Né scherzi né consigli "da prete": un manualetto di Diego Goso

Come non rovinarsi (troppo) la vita…
…e migliorare le proprie giornate.
Manuale per chi aspira alla felicità
di Diego Goso
Effatà Editrice, 2016

pp. 170
10,00 euro



Come non rovinarsi (troppo) la vita… e migliorare le proprie giornate è un libricino che si legge in un amen. Quasi duecento pagine che si sfogliano con agio addirittura nell’arco di un solo pomeriggio. Certo, dipende da quanto vi sta a cuore il busillis della vostra esistenza, e se, come da sottotitolo, aspirate (o meno) alla felicità. Io, evidentemente, parecchio. Oppure, viceversa, per nulla. Leggendolo mi è venuto spesso in mente un professore universitario, nonché critico letterario, di cui in un passato non troppo remoto ho avuto occasione di seguire i corsi. Per due ragioni: la prima riguarda la sua abitudine di citare una nota frase di Mario Soldati, tratta dalle Lettere da Capri, ovvero «ciascun uomo ha un bisogno d’infelicità pari almeno al suo bisogno di felicità» (ignoro se continui a citarla a più riprese); la seconda c’entra con il fatto che lui, ateo dichiarato e nel contempo firma di un diffuso quotidiano cattolico, ritenesse quella testata un’oasi di libertà assai superiore rispetto a certa stampa programmaticamente laica e democratica (confesso che non so se a tutt’oggi ci scriva ancora). Bene: che cosa c’entrano questi trascurabili ricordi personali con il libro di Diego Goso in questione? C’entrano, eccome. Innanzitutto per il discorso sull’ambizione al giubilo terreno o al suo contrario. Secondariamente perché questo volumetto, che scorre veloce (sebbene non automatico) come una preghiera, è scritto da un sacerdote.

Tuttavia, non si direbbe. O meglio: se non lo avessi saputo, non lo avrei detto, pur conoscendo la linea editoriale della Effatà e nonostante la presenza delle brevi epigrafi ai capitoli (che sono dieci) tratte dalle Sacre Scritture. La scoperta di questo dato – che ha trovato una conferma inevitabile e, per così dire, “atmosferica” sia nell’avanzare della lettura, sia nell’evidenza dell’ampia produzione di Goso, autore piuttosto prolifico – non ha però influenzato né positivamente né negativamente l’approccio al testo. E non era poi così scontato, in questo presente fideo-fobico ma anche fideo-social, in cui la rinnovata familiarità con espressioni quali “guerra di religione”, “fondamentalismo” e “radicalizzazione” vanno a nozze (mondane? mistiche?) con un Pontefice tra i più trasversalmente popolari, nella storia millenaria della chiesa, per umanità e coltivazione feconda del dubbio. Più che altro non mi è parsa una questione da poco nel momento in cui la maggioranza delle persone con cui ho parlato della “cosa” (il manualetto) aggiungendo questo “dettaglio” sull’autore – tutta gente assai perbene. Pensate: priva fin dall’età neonatale del peccato originale! I “cattolici-decaffeinati” di cui parlava in un suo show Daniele Luttazzi, categoria di cui chissà che pure io non faccia parte – ha reagito sostenendo con sdegno che mai avrebbe accettato consigli da un prete sulla propria vita. A poco è servito giocare la carta della precisazione circa il fatto che non di monaco o eremita si trattasse, posto che anche le figure più ab-solute dal mondo possono riservare a questo proposito non poche sorprese.

Di che cosa può parlare, dunque, un uomo consacrato al Dio dei cattolici? Più o meno di tutto, come chiunque altro. E come chiunque altro merita attenzione nel momento in cui i toni non si fanno né artatamente ammiccanti («quale credo sta cercando di vendermi, padre?») né eccessivamente prescrittivi o, peggio, dottrinali («grazie, allora non compro nulla»). Goso, che nel mondo pare starci con gusto e disgusto pari a quelli del prossimo suo, discorre con ironia e umorismo (che sono doni, ma non della fede) di vita di coppia e di famiglia, di amici e di nemici, di timidezza e di solitudine, di dolore e di morte, e – lo direste? – finanche di religione. Con l’accortezza di non giudicare e non ammonire. Nessuna predica e nessuna Regula: al massimo, qualche esortazione e un raro buon senso. Che mi sentirei di condividere con più persone possibile, in primis con quelle che sul comodino tengono libercoli sulle più esotiche e disparate meditazioni circa “lo zen XYZ e l’arte di essere zen HKW” e continuano ad approcciare la vita con plateale e contraddittoria isteria: l’esito più grottesco di una cultura che ha quasi goduto nel crogiuolo del malinteso religioso, con derive fanatiche tanto scontate quanto mutanti. Per questo, per citare un famoso sovrano, mi verrebbe da dire che la consultazione delle "pillole" di Goso, come Parigi, valga bene una messa. Se poi siete già così realizzati da trovarci dentro solo sciocchezzerie e luoghi comuni, beati voi. Se invece vi sentite in fieri, e di ciò fieri, vi verrà forse spontaneo aggiungere alla vostra praxis qualche nuova "devozione domestica" (e questo è Bertolt Brecht, con tutto ciò che ne consegue).

Cecilia Mariani