Dentro l'apparente facilità dell'"Autobiografia di tutti", per scoprire lo sguardo di Gertrude Stein

Autobiografia di tutti
di Gertrude Stein
Nottetempo, 2017

Traduzione di Fernanda Pivano

€ 17,50 (cartaceo)
pp. 419

Comunque l'autobiografia è facile che si voglia o no l'autobiografia è facile per chiunque e così questa deve essere l'Autobiografia di tutti. (p. 30)
Ci sono opere che seguono percorsi impervi prima di arrivare alla loro pubblicazione: talvolta è un vero peccato per la società, talaltra il presente non avrebbe avuto gli strumenti per comprendere libri di una tale complessità. Forse è questo il caso di Everybody's Autography di Getrude Stein, tradotto da Fernanda Pivano e poi, per una serie di traversie editoriali, chiuso in un cassetto ad ingiallire dal 1947. È proprio quella traduzione, con annessa prefazione moderna di Laura Lepetit e una ricca introduzione "d'epoca" di Fernanda Pivano, a essere uscita da poco per le edizioni nottetempo. 
E fin dal titolo ipnotico e quasi paradossale, Autobiografia di tutti, si preannuncia un'opera inconsueta, pervasa dall'acuto humour di Gertrude Stein, come dal suo sguardo spesso acuminato sulla società, ma altrettante volte divertito dalla varietà del panorama umano e spaziale
Vi sono moltissime cose su questo ma arriveranno a poco a poco ora sono ancora a passeggio,
commenta capricciosamente la Stein a pag. 38. Infatti la libertà di scegliere quando, come e quanto trattare un determinato tema è una costante del variegatissimo Autobiografia di tutti: appena ci illudiamo che Gertrude abbia intrapreso un racconto, ecco che con un colpo di scena, per libere associazioni o anche solo per giustapposizioni, la scrittrice cambia argomento per passare a riflessioni universali o a un altro ricordo. E poi, quando crede che sia il caso, anche a decine di pagine di distanza, riprende il tema precedente, creando una fitta rete di rimandi interni, con autocitazioni fedeli o riprese di tessere lessicali. 
Come in ogni autobiografia che si rispetti, Getrude Stein sa di essere l'unica grande burattinaia: può decidere quando tirare un filo e quando invece lasciare i suoi burattini pendere, inerti, lungo i fili di una sua personale elucubrazione. E poco conta se quei "burattini" sono personaggi di primissimo spicco già nelle cronache dell'epoca (Dalì, Picasso, Braque, ad esempio): Gertrude dedica loro commenti giocosi e impietosi, senza alcuna riverenza. D'altra parte, il filtro di tutto è proprio l'io di Gertrude Stein: se lei non ama descrivere direttamente i propri occhi, lascia che sia ciò che vede a raccontare il suo sguardo e le infinite screziature che riesce a cogliere del presente.
Allora, spazio e tempo seguono il capriccio dei suoi ricordi, pur fronteggiando sempre da vicino il presente e il tema della finitezza: non esiste osservazione che non parta, perlomeno, dalla realtà, con attenzione anche disincantata alla centralità del denaro e al confronto tra XIX e XX secolo: 
È strano il denaro. Ed è strana l'identità. Siamo noi perché il nostro cagnolino ci conosce, ma quando il nostro pubblico ci conosce e vuole pagare per noi non si è la stessa persona. (p. 78)
La presente citazione è stata scelta perché in realtà presenta altri Leitmotiv che rintoccano con insistenza: innanzitutto, l'assillo dell'identità, che la «preoccupa sempre e anche la memoria e l'eternità» (p. 164); proprio dell'identità si fa portavoce e testimone il cagnolino, lare della casa di Gertrude, perenne appiglio alla verità delle cose. In più, nella seconda parte si accenna al pubblico: la riflessione metaletteraria è una costante, sia nei confronti delle opere di Gertrude e degli altri, sia nei confronti dell'autobiografia: 
Questo è il vero guaio di un'autobiografia naturalmente non si crede proprio a se stessi perché si dovrebbe, si sa così bene così tanto bene che non si è se stessi, non si potrebbe esser se stessi perché non si può ricordare giusto e se si ricorda giusto non sembra giusto e naturalmente non sembra giusto perché non è giusto. Naturalmente non si è mai se stessi. (p. 107)
Getrude Stein non si prende in giro, né spinge sulla vena apologetica propria del genere: analizza le trasformazioni del '900, apre parentesi sulla nascita e la ricezione delle proprie opere, ritrae l'America con la curiosità di una viaggiatrice che, tra una conferenza e l'altra, trova il tempo per (an)notare, o ancora coglie le contraddizioni della storia, descrivendo le costanti presenti nelle dittature, quindi misura la propria esperienza in Francia raffrontandola con la nuova realtà americana. Insomma, questi - proposti magmaticamente, Gertrude sarebbe d'accordo - sono solo alcuni dei tantissimi argomenti trattati a proprio piacimento nell'Autobiografia
Perché è proprio questa la chiave, potere ma anche cruccio per noi lettori: lasciarci trasportare dall'impeto di Gertrude Stein, sospendendo le proprie resistenze verso un testo solo apparentemente frammentario (e in questo vicino al taccuino). Se accettiamo di andare oltre la finta semplicità del dettato, oltre le ripetizioni, oltre l'uso personalissimo (parco all'inverosimile) della punteggiatura, oltre la deliberata essenzialità del lessico, ecco che raggiungeremo Gertrude, e sembrerà quasi di vederla, che solleva gli occhi dai fogli e ci fa un occhiolino.

GMGhioni

Una delle frasi più belle:
Qualsiasi momento è il momento per scrivere una poesia. La neve e il sole. (p. 204)