Una storia di storie: "Un giorno per ricordare" di Obi Onwuta e Cecilia Pavan

Un giorno per ricordare
di Obi Onwuta e Cecilia Pavan
Marcianum Press, 2014


pp. 250
€ 16


Il romanzo Un giorno per ricordare è uno squarcio nell’Africa più profonda, uno squarcio che non getta ombra, ma una luce accecante, un lucore diffuso proveniente dall’Equatore. Il racconto è ambientato in Nigeria, una terra che spesso viene percepita dai media occidentali unicamente come covo di feroci terroristi islamici, di sterminati giacimenti energetici (soprattutto di petrolio) e come un luogo da dove, specialmente negli ultimi anni, gli “uomini bianchi” devono stare alla larga. Una terra difficile e violenta insomma, dove la vita vale poco. Invece Obi Onwuta e Cecilia Pavan narrando di Chuka e della sua battaglia “per la vita contro una tradizione crudele e cieca”, ci consegnano una terra molto metto netta e squadrata di come viene percepita: una terra da un lato magica e favolistica e dall’altro materiale e “più vera del reale”.

La vicenda narra della lotta di un padre, autorevole membro di una tribù dell’entroterra della sterminata costa nigeriana, per far modificare la barbara usanza, fondata su superstizioni, di abbandonare i gemelli appena nati, che, nella convinzione dei più anziani, sarebbero portatori di immani sciagure per il villaggio. Chuka, il coraggioso papà “animato da uno spirito più forte di un’aquila gigante”, si ribella allo status quo non attraverso la violenza oppure l’inganno, ma per mezzo dell’arte del racconto, ovvero evocando durante i “consigli del villaggio”, tramite una dialettica che ne è un tratto caratteristico, alcune storie di tempi passati , utili a comprendere quelli attuali, cosicché le armi degli avversari, fondate per l’appunto sulla superstizione e su pregiudizi, via via si sciolgono come neve al sole.
Un giorno per ricominciare, oltre che, naturalmente, poter essere indicato come una sorta di “canto dell’Africa di ieri, resoconto dell’Africa di oggi”, è anche qualcosa di più e di diverso. Infatti non è semplicemente una storia africana, ma è, anche e soprattutto, una storia di altre storie. Seguendo la tradizione del racconto orale, Obi Onwuta presenta più storie all’interno del tessuto romanzesco, in modo tale che, con una tecnica molto vicina al mise en abyme caro agli studiosi di comparatistica, le epoche e i luoghi si mescolano, in una “danza delle parole” che rendono questo libro qualcosa di straniante e differente, soprattutto se confrontato con la moderna letteratura occidentale.

Lo stile è quello di una storia raccontata in modo colloquiale, come quando, Africa, Europa o Italia non fa differenza, ci si sedeva tutti quanti attorno ad un focolare e il più anziano o il più autorevole del gruppo iniziava a descrivere una storia sentita molti anni prima. È quindi soprattutto un viaggio nel mondo dei cantastorie non di professione ma di società questo libro. Libro che ci fa riflettere, ancora se non ce ne fosse bisogno, quanto, nonostante le differenze storiche, culturali e sociali da nazione a nazione, da continente a continente, le macrodinamiche comportamentali dei singoli individui e delle date società siano de facto molto simili tra di loro. 

Chuka incarna ora un classico eroe occidentale, un homo faber che forgia con la forza del suo ingegno il proprio destino e il destino dei suoi figli, ora un classico eroe tribale, il quale attraverso una serie di prove più o meno iniziatiche, riesce ad acquisire uno status sempre maggiore all’interno del proprio clan. I due autori poi si divertono a giocare con la tradizione letteraria mondiale e con la geografia, come si evince, ad esempio nel capitolo XVI, in cui vi è una sorta di “piccolo viaggio alla Gulliver”, oppure, idea di Cecilia Pavan, l'artificio letterario di far incrociare queste vicende equatoriali con le traiettorie biografiche di un mercante veneziano o di un missionario tedesco.

Il mondo di Un giorno per ricordare è un mondo al contempo più piccolo e più grande del nostro: più piccolo perché le differenze e le distanze paiono assottigliarsi “nell’ora in cui la polvere ti si appiccica al viso, come una maschera”e più grande, perché quando ci si siede tutti quanti ad ascoltare una storia, il fuoco “muore sempre prima che la parola fine sia pronunciata per quel racconto lontano”.

Mattia Nesto