"L'innocente": Gabriele d'Annunzio tra Dostoevskij e Tolstoj

L'innocente
di Gabriele d'Annunzio


Mondadori, 2002 (1892)

p. 476



Credo che un’azione preliminare nell’accostarsi alla prosa d’invenzione di D’Annunzio, debba consistere nel grattar via quegli addentellati che la uniscono alle due nobilissime ancelle della letteratura: la storia della letteratura e la sociologia della letteratura. Scavalcati, con l’aiuto della storia e della sociologia letterarie, gli orpelli retorici, le concessioni al gusto dell’epoca e alla costruzione del personaggio-artista a nome Gabriele D’Annunzio, finanche il debito alla primitiva forma di pubblicazione a puntate con le relative ripetizioni formulari, nell’Innocente si può finalmente scorgere un nocciolo letterario che l’oro fesso che lo ricopriva non ha guastato. Si scopre così, sotto l’apparente inautenticità, fatta di frivola maestria, di acutissimo senso delle aspettazioni del pubblico e d'uso malizioso del già allora abusato simbolismo decadentista, una straordinaria prova d’artista, nella precisione millimetrica delle descrizioni d’ambiente, degli stati d’animo, dei dibattiti interiori, nell’onesto confronto con i due giganti (Dostoevskij e Tolstoj) che presiedono all’impervio viottolo percorso, nelle vibrazioni, nelle risonanze intime dell’artista di fronte alla realtà immaginata che diventa lo strumento chirurgico per tagliare, sondare, sezionare un’anima.

Il colmo dell’inautenticità e al contempo di una paradossale autenticità autoironica è raggiunto da d’Annunzio in quella specie di autoritratto in foggia di scrittore che è la descrizione del rivale in amore del personaggio protagonista e narrante, che, per altro, assieme alla rivale della sua legittima consorte, sono i grandi Assenti, sono proiezioni lontane, evanescenti, ma maledettamente operanti, del Male, dell’opera del Demonio. Filippo Arborio, il rivale, è un romanziere. 
«Secondo alcune voci che erano corse, egli piaceva alle donne. I suoi romanzi, pieni d’una psicologia complicata, talora acutissima, spesso falsa, turbavano le anime sentimentali, accendevano le fantasie inquiete, insegnavano con suprema eleganza il disdegno della vita comune. Un’agonia, La Cattolicissima, Angelica Doni, Giorgio Aliora, Il segreto, davano della vita una visione intensa come d’una vasta combustione dalle figure di bragia innumerevoli. Ciascuno dei suoi personaggi combatteva per la sua Chimera, in un duello disperato con la realtà». 
Il personaggio dannunziano è programmaticamente fuori dalla storia e dalla società: non è il frutto di un processo, storico, sociale, culturale o esistenziale, non è questo che interessa allo scrittore. Per dar corso alla sua finissima operazione culturale e letteraria, d’Annunzio ha bisogno di ipostatizzare una figura umana che si contrapponga alla realtà. 

Giancarlo Giannini e Laura Antonelli in L'innocente (1976), regia di Luchino Visconti

Perché possa ragionare, interrogarsi e tormentarsi come un eroe dostoevskiano deve contrapporsi all’Uomo di Tolstoj (doppiato qui plasticamente dalle figure del fratello Federico – il giovane, la speranza, il futuro - e da un personaggio tipicamente tolstoiano, Giovanni di Scòrdio – il vecchio, l’umile, il caro al Signore, verrebbe da dire). D’Annunzio inscrive il suo personaggio e il suo romanzo sullo sdrucciolevole crinale delimitato dalle vertiginose altezze raggiunte da Dostoevskij e Tolstoj

Del primo riproduce le dissociazioni intellettuali, la lucida consapevolezza del Male, gli strali sarcastici lanciati contro gli aneliti alla bontà, al perdono, al sacrificio; del secondo rappresenta la necessità della Fede, nel Dio e nell’Uomo, la promessa d’una vita autentica, laboriosa, ferma e sicura nel suo svolgersi verso una Verità che si manifesta nel suo stesso svolgersi. Di Dostoevskij mancano gli esiziali quesiti metafisici risolvibili solo nello slancio mistico, nella radicale discontinuità tra razionalità e Fede. Di Tolstoj manca l’acuto e lucido sguardo sociologico e la fiducia in un Essere superiore che tutto acqueterà e spiegherà. Scartato il misticismo e la Fede, cosa rimane al personaggio dannunziano? Rimane l’onesta indagine dell’anima, la plausibilità psicologica degli stati d’animo, delle immaginazioni, dei comportamenti, altrimenti inspiegabili secondo i criteri tradizionali delle credenze e della ragione. Per fare un omaggio alla storiografia letteraria, si può dire che D’Annunzio sembra davvero essere una delle cerniere più luccichevoli tra il grande romanzo ottocentesco, fondato sulle fedi religiose, sociali, storiche (Manzoni, Dickens, Hugo, Tolstoj, ecc.), e il romanzo d’inizio Novecento, problematico, tortuoso, ultrasensibile, eccitato, insofferente, angosciato, abbandonato da qualsiasi fede (Pirandello, Proust, Kafka, Joyce, Wolf, ecc.). 

L’essere riuscito a dare plausibilità psicologia ad un comportamento aberrante, forse il peggiore dei delitti che un essere umano possa compiere, l’infanticidio, è un risultato artistico d’immensa portata. L’aver riconosciuto un’inquietante contiguità tra la normalità, finanche l’idealità più sublime dell’essere umano, e l’abissale propensione al delitto fa parte del patrimonio intellettuale ed emotivo della cultura contemporanea. E ancor oggi, certi delitti inspiegabili, certi infanticidi, che colpiscono la società contemporanea e lasciano attoniti i cuori, trovano in quel patrimonio culturale l’unica risposta possibile di fronte all’irrevocabile realtà fattuale: anch’essi hanno un’aberrante plausibilità psicologica. 


Paolo Mantioni