#Lectorinfabula - Albero e foglia

Albero e foglia
di J. R.R. Tolkien
Bompiani, 2004

pp. 230
€ 16 cartaceo


Che cosa rappresentano le narrazioni fiabesche? Quale ne è l’origine e a che cosa servono? Una rilettura attenta del celebre saggio di Tolkien ci consente di immergerci nell’incantato reame della narrazione fiabesca. Entrare nel regno di Feeria per l’autore significa partire proprio da questi interrogativi. Le fiabe hanno da sempre un sapore suggestivo, idealizzante e danno la percezione di uno sgancio completo con la realtà. Tolkien ne propone un’analisi che diviene quasi uno smantellamento dei luoghi comuni da sempre considerati capisaldi della fiaba. Viene, ad esempio demolito il concetto di soprannaturale e valorizzata invece la caratterizzazione della figura degli elfi; l’autore si interroga se agli stessi si possano addurre elementi reali, o se la storia degli elfi possa esistere indipendentemente dai racconti su di loro. Anche se si tratta di creazioni della mente dell’uomo, in questo fantastico mondo di Feeria “capita spesso di incrociarli”. Feeria è un luogo immaginario “che non può essere intrappolato solo in una rete di parole”, si caratterizza per lo straordinario mondo indefinibile. Se per Calvino i tempi e i luoghi della sua narrazione appartengono ad una geografia mentale, qui all’indeterminatezza del tempo si aggiungono elementi reali e irreali che appartengono alla Natura delle cose.

Tra gli aspetti che Tolkien coglie maggiormente sono da sottolineare gli scopi e l’ambientazione dei racconti. Tutto ruota attorno alla satira, all’avventura e al gioco fantastico che allargano lo spettro degli insegnamenti morali. L’autore amplia il significato della fiaba valorizzando il concetto di magia. “Si tratta di una magia di un genere e di un potere particolari, al polo opposto dei volgari stratagemmi del mago, laborioso e scientifico”, in cui entrano una varietà di racconti che vanno da quelli più antichi medievali dai “limiti vaghi e mal definiti”, a quelli più avventorosi, da Sir Gawain al Cavaliere Verde ai racconti di Gulliver, alla rivisitazione delle fiabe di Perrault, ai racconti di Carroll, Tolkien  proietta il lettore in un viaggio affascinante sempre nuovo.

Anche le favole, narrazioni in genere piuttosto brevi con protagonisti animali, sembrano per Tolkien altri pezzi ai confini della letterarietà che rivelano nessi con la fiaba. La vita e la forza di un essere umano possono risiedere altrove. Come nasce la fiaba? Nelle fiabe traspaiono numerosi elementi fantastici riconducibili a credenze, modalità e stili di vita antichi: il cuore separato dal corpo, sembianze animalesche dei personaggi chiave delle vicende, anelli magici, interdizioni assurde, cattive matrigne, vengono analizzati anche da un punto di vista scientifico quando divengono oggetto di esame degli studiosi di storia della letteratura popolare, di folklore o di antropologia.  La proposta di Tolkien è quella di superare le vecchie congetture della filologia comparata perchè le fiabe hanno un carattere universale e possono interessare sia lo studioso di filologia comparata che l’archeologo. Le narrazioni fiabesche derivano da un ceppo comune, ma seguono poi dei percorsi ed un’ evoluzione indipendente. Le invenzioni ancestrali fanno emergere idee, tematiche che si ricollegano alla mitologia fiabesca.
Tolkien fa una netta distinzione tra alta e bassa mitologia, tra racconto popolare e mito, tra il mito naturale connesso alle varie personificazioni della natura nei suoi aspetti rivelatori, sole, alba, notte, cielo e così via e l’epos, la leggenda eroica e la saga.

Quali sono in sintesi le funzioni della fiaba? Appartiene alla comprensione solo infantile? Il legame  che si è stabilito tra bambini e fiaba “non è che un accidente della nostra storia. Le fiabe, nel mondo moderno, sono state relegate nella stanza dei bambini come mobili sciupati e fuori moda". Invece il gusto e la passione per questo mondo fiabesco appartiene anche ad un’età adulta. Infatti se verso l’infanzia c’è stata un’attenzione particolare connotata da una grande produzione di libri molto accattivanti, è pur vero, afferma Tolkien, che il genere fiabesco ha prodotto una serie “spaventosa di sottobosco di racconti scritti o adattati a quello che è o è ritenuto essere il livello della mente e dei bisogni infantili”
Stranezza e meraviglia si accompagnano quando l’incantesimo genera un mondo secondario in cui possono rientrare anche gli adulti, nella purezza di ciò che è artistico la Magia produce una voluta alterazione di ciò che Tolkien definisce Mondo Primario. La fantasia aspira a tutte le forme di arte umana. “Aspira al potere in questo mondo, al dominio di cose e volontà”, aspetti che coinvolgono in pieno anche il mondo adulto.

La fiaba ha un’importante funzione catartica. Tolkien si sofferma sul concetto di Evasione e di Consolazione come forme letterarie di trattazione, nelle principali funzioni della fiaba. La modernità rappresentata dal vivere odierno in città, (dai lampioni stradali, alle insegne pubblicitarie ai supermarket delle narrazioni di Calvino) si intersecano su modelli fiabeschi rappresentativi della modernità. E molto interessante è la Grande Evasione legata all’Evasione della Morte che ci propone Tolkien. Le fiabe forniscono esempi di ciò che Tolkien chiama vero spirito escapistico e fuggiasco. Una fuga che diviene un itinerario verso l’Immortalità. Interessante è la Consolazione rassicurante che porta il Lieto fine, anche se eliminare il tragico dalle fiabe rappresenta per Tolkien la vera forma di teatro. Nonostante la cattiva azione, il malvagio apparentemente potente su tutto, le fasi cruenti della lotta contro il male, il Lieto fine fa sobbalzare il cuore, gioire la mente, provocare degli immensi sorrisi di gratitudine. 

Da Albero e Foglia, ovvero la storia del pittore Niggle dal cuore tenero e dell’amore per i due elementi cardini della Natura umana, una grande foglia e il suo albero straordinariamente dipinti e difesi, all’inserto poetico intitolato Mitopoeia, alla fiaba del Fabbro di Wotton Major, fino ai suggestivi versi medievali della battaglia di Maldon combattuta tra anglosassoni e vichinghi in cui si narra la morte toccante di Beorhtnoth,  la parte finale diviene l’epiteto più bello e consolante per il genere umano.


Mariangela Lando