#CriticaNera - Nestor Burma indaga: "Le acque torbide di Javel" di Léo Malet

Le acque torbide di Javel
di Léo Malet
Fazi editore, 2016

[tit. orig. Les Eaux troubles de Javel]
trad. Federica Angelini

pp. 172
€ 14,00 (cartaceo)



Una collana editoriale dedicata al "giallo" in ogni sua possibile declinazione narrativa (dal noir al thriller, dal crime alla mistery fiction) è la recente novità di Fazi che con Darkside decide di dare spazio a tutte le sfumature del genere, con una particolare attenzione alla qualità della scrittura che dovrebbe così diventare, in un settore inflazionato come è in Italia, proprio la cifra distintiva della collana. E la scelta del primo titolo, Le acque torbide di Javel del francese Léo Malet (1909-1996), maestro indiscusso del genere, sembra non tradire affatto le attese. 
In occasione del ventennale della morte dell'autore transalpino, la casa editrice romana propone infatti un romanzo, finora inedito, della serie 'I nuovi misteri di Parigi' che ha come protagonista Nestor Burma, investigatore privato dalla battuta più fulminante di un colpo di pistola, celebre creatura letteraria dello scrittore nato a Montpellier. Ambientato nel XV arrondissement, circondario popolare di caseggiati grigi e squallidi e affollato da un'umanità varia che trascina i giorni tra stenti e miserie, Le acque torbide di Javel vede Nestor Burma alle prese con un caso che lo coinvolge personalmente; e non solo perché lo scomparso Demessy - vicenda da cui inizia a dipanarsi la trama - è una vecchia conoscenza del protagonista, quanto perché, lui all'apparenza gran cinico, non riesce a non farsi trascinare emotivamente ed empaticamente nelle pieghe di quel sottosuolo quotidiano senza speranza di riscatto.

Operai della Citroën insoddisfatti delle compagne affettive e più in generale della vita, donne gravide sull'orlo di una crisi di nervi, veggenti franco-maghrebine che arrotondano con traffici ben oltre il confine della legalità, ventenni spregiudicate che cercano di attirare l'attenzione in fondo solo per "essere comprese", frange più o meno organizzate di algerini in fermento per l'indipendenza politica del loro paese (il romanzo fu scritto nel 1954, quando l'FLN era cronaca da prime pagine), bionde fatali ed enigmatiche che dietro le apparenze sociali celano un passato difficile: è questa la gran "commedia umana" di balzachiana memoria in cui Burma si trova catapultato nel corso della sua indagine e dove sente di dover recitare fino in fondo la sua parte. E dopo bernoccoli sulla nuca, dialoghi serrati ad alto tasso di verve e sarcasmo, pedinamenti, aperitivi in vari bistrots, cadaveri scovati più o meno per caso, il nostro detective, come da copione, arriva alla soluzione del caso anche mettendo a repentaglio la vita.
Nato come anti-Maigret - e ancora oggi certuni presentano l'antieroe di Malet cavalcando, più o meno a ragione, questa antitesi -, Nestor Burma, anch'egli fumatore di pipa ma caratterialmente più vicino in effetti a un Philippe Marlowe o a un Sam Spade, è un personaggio che non ha paura di muoversi anche in maniera scomposta, quasi irrompendo nell'indagine che ha per le mani come l'elefante nella cristalleria del noto detto popolare. L'universo in cui opera Burma, non meno aggrovigliato e profondo di quello del commissario di Simenon, è capace di mostrarci anche un lato grottesco o comunque fortemente ironico della realtà; e a questo proposito basti citare solo il nome dell'agenzia di investigazioni di cui il nostro è proprietario: Fiat Lux. Come a dire che, senza quel mescolarsi di alto e basso, ode e parodia, la luce della verità attraverso la quale guardare il nostro mondo non potrebbe mai sfiorare le nostre esistenze.
E il lettore, già dalla prima riga del romanzo, catturato da "questa nuvola di passato remoto e di agilità narrativa" come ha ben scritto Sergio Pent, anche per questo motivo non può che benedire l'estro creativo e la scrittura di Malet.



Pietro Russo