafora della vita: così l'uomo apprende la pazienza e che ci sono aspetti dell'esistenza che non si possono controllare; si esercita nell'arte dell'ottimismo, imparando a confidare ancora dopo una brutta annata; si abitua alla caducità delle cose del mondo:
Guardate, i fiori sono come le donne: bellissimi e freschi, non gli staccheresti mai gli occhi di dosso, ma non riesci mai a cogliere questa bellezza nella sua totalità – Dio, c'è sempre qualcosa che ti sfugge, perché nessuna bellezza ti sazia davvero [...] Che peccato, mia leggiadra bellezza (sto parlando dei fiori), che peccato che il tempo scorra così; la bellezza se ne va e solo il giardiniere rimane. (pp. 73-74)
Il testo ripercorre l'anno del giardiniere, mese dopo mese, evidenziandone gioie e dolori, fatiche e piccole glorie, denunciandone con il sorriso i difetti e facendo trasparire tra le righe l'orgoglio di pregi che sente anche propri – e implicano una sorta di superiorità morale su chi non distingue un flox da una giorgina o un anemone (e lodato, sempre sia lodato, a questo punto Google immagini). Alternati alle scansioni regolari e ineluttabili del tempo, si trovano brevi inserti tematici (sulla pioggia, i semi, il terreno, le gemme, gli orticoltori; vero e proprio inno è – mirabile a dirsi! – quello sui coltivatori di cactus).
Dalle parole di Čapek emerge che il giardiniere è prima di tutto un cultore della meraviglia e un sognatore: vuole ricreare il mondo in un fazzoletto di terra, ricostituire una perfezione in miniatura. È una persona capace di dedizione e cura infinite (e poco importa allora se l'unica cosa che si vede di lui è il sedere, che fa capolino dalle frasche mentre tutto il resto è sepolto al di sotto). Incarna una quotidianità elevata dalla poesia e dell'accudimento di ciò che è fragile, un invito alla resilienza e all'adattamento. E, al contempo, nella sua celebrazione l'autore riesce a non essere mai banale, mai moralista, mai superficiale, e stupisce il lettore con continui colpi di mano:
Potrei scrivere dei colori esuberanti dell'autunno, delle nebbie malinconiche, delle anime dei morti e dei fenomeni celesti, degli ultimi Aster e delle roselline rosse che ancora si sforzano di fiorire; oppure dei fuochi fatui al crepuscolo, del profumo dei cieli del cimitero, delle foglie secche e di altre cose romantiche. Ma preferirei dare la mia testimonianza e il mio elogio a un'altra bellezza del nostro autunno ceco. Ovvero la barbabietola. (p. 103)
La coltura del giardino a tratti si fa vero e proprio culto: ha i suoi riti, i suoi santi, le sue preghiere. L'attesa dei primi germogli ha strettamente a che vedere con la fede. E il giardino necessita di particolari precauzioni, per le quali non guasterebbe un aiutino dall'alto: 
"Signore, fa' in modo che ogni giorno piova da mezzanotte alle tre, ma una pioggia lenta e calda, in modo che il terreno la possa assorbire; fa' però che non piova sulla crotonella, sull'aurinia, sull'eliantemo, sulla lavanda e sulle altre piante che Ti sono note nella Tua infinita saggezza come xerofite (se vuoi Ti faccio la lista su un foglietto). Fa' che il sole splenda tutto il giorno, ma non dappertutto (per esempio non sulle spiree, né sulle genziane, sull'Hosta o sui rododendri) e comunque non troppo. Fa che ci sia molta rugiada e poco vento, lombrichi a sufficienza, niente pidocchi né lumache, niente mal bianco, e che una volta alla settimana piovano liquame e guano, amen". Perché dovete sapere che era così che andavano le cose nel giardino dell'Eden; altrimenti non sarebbe fiorito tanto bene, che vi credete. (p. 65)
Tra un carme al buon letame, dono di Dio, e una rissa tra Santi, patroni di specie floreali diverse, Čapek riesce a camuffare il nocciolo della questione, il senso profondo dell'intero volume: 
Io vi dico: non c'è la morte, non c'è nemmeno il sonno. Semplicemente cresciamo, passando da una stagione all'altra. Bisogna avere pazienza con la vita, perché è eterna. (p. 111)
Anche noi, come le piante, siamo invitati a rinnovarci continuamente, a rifiorire dalla vita che cova sotto i residui marcescenti del nostro passato, che ci ingombrano come foglie morte a fine novembre. Nel frattempo, considerando che "un giardiniere ha bisogno di millecento anni per provare, approfondire e valutare concretamente tutto ciò che gli compete. Non vi posso fare lo sconto, al massimo un cinque per cento giusto perché siete voi" (p. 124), non resta che mollare tutto e correre immediatamente al vivaio a comprare qualche cactus. 

Carolina Pernigo