Follie di fine estate all'incrocio tra storie e Storia


Follie di fine estate
di Samuele Cau
Bonfirraro Editore, 2017


pp. 318 
€ 18,90


Samuele Cau, al suo primo romanzo, ci racconta una storia di dolore e perdita, di compromessi e restituzioni, di cesure e censure. Molte sono le cesure che la Storia ha imposto agli italiani, costretti a fuggire dalle conseguenze di una guerra infausta, a mettere radici in altre parti del mondo, che poi diventano zone d’ombra da cui scappare ancora. Emigranti forzati che hanno abbandonato l’Italia del fascismo e le sue follie, per trovare se stessi da un’altra parte. Nel caso del protagonista di Follie di fine estate si tratta dell’Argentina, a sua volta poi devastata dalla dittatura. Le censure sono quelle che i protagonisti di questa storia si impongono per continuare a vivere, per non indugiare troppo sui ricordi, su episodi dolorosi che parlano di morte e atrocità.
I protagonisti vivono una sorta di grande disegno, un ordito del destino, che man mano dipana la sua matassa, fino a sciogliere tutti i nodi che accomunano passato e presente delle loro vite. Santo Bellomo è un uomo logorato dai rimpianti, ha perso la sua amata Lucia, che lo ha lasciato, la sua famiglia d’origine ha subito una perdita incolmabile, la sua vita ha cambiato bruscamente rotta, fino ad approdare in Toscana, dove vive e lavora.   
Una vacanza lo riporta in Sicilia, a San Vito lo Capo,  luogo in cui va incontro ai ricordi della sua famiglia, scappata in Argentina in seguito alla guerra, e ritrova Gaetano, vecchio pescatore amico di gioventù del padre; e in questa  terra, nell’incontro tra luce e ombra, mare e cibo, stringerà amicizia con il proprietario del “Tannure”, una piccola pensione gestita da due fratelli, di cui uno, Salvo Spada diventa tassello mancante di questo puzzle che il protagonista va costruendo quasi per caso. 
Nell’isola fisica e metaforica, Bellomo riscopre che tutti siamo vittime di qualche dolore, e lo scontiamo ogni giorno, nascondendoci nelle tragedie altrui. E la Sicilia, eletta a “buen ritiro” é protagonista essa stessa, da sempre abituata alle storture e alle contraddizioni; luogo mitico in cui tutto ha inizio, in un altro tempo e con altri protagonisti e in cui infine tutto torna al proprio posto, in memoria di quei padri che solo avrebbero voluto viverla e di quei figli che loro malgrado la subiscono. 
Insieme al ritratto-omaggio alla terra delle origini, Cau ci regala anche le atmosfere di un’Argentina sofferta, quella del 1976, del colpo di stato dei tre generali, tra cui soprattutto Videla, responsabile di 30mila morti, portandoci  tra i ribelli che morirono per un’idea, tra coloro che non si arresero, le madri e le sorelle dei desaparecidos. Non c’è molto spazio per le donne all’interno del libro, di molte  conosciamo solo la fine, il dolore estremo, l’assenza. Nel libro aleggiano attraverso pochi dialoghi, frasi rubate, ricordi. Nonostante questo se ne sente la forza, dominano attraverso l’esempio, guidano la vita dei protagonisti, tutti uomini, con alle spalle una donna importante nella loro vita e spesso proprio l’idea di questa donna li ha tenuti in vita.
Un grande merito del romanzo è quello di collegare gli uomini e le loro storie alla Storia del Nostro Paese, e non solo. Gli episodi rievocati collegano la Sicilia, l’Argentina e l’Emilia. Tre luoghi di sofferenza e di riscatto, in qualche modo. Per l’Emilia lo sfondo storico è quello della strage di Marzabotto, meglio conosciuta come eccidio di Monte Sole. Si tratta di un insieme di stragi che i nazifascisti compirono in Italia tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, tra i comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno, in provincia di Bologna. Fu uno dei più gravi crimini contro l’umanità compiuti dalle SS sul territorio italiano nel secondo conflitto mondiale, in cui persero la vita più di mille persone. A scatenarla fu la volontà dei tedeschi di porre fine agli assalti della brigata partigiana Stella Rossa. L’operazione fu guidata dal maggiore Walter Reder, che per questi crimini fu processato nel ’51 e condannato all’ergastolo. Il tribunale di Bari gli concesse nel 1980 la libertà condizionale e Bettino Craxi, nel 1985 decise di liberarlo anticipatamente. Morì a Vienna nel 1991. 
Se tante sono le colpe di ufficiali e sottufficiali delle SS, anche l’Italia politica ha contribuito a inasprirne le conseguenze, ponendo mano ad  insabbiamenti vari (celebre il ritrovo dei fascicoli dentro il cosiddetto “armadio della vergogna”, come lo chiamò il giornalista Franco Giustolisi,  a Palazzo Cesi-Gaddi a Roma, rinvenuto nel 1994 e di cui l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini ha annunciato, dopo la desecretazione dei fascicoli rinvenuti, la disponibilità sul sito della Camera dei Deputati a partire dal 15 febbraio 2016).
Nel suo romanzo Samuele Cau cerca un finale diverso per quella storia e per i colpevoli di quella strage insensata, pretendendo e ottenendo una giustizia senza libertà per mandanti ed esecutori, anche se solo con la fantasia, in memoria dei tanti innocenti, bambini compresi (ne furono uccisi 52), di quella strage. Ma nello stesso tempo considerando la posizione di chi quegli ordini dovette eseguirli per non morire a sua volta, con una lungimiranza storica senza ombra di revisionismo, Cau si mette nei panni di chi fece per dovere e di chi invece agì con crudele violenza, e un pizzico di compiacimento, alla legge della guerra. Lo scrittore cerca un finale diverso per tutte le storie non a lieto fine, compresa forse la sua personale, dedicando infine il libro, tra gli altri, alla sua Lucia, quella vera… in attesa di un ritorno, e di una nuova estate.

Samantha Viva