Cannone da gulasch o carne da cannone? Viaggio tra le ombre della Prima Guerra Mondiale


Gulaschkanone
di Paolo Rumiz
e-book ZOOM Wide (Feltrinelli), 2017

2,99 €



Gulaschkanone, titolo curioso per questo nuovo e, come sempre, prezioso libro di Paolo Rumiz. Che a ben guardare, proprio libro non è. Intanto perché ne esiste soltanto la versione digitale (nel catalogo ZOOM Wide di Feltrinelli, che raccoglie romanzi, racconti, saggi e interventi solo digitali) e poi, e soprattutto, perché si tratta del canovaccio scenico di una pièce teatrale, tratta dal lavoro precedente di Rumiz, Come cavalli che dormono in piedi, contributo al ricordo della Prima Guerra Mondiale nell'ambito dei vari centenari che si susseguono dal 2014 al 2018. Contributo assolutamente originale, in pieno stile Rumiz. E quindi aneddoti, testimonianze, racconti, viaggi, oralità, paesaggi, treni, voci, canti.
Ma che cos'è questo Gulaschkanone? È la cucina da campo che seguiva i soldati, un marchingegno che stava a metà tra una piccola locomotiva e un cannone. E non sparava palle, ma pezzi di gulasch, il rancio dei soldati. I quali, a loro volta, nel massacro di massa della Grande Guerra, diventavano Kanonengulasch, ossia carne da cannone.
Prima di iniziare a raccontare qualcosa del testo, devo confessare a chi leggerà queste righe la mia assoluta devozione per questo scrittore, giornalista, viaggiatore e cantore. Un amore, letterario, incondizionato (che ho avuto anche modo di confessare all'autore stesso, durante la presentazione di un suo libro nella mia città, chissà se lui se ne ricorda...). Secondo me, regalarsi un viaggio libresco con Rumiz (libresco? Altroché! io partirei al volo con lui, sacca pronta in un quarto d'ora... anche se ho la fondata convinzione che preferisca viaggiare da solo) rimane sempre tra le esperienze letterarie più soddisfacenti. E io non me ne sono persa una.  Leggendo tutti i suoi libri. E che emozione scoprire, a volte a priori, a volte al ritorno, che i luoghi da me toccati coincidevano con quelli da lui raccontati. Certo innanzitutto bisogna amare i treni, lo sguardo che si perde fuori dal finestrino, bisogna amare le terre dell'Est, i luoghi preferiti dall'autore, triestino purosangue per quanto questo aggettivo possa sembrare adeguato a chi nasce nella città più anticamente cosmopolita d'Italia, vera e propria porta sull'Oriente. Tanto centrale quand'era austriaca, unico porto commerciale dell'Impero, quanto poi schiacciata verso Est e un po' dimenticata una volta conquistata all'Italia. Città meravigliosa in cui si sentivano, e forse tuttora si sentono, accenti italiani, tedeschi, sloveni, serbo-croati. Trieste, una piccola Vienna. Quella Vienna spensierata, che nel 1913, nonostante avvisaglie sempre più inquietanti, si dilettava tra pasticcini, prosit al Grinzing e giri di walzer. Anche dopo, quando a soli mille chilometri di distanza, in Galizia, la provincia più settentrionale dell'Impero, tra Polonia e Ucraina, già andava in scena la mattanza dell'umanità. Solo un assaggio degli orrori della Prima Guerra Mondiale. Parte proprio da qui il testo di Rumiz e dal desiderio di dare voce a quel fronte orientale della guerra, passato un po' in secondo piano. Certo il fronte occidentale ebbe più cantori, a partire da Erich Maria Remarque. Questo, invece, è die vergessene Front, il fronte dimenticato. Ed ecco che Rumiz decide di far parlare le Ombre, le migliaia di soldati che in quelle terre trovarono la morte, come suo nonno Ferruccio, da lui mai conosciuto. La pièce teatrale si trasforma così, quasi, in una seduta spiritica in cui sono le voci stesse dei protagonisti di allora a raccontarci l'orrore, la disumanità, la trasformazione dell'uomo da individuo a massa e materiale bellico. Lo diceva anche Karl Kraus ne Gli ultimi giorni dell'umanità, 792 pagine di dolore ritenute impossibili da portare a teatro, fin quando Luca Ronconi si prese sulle spalle l'ardire e lo portò in scena al Lingotto nel 1999.
Ho scritto una tragedia il cui eroe soccombente è l'umanità.
Intanto nel 1914 a soccombere erano i giovani inviati alla guerra, i triestini austriaci, chiamati al massacro dall'imperatore Cecco Beppe che si rivolse «agli amati popoli» (così diceva la dichiarazione di guerra) in ben 10 lingue. Tanti erano i popoli dell'Impero. Giovani ritenuti troppo italiani dagli Austriaci, che al fronte non perdevano occasione di vessarli, e al ritorno, quei pochi tornati, troppo austriaci per gli Italiani, che li incarcerarono per aver combattuto per la propria patria. Gli Italiani delle terre redente… strano caso di Italiani che la persero la loro Prima Guerra mondiale. Giovani che venivano inghiottiti dai treni nelle stazioni delle tante città dell'Impero. E che treni… basti guardare il monumentale volume di 2.700 pagine dell'orario ferroviario europeo del 1913, in scena fin dal primo momento di questo pezzo teatrale, per rendersi conto che l'Europa era connessa, unita. Rumiz stesso in un altro suo libro, Trans Europa Express, scrive:
Nessuno mi toglierà la certezza che l'Europa era più Europa un secolo fa, quando mia nonna andava in treno in giornata da Trieste alla Transilvania.
Giovani che venivano risputati dai treni a migliaia di chilometri di distanza sui fronti della guerra. E che si ritrovavano faccia a faccia col nemico. Accanto al quale poi venivano sepolti. Austriaci e Italiani insieme ai Russi. Per sempre. Fra Trento e Trieste in 125mila partirono per quel fronte smisurato.
Dei quali, uno su cinque è rimasto lassù, tra quegli alberi immensi, «a guardare la Luna»: così nel gergo militare si definiva il trasloco all'altro mondo.
Alzi la mano colui al quale non viene in mente Ungaretti e la sua Veglia
Un'intera nottata/buttato vicino/a un compagno/massacrato/con la sua bocca/digrignata/volta al plenilunio….
Rumiz dialoga con le ombre, i commilitoni morti del Sibuniaìzi, il Reggimento n. 97, perché dire Siebenundneunzig, in tedesco per molti risultava difficile. E alla fine Rumiz lo ritrova il nonno, chiamato dalle ombre, i suoi commilitoni, a raccontare. Di una guerra che non finisce mai perché dopo un tale massacro di umanità chi si poteva aspettare che dopo solo qualche anno di pace, ne scoppiasse un'altra, altrettanto mostruosa. E poi ancora guerra europea negli anni 90 quando l'Europa civile si voltava dall'altra parte, andava in vacanza a Riccione, mentre sull'altra costa serbi, croati e bosniaci si massacravano orrendamente. Un'Europa che faceva finta di non sentire le grida accorate di Sarajevo, magica città, orgogliosa della propria pluralità, delle proprie moschee della Bascarsija, i cui minareti svettavano (tuttora) accanto alla cattedrale ortodossa, a due passi dalla sinagoga sulla riva della Miljacka. Una città che è un incanto, che ti strega e che ti avviluppa nelle sue spire. Con i suoi cimiteri bianchi, la piazza dove gli anziani giocano a scacchi, le alture tutt'intorno dalle quali adesso si spande il canto del muezzin, laddove fino a non moltissimi anni fa fischiavano le pallottole dei cecchini. Una città che ha visto uno degli assedi più lunghi e tormentati della storia.  Ma la guerra non finisce, mai… E le migliaia di profughi che si stanno riversando sulle nostre coste sono lì ad avvisarci che un mondo è finito, sta finendo. Mentre noi pensiamo a dove andare a prendere l'aperitivo o a quale nuovo modello di macchina comprare.
Ah, un'ultima cosa… chi si trovasse a Trieste quest'estate, faccia un salto al Museo della guerra Diego de Henriquez. Vi troverà esposto il Gulaschkanone, la cucina da campo, quel marchingegno che tanti nostri giovani uomini sfamò nelle campagne belliche della Grande Guerra.

Sabrina Miglio