La successione di eventi non fa per forza un romanzo

Caffè amaro
di Simonetta Agnello Hornby
Feltrinelli, 2016

pp. 348
18




La storia: il classico amore eterno fra due persone che passano un bel pezzo di adolescenza e giovinezza a sfiorarsi senza capire la vera natura del loro sentimento. Nel frattempo lei si sposa con un altro senza essere convinta al 100% mentre lui appare e scompare. Ma la passione resta in agguato ed esploderà. Carnalmente e intimamente. Il marito di lei morirà e passata la più buia tempesta, quella della seconda guerra mondiale, i due potranno coronare il loro sogno. Un qualcosa di già visto, no?
C’è di più: il romanzo vuole essere, anche in questo l’autrice predilige un tipico sfondo, l’affresco del paese dove si svolge la vicenda: l’Italia, ma principalmente la Sicilia. Dall’epoca dei Fasci siciliani e del socialismo isolano alla guerra di Libia, dalla prima guerra mondiale al fascismo, dalle leggi razziali ai bombardamenti terribili che subì Palermo prima dello sbarco degli alleati. Così, mentre fai il tifo per gli amanti, ripassi anche un po’ di storia.
Lei si chiama Maria ed è figlia di un avvocato socialista che ha un cuore enorme e ospita in casa il figlio del suo compagno di lotta rimasto ucciso durante una manifestazione. Il bambino si chiama Giosuè ed è ebreo. In punto di morte, guarda caso, il padre gli indica la strada da seguire in vita: l’ufficiale militare. Già questo per un socialista dell’Ottocento mi è parso strano. Comunque Giosuè intraprende una grande carriera, dotato com’è di doti diplomatiche, acume e orgoglio e fa in tempo a insegnare a Maria la passione per il piano e tante altre cose, perfino per corrispondenza.
Maria, a 15 anni, viene vista per un attimo, non esagero, da un rampollo di buona famiglia più vecchio mentre con il padre di lei tratta un affare immobiliare. Vista e presa. Maria prima dà dimostrazione di una maturità sconvolgente, per l’età, poi si sposa con questo tizio: Pietro. Che sembra innamorato perso di Maria, la porta in giro per l’Italia, in auto, durante un viaggio di nozze da sogno, ha le sue passioni, i suoi vizi, i suoi ghiribizzi ma funzionava così fra gli altolocati. Cose innocue peraltro, arte antica soprattutto e farfalle.
A metà del libro, poi, viene giù il finimondo: Pietro è pieno di debiti, Pietro è pieno di amanti. Pietro è un drogato. Va bene la necessità di dare la svolta alla narrazione, va bene anche il colpo di teatro ma andiamoci cauti. Qui uno si chiede se da pagina 170 stia leggendo lo stesso romanzo dei capitoli precedenti. Nulla che lasciasse presagire tali situazioni, a meno di non essere dei preveggenti molto raffinati. Non è finita: Giosuè è un gerarca del fascismo. Onorevole, uomo di mondo, con agganci importanti. Non male per un ebreo livornese rimasto orfano a sei anni e con la madre che non si sa dove sia. E gli ideali di gioventù? Capisco che pure Mussolini era socialista prima di fare il duce ma un’evoluzione simile, per il principale personaggio del libro, poteva essere preparata meglio.
A noi interessa però l’amore di Giosuè e Maria e allora farà piacere sapere che a pagina 227, Giosuè è diventato un «fratello maggiore» dopo che la passione era esplosa prepotente. Quindi bisogna mettersi l’animo in pace? Macché, da fratello maggiore a compagno di una notte di fuoco corre lo spazio di due pagine. Insomma, il romanzo procede sistemando in fila una serie di accadimenti, sia personali che storici, descritti sommariamente, in poche righe, aperti e subito chiusi come documenti amministrativi il cui disbrigo richiede poco tempo.
A forza di andare a letto insieme, Giosuè e Maria danno alla luce Rita, che viene però fatta passare come la terza figlia di Pietro: «Rita di certo non sapeva, ma altrettanto certamente sentiva». Una frase così racconta lo stato d’animo di una bambina che sta prendendo confidenza con la verità? A 10 anni? Maria e Giosuè passeranno la vita pensando a come e quando rivelarle tutto ma Rita, nel presentare a entrambi il suo nuovo fidanzato americano, dice, in inglese: «my mother and my father». Spiazzandoli. Perché sapeva ogni cosa. Da quando?
La chiusura la dedico a Giosuè, che nell’Italia liberata appena passate le elezioni fatidiche vinte dalla Dc il 18 aprile 1948, preconizza: «Il nuovo potere della destra è gonfio di omertà e corruzione, come la mafia. E come quella non ha paura di uccidere; saremo condannati ai segreti di Stato». Sarebbe stata un’intuizione profetica se il romanzo fosse di quegli anni, ma ora nel 2016 è un po’ troppo facile scriverlo, peraltro in modo elementare, e metterlo in bocca al protagonista.
L'unica cosa che alla fine ho apprezzato davvero è il titolo: sì, leggere questa ultima fatica della Hornby è stato come buttar giù un... caffé amaro.

Marco Caneschi