"L'uomo che non conosceva la libertà": un viaggio nella Cina contemporanea


L'uomo che non conosceva la libertà
di Iris Versari
Edizioni Helicon, 2017

pp. 346
€ 14,00 (cartaceo)





Quando ho iniziato a leggere L’uomo che non conosceva la libertà, di Iris Versari - nome d’arte scelto dall’autrice a salvaguardia dell’incolumità personale e familiare -, avevo il desiderio e l’aspettativa di fare un viaggio negli aspetti inediti, e forse anche perversi, della Cina contemporanea. E in questo la mia aspettativa non è stata delusa: infatti, la Versari esplora con immediatezza e precisione la realtà vissuta dagli Uiguri, minoranza turcofona e musulmana, stabilita prevalentemente nello Xinjiang (nord-ovest della Cina) e da tempo sottoposta a gravi forme di repressione da parte del governo centrale cinese.
L’autrice innesta questa narrazione collettiva partendo dalle sue vicende personali: appena laureata in Lingue Orientali, seguendo la sua passione per la lingua e la cultura cinese, si trasferisce in Cina, nazione che viene subito presentata in tutta la sua complessità dirompente, la cui ricca cultura millenaria è percorsa da molteplici contraddizioni, nonché da un bisogno bulimico e cieco di sviluppo continuo.
«In Cina rimaneva pochissimo di storico, l’impressione era che il passato volesse essere dimenticato e cancellato, come qualcuno che si vergognasse delle proprie radici storiche e culturali, cieco e sordo dei propri errori […] in Cina tutto ciò che è vecchio è sistematicamente distrutto. Pochissimo, quasi nulla è ristrutturato, nella speranza di apparire un paese in continua evoluzione e sviluppo» (p. 60).
In questa terra controversa e affascinante, l’autrice conoscerà il grande amore della sua vita, un uomo appartenente proprio alla minoranza uigura. È così che le vicende vissute personalmente dall’autrice e dal suo compagno si alternano alla descrizione della repressione della minoranza uigura condotta da tempo e in modalità diverse. In primis con l’azione di “invasione etnica” perpetrata negli anni Novanta dal governo centrale cinese, che ha favorito l’immigrazione nello Xinjiang dell’etnia han, la più numerosa nel paese, al fine di rendere minoritaria la componente uigura. A questa si accompagnano azioni di repressione linguistica, culturale e religiosa:
«La lingua locale è consentita nell’ambito familiare, ma negli ambienti pubblici, come scuole e uffici, è obbligatorio e necessario l’utilizzo del Mandarino. Il velo per le donne è bandito se in un luogo pubblico. Gli uomini sono obbligati a radersi la barba, se vogliono trovarsi un lavoro. La religione è ammessa ma non favorita. Il Ramadan e tutte le festività religiose in genere sono scoraggiate» (p. 103).
Alla narrazione di queste tormentate vicende si accompagna la descrizione del legame tra l’autrice e il suo compagno, fondato su un amore solido ma trafitto dai dissidi e dai dubbi derivanti dall’appartenere a due culture diverse, una delle quali soggetta alla repressione che rischia di portarla in breve tempo all’estinzione. Questo connubio tra colare e individuale e la volontà di denuncia della tormentata vicenda uigura rappresentano gli aspetti più interessanti del libro, due buone idee da cui prende avvio la scrittura.


Ma, come noto, i libri non sono fatti solo di buone idee, bensì anche di precisione espressiva, armonia dei contenuti, accuratezza formale, tutti aspetti in cui il libro della Versari mostra ancora dei limiti. Infatti, a fine lettura resta una sensazione d’incompiutezza dell’opera, resa più netta da uno stile acerbo, tipico di una scrittura ancora alla ricerca di sé, caotica in molti passaggi, impigliata in un bisogno di espressione per il momento inappagato, probabilmente reso difficile dal coinvolgimento personale dell’autrice nelle vicende narrate. 
L’incompiutezza si associa a una gestione dei contenuti non sempre armonica, in cui alle descrizioni spesso molto minuziose delle vicende uigure si accompagna una connotazione psicologica dei personaggi frettolosa, sfumata, il cui spessore non rapisce il lettore trasportandolo nel mondo costruito dall’autore ma, al contrario, lo lascia lì inchiodato nella consapevolezza di star leggendo un libro. Infine, la presenza di alcuni di refusi e di accapo improvvisi non consente di raggiungere quel livello di accuratezza formale che rende un’opera di lettura gradevole e agile,  rafforzando la consapevolezza di essere di fronte a un libro che avrebbe richiesto un tempo di maturazione più lungo per poter risplendere in tutta la sua potenza espressiva.

Barbara D'Amen