Arabia svelata, ma non troppo. Ai confini di un pregiudizio

Arabia Svelata... e ritorno a casa
di Alessandro Agostini
autopubblicazione (2016)

pp. 263
 16,49 (cartaceo)
 7,99 (e-book)



Arabia Svelata...e ritorno a casa è un testo molto ambizioso nel progetto e con alcuni spunti davvero interessanti, ma che in generale mi ha lasciato qualche perplessità. Innanzitutto raccontare l'esperienza di docenza in un posto così particolare, con dei codici così rigidi e lontani dal mondo occidentale è sempre una sfida importante e meritevole. Avere la visione in prima persona di chi ha vissuto un contesto, e vuole trasmettere quello che ha visto, è un passo importante contro i tanti pregiudizi che concorrono ad alimentare paure verso cose che non conosciamo e soprattutto verso un concetto generico di cultura, che spesso tende ad etichettare la varietà di comportamenti e situazioni in cui l'uomo può trovarsi. Mettere, al contrario, l'uomo al centro è sempre il modo giusto per conoscerci e conoscersi.  

Il testo mi è apparso subito composito, con una prima parte molto diversa dalla seconda. Nella prima parte del libro, gli elementi relativi all’esperienza che l’autore vive in un contesto così diverso dal suo, i particolari sul suo metodo di insegnamento, il rapporto che lo lega con i suoi studenti e anche con la componente femminile dell’università, lo rendono narrazione curiosa e interessante; seppur il punto di vista resti prevalentemente singolo. Lo sguardo infatti si limita a cogliere elementi legati all’esperienza dell’insegnamento e ai rapporti del protagonista nel campus, l’autore riesce anche, a sprazzi, a fornire degli elementi essenziali per inquadrare un contesto così difficile come quello in cui si è trovato a vivere per caso. Il viaggio nasce infatti dopo un’offerta di lavoro da parte di una università saudita, offerta a cui il protagonista, nonché lo scrittore - visto che si tratta di vicende autobiografiche - decide di non sottrarsi e che affronta con curiosità. L’unico problema è che per affidarsi ad un racconto così complesso si fa un ricorso troppo pedissequo al dato storico, all’elemento geografico, alla nozione religiosa.

Ma il testo cattura da subito anche per l'occasione anomala da cui si genera la vicenda

“C’è chi ha scritto che i grandi momenti derivano da grandi opportunità. Ho avuto la mia quando una email proveniente da Khobar ha violato i filtri antispam del mio portatile cambiando il corso della mia vita per sempre”
La materia del racconto, viste queste premesse, è interessante e nuova, perché l’approccio umano del protagonista a quel mondo, è l’approccio di un uomo occidentale che senza pregiudizi vuole conoscere davvero, ma tanta materia prima induce a delle scelte di organizzazione e ad un taglio che possa guidare il racconto, e forse in questo aspetto appaiono le fragilità della narrazione. Agostini è un dottore di ricerca in logica matematica ed informatica teorica, e tutta la sua narrazione risente di questo suo amore per le formule matematiche, con uno stile scientifico che non sempre giova al racconto.

 I passi più significativi sono quelli in cui la sua empatia, la sua profonda armonia con la natura ci conducono a vedere, attraverso i suoi occhi, e senza filtri, le meraviglie di una terra inesplorata. Quando l’approccio accademico ha il sopravvento, di contro, non possiamo innamorarci completamente delle persone, degli incontri e delle esperienze perché è come se ci fosse una tesi di fondo da dimostrare, in quello che la narrazione ci propone e questo ne scalfisce il gusto.
Del resto non è sempre facile scrivere di contesti esteri, e lo stesso Kapuscinski, uno dei più autorevoli reporter della storia, parlava di una distanza dalle cose che è imprescindibile per poterle raccontare. Ma aggiungeva anche che la letteratura assoluta non esiste: non si riesce mai a descrivere le cose in modo esauriente e perfetto. Credo che il limite di questo libro sia voler descrivere con esattezza alcune cose, una mancanza di poesia di fondo che a volte lo rende troppo vicino al saggio, senza esserlo. Sospeso tra un romanzo autobiografico e un racconto di viaggio, che del viaggio racconta troppe partenze
“Nave cargo <Valencia>, cabina 43, le 4.49 di pomeriggio. Osservo la cabina. Mi dirigo verso il grande oblò rettangolare parzialmente coperto da una spessa tenda verde smeraldo; la luce del sole traspare ancora forte a quest’ora. Provo insensatamente ad aprire il battente che non c’è cercando una maniglia che non trovo. Guardo fuori. Attraverso il vetro sporco e le mille goccioline condensate vedo un’immensità di autovetture nuove di zecca;”
In questo passo, ad esempio, nel descrivere esattamente l’interno dell’oblò della nave cargo spesso l’autore non ci fa gustare quello che l’occhio avrebbe visto fuori da quell’oblò.


La seconda parte è il racconto del viaggio di ritorno del protagonista, che per tematiche e modus narrandi poteva far parte di un’altra pubblicazione. Probabilmente la natura dell'argomento sarebbe stata valorizzata ulteriormente dai giusti consigli editoriali, che avrebbero potuto dare armonia e coesione all’insieme, e forse la scelta di pubblicarsi autonomamente non è stata premiante. Ma tornando alle modalità in cui Agostini sceglie di raccontarci un avventuroso rientro in Italia, avvenuto in auto, l'approccio dei capitoli dedicati al ritorno è abbastanza avvincente. Nel capitolo Otto viviamo insieme a lui le difficoltà, burocratiche e non solo, della pianificazione. Rientrare dall'Arabia Saudita appare subito difficilissimo e lo porta a scartare numerose opzioni, compresa una pericolosa via attraverso la Siria, ma anche quella infine scelta, ovvero l'opzione Israele lo condurrà verso una serie di avventure molto avvincenti e a tratti pericolose, oltre ad una serie di difficoltà oggettive che solo chi ha avuto la sfortuna di trovarsi dei timbri diversi, e non graditi a tutti, sul passaporto può comprendere. Ogni capitolo ci parla dell'organizzazione del viaggio e dell'inseparabile compagna, la Toyota Fzj80


Belli i riferimenti ai luoghi visitati e anche il lungo approccio via mare all'Italia. Alla fine del libro è stato inserito un glossario dei termini arabi molto utile per la comprensione di alcune parti. In definitiva il libro ha materiale sufficiente a due pubblicazioni distinte, e forse questo lo rende poco catalogabile, così come la dovizia di particolari in determinate pagine oltre all'ossessione per la spiegazione di ogni concetto, di sicuro per amore di chiarezza, inficia purtroppo la scorrevolezza e la poeticità che il testo, osando una deriva che lo avrebbe condotto un po' più verso il romanzo e meno verso il saggio, ci avrebbe potuto regalare.

Samantha Viva