Un palco minimal e tre attori: a Taranto trionfano "Le relazioni pericolose" di Elena Bucci e Marco Sgrosso


La regista Elena Bucci. 
Foto di Marco Caselli Nirman
Un lungo, sentito applauso e quattro richiami alla ribalta: è il tributo di Taranto a Elena Bucci e Marco Sgrosso, registi e attori di “Le relazioni pericolose”. Mercoledì 13 e giovedì 14 dicembre, la consolidata coppia ha fatto tappa al Teatro Tatà, dove ha inscenato un frizzante adattamento di "Les liaisons dangereuses", il romanzo epistolare scritto nel 1782 da Pierre-Ambroise Choderlos de Laclos.
Dimenticate il turbinio di crinoline visto nei film, l’abbondanza di parrucche e figure, lo splendore di salotti e foyer e la nebbia di cipria e profumi. Nella rilettura firmata Bucci-Sgrosso, la complessità dell’intrigo è imbrigliata in una disarmante semplicità di scene ed elementi decorativi e nella selezione dei personaggi da portare sul palco. Solo tre attori (ai due registi si aggiunge il poliedrico Gaetano Colella), pochi, caratterizzanti costumi, non più di cinque o sei quinte e tre sedie a delineare tutti gli ambienti. E poi le luci, puntuali e oblique, per creare lunghe, sinistre ombre. Il risultato, moderno e coinvolgente, non ha nulla da invidiare alle costose produzioni cinematografiche hollywoodiane.


L’intreccio, fedele all’originale, narra le trame della Marchesa de Merteuil, navigata e crudele, e del Visconte di Valmont, spregiudicato dongiovanni, ai danni di due donne innocenti. Da un lato la giovane Cécile de Volanges, che Merteuil vuole introdurre ai piaceri del sesso per far dispetto al suo futuro marito; dall’altro la Presidentessa di Tourvel, la cui incrollabile virtù è per Valmont una tentazione troppo forte.
Marco Sgrosso è Valmont. Foto di Gianni Zampaglione

Sul palco, dunque, tre attori: Elena Bucci a rappresentare gli estremi del gentil sesso, la burattinaia Merteuil e la vittima Tourvel, mutando sorprendentemente personalità e registro nel breve spazio di un cambio d’abito. Sgrosso, invece, imparruccato e splendente di sete, interpreta il seduttore Valmont, dandogli una presenza scenica immensa tanto nell’espressione della rabbia (eccezionale il monologo che segue alla fuga di Tourvel) quanto nel momento della seduzione, dello scherzo, della battuta affascinante. Infine Colella, vero e proprio camaleonte, che senza un attimo di tregua passa dal personaggio di Cécile al cavaliere Danceny, a mamma Volanges e all’anziana Rosemonde, rivestendo l’ulteriore ruolo di narratore. A raccordare le lettere, conferendo scorrevolezza all’insieme, è infatti un curioso Choderlos de Laclos che, penna in mano, dà il La ai suoi personaggi o, più spesso, rimane egli stesso spettatore impotente delle loro macchinazioni.

I tre artisti si alternano e si rincorrono su un palco spoglio eppure estremamente animato: mentre uno recita, infatti, gli altri lo stuzzicano, lo rimbrottano, fanno da voce fuori campo (“Ancora le Orsoline!”), mettendosi in dubbio e commentandosi a vicenda, aggiungendo uno spassoso sottotesto all’intreccio principale. Persino le piume, ineludibili nella fedele rappresentazione di una corrispondenza, perdono di banalità nel diventare non solo muti oggetti di scena, ma personaggi e interlocutori degli attori (succede nel triangolo epistolare Valmont-Cécile-Danceny).

Foto di Marco Caselli Nirman
Una menzione a parte merita il sottofondo musicale, che alterna i classici Vivaldi e Schubert alle Stagioni di Richter e al violoncello di Julia Kent, finendo con Tiersen e persino i Radiohead, sapientemente orchestrati da Raffaele Bassetti con la collaborazione di Franco Naddei.
Il tutto risulta estremamente moderno: senza tradire il testo e le sue caratteristiche, anzi mutuandone il linguaggio forbito e arzigogolato, gli attori portano in scena una versione informale ma tecnicamente ineccepibile del difficile libro di Laclos.

Il risultato è gradevolissimo e divertente: meritatissimo l’entusiasmo del pubblico, per una rappresentazione in cui la trama scivola dalla malizia e l’allegria iniziale alla tragedia conclusiva senza perdere tensione nemmeno per un attimo.

Francesca Romana Genoviva