Pillole d'Autore: "Soliloqui di Betlemme" di Giovanni Papini


Soliloqui di Betlemme di Giovanni Papini è una raccolta di piccoli quadri letterari. La natività è raccontata come soliloquio, ma anche come conversazione dell'autore con se stesso e con gli altri. 
L’indubbio valore del testo, opera di un intellettuale - il "Gianfalco" di Prezzolini - che può ormai essere considerato un classico del Novecento - è rinnovato dalle note di lettura di commento del sociologo Franco Ferrarotti che sottolinea da subito il paradosso storico di una storia che inizia con un censimento per poi sfuggire a ogni calcolo statistico. Il miracolo per eccellenza.

Ferrarotti è molto abile nel farci capire come Papini, di fronte alla natività, ritrovi tutta l’umiltà poetica e la semplicità interiore, lui che era un intellettuale così instancabile, attivo, guerriero e altezzoso, che viveva la letteratura come azione e come lampo. Di fronte al miracolo di Betlemme cala il capo. La parola si fa carne e questo viene prima di ogni significato e di ogni suono.
"Nessun impeto profetico. Non ci sono metafore. Nessuna concessione alle acrobazie intellettuali d’un polemista acerrimo e impietoso. Papini parla finalmente con se stesso e con il bove, l’asino, le pecore, il locandiere sospettoso e il proprietario della stalla" (pagina 38). Nel dopoguerra Papini era "un ateo ossessionato da Dio", il mistero del quale si faceva sentire come un rospo in gola, come uno spasimo perenne, un bisogno di ricerca. Per raccontare la vicenda divina per eccellenza Papini non poteva che utilizzare la prospettiva dell’umano dimostrando ancora una volta che la salvezza viene dal basso, dagli umili e dagli animali pensanti.
 Ecco che questi Soliloqui, come un presepio sommesso, sono, come la vicenda del piccolo Cristo nato al freddo di Betlemme, un perfetto raccordo tra il divino e l'umano.
Molto interessante sul finale del commento di Ferrarotti, l'esplorazione del tema della conversione come momento centrale nella vita degli uomini, di sostanziale discontinuità dell'esistenza, e l'accenno alle esperienze di Lutero, Pascal, Agostino.
E questo è un libro conversione che "chiama in causa la vita passata e si ripromette una diversa vita futura".


Edizione di riferimento: Giovanni Papini con nota di lettura di Franco Ferarotti, Soliloqui di Betlemme, Edizioni Dehonanie Bologna, 2016.


Il locandiere
Se fossero arrivati con dei bei vestiti e colla borsa pregna forse un posticino l’avrei potuto trovare anche per loro. Il garzone poteva andare a dormire a casa dei suoi fratelli, per qualche notte... Quando c’è l’oro di mezzo tutto s’accomoda. Ma lì non c’è bene. Lei ha un vestitino alla buona che mi vergognerei di metterlo alla mia moglie e lui un mantelluccio liso che deve aver più annidi chi lo porta. E ci sarebbe il pericolo che gli urli di lei e i pianti del bambino dessero noia agli altri viaggiatori. Bel sollievo trovarsi l’albergo vuoto per colpa di due vagabondi misteriosi! Assicurano che son galilei ma il proverbio dice che dalla Galilea non può mai venir nulla di buono.

Il padrone della stalla
Non ho avuto il coraggio di mandarla via, di notte, in quello stato: forse ho fatto male ma non c’è più rimedio. Si son seduti nella stalla, in silenzio; come se pregassero senza parole o aspettassero un miracolo. Anche il vecchio pare una persona per bene. Assiste quella donna con tanti riguardi come se lei fosse una regina e lui un signore diventato schiavo. Non ci capisco nulla.

Le pecore lasciate sole
Ci hanno destato con quella luce che non era né sole né fuoco eppoi son fuggiti via. Non si sa dove, non si sa perché. Se lo sapesse il padrone! [...] Il tutto per colpa di questi pastori ammattiti che sono andati via di corsa per dar retta a quei giovani rilucenti. Bel modo di fare i guardiani! Ci picchian di giorno e ci lascian senza difesa di notte! Gli uomini si danno l’aria di esser chissà cosa eppoi perdono la testa ad un tratto. Noi ubbidienti, noi buone, noi zitte – eppoi ci ricompensan così!

La levatrice
Io non volevo neanche entrare che non sono avvezza a mettere i piedi nello stabbio. Le mie clienti son tutte signore, le prime signore di Betlemme. E questa donna, se alloggia in una stalla, dev’essere una sciagurata, una fuggiasca, forse una peccatrice che si nasconde. Nonostante mi feci coraggio ed entrai. Ormai ero arrivata fin lì e forse c’era da buscare un siclo, benché il vecchio avesse tutt’altro che l’aspetto d’una persona di mezzi. Ma quando fui là dentro cosa vedo? La mamma tutta calma e placida, seduta vicino alla greppia, come se non fosse accaduto nulla. E là dentro, nel fieno, un bel maschio che mi guarda negli occhi e che illumina tutta la stanza. E allora? dico io. Che sorprese son queste? Come mai mi avete strappato di casa mia, dove sognavo tanto bene, s’è finita ogni cosa? Loro, l’uomo e la donna, si guardano e non mi rispondono. Finalmente riesco a sapere che quella giovane ha partorito senza strazio, senza fatica e sola, senza l’aiuto di nessuno, mentre il vecchio cercava di me. Non ho potuto resistere alla rabbia e mi sono sfogata con tutt’e due quanto m’è parso. Ma la donna era tutta incantata intorno al bambino e il bambino pareva che mi sorridesse, quasi per calmarmi. Il vecchio ha tentato di mettermi in mano qualche moneta ma io non ho voluto nulla e son venuta via sbatacchiando l’uscio. Quelle non son persone come l’altre, e non voglio neanche toccare i loro denari. Posso sbagliare ma qui sotto c’è qualche stregoneria.

Il bove
Cosa avranno deposto dentro la mangiatoia? Eccolo; ora lo vedo. È un figliolo di donna, un uomo appena nato! Ma com’è di differente da tutti gli altri! Nella mia vita non ho mai visto una simile creatura. Non piange, come fanno i bambini. Non dorme, non geme, non grida. Ha gli occhi aperti grandi, sereni come il cielo d'aprile. Non sembra un fanciullo vero ma un’apparizione, un piccolo Dio capitato per sbaglio in mezzo ai li dell’erba secca... Non m’ero mai accorto quanto fosse scura e sporca questa mia stalla. Mi vergogno di non aver un posto più bello, più degno di lui.
A cura di Claudia Consoli