#CriticARTe - A caccia di impressioni con Monet

Ninfee, 1916-1919, olio su tela
Parigi, Musée Marmottan Monet
Monet 
Capolavori dal Musée Marmottan Monet, Parigi



Roma, Complesso del Vittoriano
fino al 3 giugno 2018
9.30-19.30 (lun-giov) 9.30-22.00 (ven e sab)
9.30-20.30 (dom)
biglietto intero 15,00 euro (audioguida inclusa)




Se già non bastassero le motivazioni per programmare un weekend primaverile a Roma (passata la buriana di questo fine febbraio, nel vero senso della parola), si aggiunge la decisione degli organizzatori di prorogare fino al 3 giugno la bella mostra dedicata a Claude Monet, ospitata nelle sale del Vittoriano, che avrebbe dovuto chiudere i battenti a febbraio. C'è quindi ancora qualche mese di tempo per chi ancora non ha potuto godere delle bellezze che il grande pittore dell'Impressionismo, come sempre, ci regala.
Nonostante non goda, come altre in passato già presentate in Italia, di una panoramica ampia sull'intero ciclo pittorico di Monet, la mostra romana si rivela omogenea e coerente secondo alcune linee guida.
Innanzitutto comprende una sessantina di opere, tutte provenienti dal Museo Marmottan Monet di Parigi (che ha avuto in lascito dal figlio del pittore le tele rimaste di sua proprietà, nonché la casa di Giverny, quella del famoso giardino che tanta parte ebbe nei quadri del pittore in età matura e avanzata).
La particolarità di queste opere sta nel fatto che Claude Monet le aveva tenute per sé e per la famiglia. Probabilmente non realizzate per essere vendute o comunque non acquistate, le tele erano custodite gelosamente nella casa di Giverny. La cosa si spiega anche con il paradosso (se raffrontato alla fortuna di cui gode adesso) che Monet, soprattutto negli ultimi anni, visse un po' ai margini del «giro» dell'arte, poco capito e, in fondo, non completamente apprezzato. Lui stesso era intento solo a dipingere e a sistemare il proprio giardino, un'attività che lo ossessionava. «Il mio giardino è la mia opera d'arte più riuscita», scrisse.  Il pensiero delle ninfee, quelle da coltivare e quelle da dipingere, non lo faceva dormire di notte. Non aveva tempo e voglia Monet di spiegare gli aspetti più innovativi della sua pittura, l'ansia che lo divorava era quella di mettere su tela le impressioni, i colori, le luci a partire da quello che dal 1893, e per i successivi trent'anni, diverrà il soggetto quasi esclusivo del suo lavoro. Il giardino.

Ninfee e agapanti, 1914-1917
olio su tela
Parigi, Musée Marmottan Monet
Ecco quindi che, percorrendo la mostra, il visitatore (accompagnato da effetti speciali e proiezioni sulle pareti) si trova immerso in quello che fu il mondo privato di Monet, il suo campo visivo, il suo vissuto: le ninfee, naturalmente, tante, tantissime, ma anche gli agapanti, le emerocallidi, i glicini, le rose rampicanti, gli iris, i salici piangenti, il famoso ponte giapponese, gli stagni.
Salice piangente, 1918-1919
olio su tela
Parigi, Musée Marmottan Monet
In un tripudio di colori, che si fanno via via sempre più presenti, densi, esplosivi, colori e pennellate che vanno a disgregare e a riempire di sé i soggetti presenti sulla tela. Visioni quasi lirico-astratte dovute senz'altro alla ridotta capacità visiva del pittore che in tarda età soffriva di cataratta, ma soprattutto alla sua ansia di rappresentare lo spazio, la luce, l'aria in forma di colore. Tanto da anticipare quelle che saranno le tendenze artistiche successive, dell'espressionismo e dell'astrattismo.

Il ponte giapponese, 1918-1919
olio su tela
Parigi, Musée Marmottan Monet
Queste opere non furono mai esposte durante la vita di Monet (e, per gran parte non sono mai state viste in Italia) e rappresentano così una visione assai personale dell'artista che, libero dal pensiero della vendita e dell'apprezzamento del pubblico, dipinge per dare sfogo a ciò che sente dentro di sé, al bisogno di mettere per «iscritto», attraverso il pennello, ciò che per lui rappresenta da sempre il potere magico ed evocativo della luce, che fa sì che ogni soggetto sia sempre diverso, momento dopo momento. Una magia che coglie il visitatore appieno soprattutto in quello spazio rotondo dedicato alle grandi composizioni (Glicini e Ninfee), dove ci si sente circondati dal profluvio di colore.

Ma la mostra del Vittoriano non è solo un tuffo nel giardino di Monet (pur rappresentandone il nucleo più possente).
Vétheuil nella nebbia, 1879
 olio su tela
Parigi, Musée Marmottan Monet
Del prodigioso potere della luce che sa regalare visioni sempre diverse di un medesimo soggetto, il visitatore ha contezza anche nella parte precedente che ospita alcuni paesaggi, da Vétheuil nella nebbia a La spiaggia di Pourville, da Il castello di Dolceacqua a Étretat, falesia e Porta d'Amont. O ancora la Valle della Creuse o Barche nel porto di Honfleur.
Paesaggi da lui colti nel suo viaggiare, cercare soggetti, «esplorare il mondo adorando la luce che lo illumina», come scrisse Gustave Geffroy, amico del pittore, nel suo Claude Monet, sa vie, son œuvre. Dal 1883 al 1890, mentre la casa e il giardino di Giverny stavano prendendo la forma da lui desiderata, Monet soleva trascorrere metà dell'anno lontano alla caccia di paesaggi e di impressioni. E uso il termine caccia non a caso. Così scriveva Guy de Maupassant nel settembre del 1886: «L'anno scorso (...) ho spesso accompagnato Claude Monet in cerca di impressioni. Non era più un pittore, in verità, ma un cacciatore. Camminava, seguito dai bambini che portavano le sue tele, cinque o sei tele raffiguranti lo stesso soggetto in diverse ore del giorno e con diversi effetti di luce».Viaggi che lo porteranno anche in Inghilterra, a Londra, da cui tornerà con la famosa serie dei dipinti dedicati al Parlamento e al Tamigi. Alcuni presenti anche in mostra.


Il treno nella neve. Locomotiva, 1875
olio su tela
Parigi, Musée Marmottan Monet
E ad accogliere il visitatore (dopo un'iniziale sezione dedicata alle caricature giovanili che, sebbene appaia un po' incongrua, ha il merito di dare testimonianza degli iniziali studi di tecnica e disegno), è proprio uno dei suoi capolavori, Il treno nella neve. La locomotiva, soggetto catturato nel momento di luce bianco-grigia di una recente nevicata.     


Infine, per sentirsi ancora più vicini alla calda atmosfera familiare del pittore, basta dare un'occhiata alle tele raffiguranti i figli, Jean e Michel, o alla bacheca di vetro che contiene, oltre alla pipa e agli occhiali del maestro, la mitica tavolozza da cui tali e tanti capolavori uscirono.