L'Inno alla Vita (e all'Amore) di Alessandro D'Avenia in “L'arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita”


L'arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita.
di Alessandro D'Avenia
Milano, Mondadori, 2016

pp. 216
euro 19,00

Caro Giacomo,
quando devo iniziare la parte di programma che ti riguarda, non dichiaro la tua identità, ma dico che è venuta l'ora di leggere il più grande poeta moderno, un poeta che ha trasformato ogni limite in bellezza, ed ebbe chiaro che questa era la sua vocazione all'età dei ragazzi che ho di fronte. […] Quando qualcuno indovina, quasi subito una voce aggiunge: “No… quello sfigato di Leopardi, no!” (p. 38)
Chiunque abbia avuto una qualche esperienza da insegnante sa bene che una delle cose più difficili è proprio togliere quel carico di luoghi comuni che certi scrittori si portano dietro. Leopardi depresso e “sfigato” è solo uno degli innumerevoli esempi che potremmo elencare. Far innamorare i ragazzi di questi autori, far loro capire che essi sono molto di più che pagine di libro da studiare meccanicamente per far sì che l'interrogazione vada bene, farli scendere con noi nelle profondità del loro messaggio, e comprendere che sono molto più vicini a noi di quanto potremmo immaginare.
Alessandro D'Avenia sceglie con quest'opera, la quarta ormai, di cambiare rotta rispetto ai libri precedenti, facendosi carico della missione che egli porta avanti tutti i giorni, nelle aule della sua scuola: far riscoprire la figura di Giacomo Leopardi, scuotere i lettori dal torpore che li fa accontentare di un luogo comune e invitarli ad avventurarsi tra le parole del poeta.
Certamente D'Avenia ci parla da una cattedra privelegiata, quella di chi ha ama moltissimo lo scrittore di cui sta parlando e che possiede un indiscutibile talento per la comunicazione e l'insegnamento.

Quello di D'Avenia è un Leopardi complesso, tormentato, passionale e più vivo che mai. Attraverso le citazioni, le lettere, le poesie, scopriamo una figura diversa da quella che abbiamo incontrato tra i banchi di scuola: profondamente umano e, soprattutto, contemporaneo. Le ansie, gli amori non corrisposti, i dolori fisici e morali che lo tormentano, ne fanno un personaggio, anziché depresso e pessimista, ardente e appassionato, il cui desiderio di una vita piena è molto vicino ai ragazzi che oggi leggono le sue poesie, più di quanto si possa pensare.
Seguendo un iter che ci porta da Recanati alle aule scolastiche, D'Avenia fa di Leopardi, stella polare di tutta la narrazione, lo strumento di rivelazione del “rapimento”, ovvero, la propria passione. E lo fa passando anche da sé stesso, dalla sua vita e da quella vocazione – quella dell'insegnante – che arde tutt'ora. L'importanza di scoprire il proprio rapimento e l'impegno che si deve avere nel tenerne cura, è quanto di più prezioso possa accadere ad un ragazzo. È ciò che lo salva. Leopardi può salvarci la vita, come dice il sottotitolo, perché in lui possiamo riscoprire la necessità di seguire il nostro rapimento e capire quanto esso sia importante per la nostra identità più autentica.
Caro Giacomo, tu mi hai svelato il segreto per far fiorire un destino umano intuito nell'adolescenza. Solo la fedeltà al proprio rapimento rende la vita un'appassionante esplorazione delle possibilità e le trasforma in nutrimento, anche quando la realtà sembra sbarrarci la strada. (p. 21)
Chi narra sa che il tempo ruota attorno a un nucleo, una sorgente, che non è l'inizio, è semplicemente il centro, in relazione al quale il prima è preparazione e il dopo affermazione. Una biografia assomiglia a una linea, ma una vita assomiglia a una spirale, il centro rimane nella stessa posizione e i minuti gli si arrotolano attorno, ora più vicini ora più lontani, in base alla fedeltà alla propria originalità. Quel centro è il rapimento e l'adolescenza ne è lo scrigno. (p. 24)
D'Avenia, in questo libro, ha il grandissimo merito di far vedere chiaramente l'importanza di scoprire quale sia il proprio rapimento – puro, autentico, libero dalle mode e dalle costrizioni – e attraverso Leopardi ci fa capire quanto esso sia essenziale per la vita. La propria passione, che ci scorre nelle vene fin dall'inizio del nostro cammino, a nostra insaputa, ci illumina la strada, ci fa seguire il percorso giusto, ci tiene lontani da ciò che non siamo, conducendoci, autentici e veri, al nostro destino. Perchè, come inserito in esergo al primo capitolo La felicità non è che il compimento (Zibaldone, 31 ottobre 1823).
A tale scopo vengono argomentati e discussi diversi passi dello Zibaldone, le poesie (su tutte, va citata la mirabile analisi dell'Infinito contenuta nel capitolo "Non c'è L'infinito senza la siepe, non c'è la siepe senza l'infinito"), senza mai cadere nella pedanteria e, anzi, tenendo sempre un occhio alla modernità e alla condizione dei nostri adolescenti:
L'abitudine ad aver tutto a portata di mano disabitua alla ricerca lunga e paziente dell'infinito, cosa o persona che ne sia lo scrigno. (p. 64)
poiché
non desidera qualcosa se non chi ne avverte la mancanza. (p. 67)
L'opera è divisa in quattro tappe che scorrono parallele alla vita del poeta di Recanati: Adolescenza o l'arte di sperare, Maturità o l'arte di morire, Riparazione o l'arte di essere fragili, Morire o l'arte di rinascere. In ciascuna di esse, divise a loro volta in agili capitoli, la voce di d'Avenia ci arriva forte e chiara, mai stanca, carica di quella passione didattica e forte di quella capacità comunicativa che ci fa rimpiangere, una volta chiuso il libro, non averlo avuto come insegnante. Forte di questo ardore, lo scrittore inserisce nel libro anche un'intensa difesa della poesia, vista come strumento indispensabile per la ricerca del nostro Infinito.
Credo non sia un caso che i ragazzi si sentano messi in pericolo proprio dalla poesia. Queste accade perchè l'unica "teoria del tutto" che l'uomo possiede è proprio la poesia. Non la poesia dei componimenti, ma la poesia, cioè l'intuizione della "vita come tutto", il sentimento della fragilità e originalità dell'esistenza, che chiede di starle di fronte con cura e coraggio, anche se a prendere la parola sono il dolore, la sconfitta, la solitudine. [...] La poesia della vita, il suo sentimento forte, mi si mostra quando comincio il laboratorio di poesia con i miei alunni. [...] Devo far capire loro che non è un giochino sentimentale per perditempo e illusi, o un compito sterile imposto dalla scuola, ma un esercizio di meraviglia e quindi un modo per avere presa sulla vita o per consentire alla vita di aver presa su di noi, scoprendo cose che altrimenti rimaerebbero nascoste. (pp. 68-69)
È qui che sentiamo la voce di D'Avenia risuonare appassionata e ardente nei nostri cuori, libera dalle maglie della finzione narrativa dei precedenti libri e finalmente vera:
Sogno una scuola, Giacomo, che si occupi della felicità degli individui; e non intendo un luogo di ricreazione e di complicità tra docenti e alunni, ma uno spazio in cui ognuno trovi il dono che ha da fare al mondo e cominci a lottare per realizzarlo, in cui ciascuno trovi un'ispirazione che abbia la forza di una passione profonda, che gli dia energia per nutrirsi di ogni ostacolo. Sogno una scuola di rapimenti, una scuola come bottega di vocazioni da coltivare, mettere alla prova e riparare. (p. 187)
Da insegnante e da scrittore, sono chiamato a custodire, curare, riparare alunni e parole, proprio perchè sono preziosamente fragili. E quando provo a rispondere, malgrado i miei fallimenti, a questa chiamata, so di aver fatto qualcosa di bello al mondo, perchè questo è il mio rapimento e a questo voglio rimanere fedele. (p. 189)
 
La letteratura fa emergere le domande più profonde, e "serve alla felicità perchè ne è la mappa" (p. 187), così come l'Amore ci permette di mostrarci nel nostro essere autentico, vero, inevitabilmente fragile.
La poesia, l'amore, la meraviglia e la fragilità: tutti questi elementi compongono L'arte di essere fragili, un intenso e carico inno alla Vita, un'opera per riscoprire la gioia del rapimento e della passione. Ed è per questo che un'opera di tale grandezza è un regalo che lo scrittore ci fa, facendoci rivolgere gli occhi alla luna, per farcela vedere con lo sconfinato amore che egli dedica a Leopardi e a noi tutti, spettatori di una grande lezione.