È così che si uccide: e se la nostra più grande debolezza fosse anche la nostra forza?


È così che si uccide
di Mirko Zilahy
Longanesi, Milano, gennaio 2016

pp. 410
16,40 euro



Mirko Zilahy lavora da anni nell’editoria italiana, occupandosi dei testi scritti dagli altri, limandoli e definendoli come editor e dando loro nuova vita in italiano come traduttore.
Dopo aver trascorso lungo tempo in compagnia delle idee degli altri, dei mondi creati dalla fantasia altrui, partecipando in maniera attiva, ma defilata, dietro le quinte, al processo creativo che porta alla nascita di un libro, Zilahy ha deciso di passare dall’altra parte dell’invisibile barricata: diventare un autore. Il risultato è È così che si uccide, thriller ambientato in una Roma inedita, sotto una pioggia incessante, popolata da fantasmi di uomini e spettri d’impossibili e sinistri monumenti: il Gazometro, il Porto fluviale, il mattatoio di Testaccio, la centrale nucleare di Latina.

Al principio di settembre e di un autunno romano che si anticipa bagnato e malinconico, il commissario Enrico Mancini attraversa il periodo più doloroso della sua vita: la scomparsa della sua compagna di vita, Marisa, a causa di un cancro al seno, ha rimesso in discussione ogni aspetto della sua esistenza, compreso quello lavorativo. I grandi successi in Italia e all’estero come criminal profiler sono dimenticati, la passione per quel lavoro difficile e pericoloso accantonata per sempre. Mancini aspetta solo di risolvere il “caso Carnevali”, la misteriosa scomparsa del professor Mauro Carnevali, oncologo della moglie, prima di rassegnare le dimissioni. Ma, improvviso come quella pioggia incessante che bagna Roma per tutto il corso del romanzo, sulla sua scrivania arriva un nuovo caso: un sadico serial killer terrorizza la Città Eterna con omicidi efferati e crudeli. La prima vittima è una barista di origini irlandesi, ex infermiera. Nonostante la sua ritrosia, Mancini sarà obbligato dal questore Gugliotti a formare una squadra speciale e dedicarsi in prima persona a scovare l’assassino, prima che il suo pericoloso gioco al massacro si compia.

Si può pensare che lavorando coi libri, leggendone moltissimi per lavoro, analizzandoli e correggendoli per dar loro spessore e atmosfera, traducendoli in una lingua distante dall’originale, si possano carpire i segreti che fanno di un libro un buon libro. Trovare la strada, in altre parole, per creare a tavolino un bestseller. Come in tutte le arti, anche la letteratura è fatta solo in minima parte di tecnica. Se non hai il talento, una storia da raccontare, delle immagini efficaci, puoi conoscere qualunque segreto, il risultato sarà comunque mediocre.
Mirko Zilahy con “È così che si uccide” dimostra di possedere capacità imprescindibili per essere un buon autore: forza descrittiva, una storia che brucia, la capacità di amalgamare speranza e dolore per dare al racconto quella complessità che lo avvicina alla vita, nonostante il linguaggio a tratti truculento.
Il thriller può essere letto da tre differenti livelli: quello descrittivo; quello linguistico-temporale e il piano psicologico.
Il primo livello, quello descrittivo, è senza ombra di dubbio il più forte del romanzo, quello che definisce la sua piena riuscita espressiva. Mettendo all’angolo i luoghi comuni, Zilahy ci offre una Roma inedita, ombrosa, cupa. Lasciati da parte il Colosseo e le bellezze di San Pietro, i “monumenti” di È così che si uccide sono il mattatoio di Testaccio, il Gazometro, la centrale nucleare di Borgo Sabotino. È nei loro profili sinistri, negli anfratti umidi e sporchi di questi mostri inquinanti che indugia la potenza descrittiva del romanzo, con precisione scientifica e sapienza architettonica.
Sul piano linguistico-temporale, si osserva l’interessante alternanza del tempo verbale passato, usato per descrivere le indagini e le vite del commissario e dei suoi colleghi, e il presente, dedicato al punto di vista del serial killer: la presentazione delle vittime, la comparsa dell’assassino, la descrizione degli omicidi. Con l’uso del passato si costruisce l’intreccio narrativo; con il presente si congela l’azione, collocandola dunque in una posizione temporale eterna e immutabile.
L’aspetto psicologico è il più affascinante: l’intero romanzo ruota attorno alle debolezze, manifeste o celate, dei vari protagonisti. La giovane fotosegnalatrice della squadra di Mancini, Caterina, soffre di musofobia, la paura incontrollata dei ratti; sarà proprio questo terrore a suggerirle un’intuizione che sarà preziosa.
La pm Giulia Foderà ha chiuso il cuore in un cassetto e non mostra cenni di fragilità neppure davanti ai cadaveri martoriati delle vittime del serial killer. Ma ha un debole per Mancini, per il dolore che si porta dentro.
Il commissario, dalla morte di Marisa, non riesce più a toccare il mondo, ad entrare in contatto con ciò e con chi lo circonda; per questo indossa sempre dei guanti, appartenuti alla moglie, sui quali si illude di sentire ancora la sua carezza. Ma sarà proprio questo dolore acuto, il senso di vuoto e terrore che si spalanca in lui davanti alla malattia a portarlo di fronte all’Ombra, come il serial killer si firma.
Sono quindi le debolezze dei protagonisti, le loro fragilità a condurli alle risposte che cercano: in un complesso schema di specchi, il romanzo rivela la pericolosa vicinanza tra il killer e colui che gli dà la caccia, il commissario Mancini.
Gli occhi dell’uomo che ha sotto di sé sono due punti neri nella notte. Vuoti come pozzi senza fondo e tristi, come i suoi.
L’autore, dunque, ci rivela un segreto: solo attraverso le proprie debolezze si può giungere alla verità, è guardando ad esse che scopriamo la strada da percorrere. Sempre che, per Enrico Mancini, non sia troppo tardi.

Barbara Merendoni